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Guardare dal basso in alto!

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Per vedere del buon tennis, dove dobbiamo andare, ora che la primavera ci consegna una stagione del rosso ricca di appuntamenti? Ci lasciamo sedurre dal glamour degli IBL, o ci tuffiamo nelle battaglie dell’ATP di Monza? O tutti e due? Nel mondo main stream cui ormai appartiene il tennis, si tratta di una scelta non banale che va al di là della semplice scelta sportiva

You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati

Sono appena trascorse le gioie del Sunshine Double e – passando attraverso la trepidazione Nazionale – siamo già pronti per la stagione del rosso. Inteso non come Sinner, ma come sequenza di tornei in terra battuta, molti dei quali sono a portata di mano, di treno o di macchina. E’ la primavera del tifoso di tennis, la stagione in cui noi italiani possiamo guardare il tennis dal vivo. Ed è quindi il momento perfetto per una piccola riflessione su come guariamo il tennis dal vivo, o meglio ancora su quale tennis guardiamo dal vivo.

Partiamo da un dato che fa riflettere: negli ultimi cinque anni il Monte Carlo Masters – di fatto il secondo torneo per presenza di italiani – ha stabilmente oscillato intorno ai 140–150 mila spettatori complessivi nei suoi nove giorni di programmazione, mentre gli Internazionali d’Italia hanno superato i 350 mila, con una traiettoria ormai proiettata verso i 400 mila per le sue tredici giornate di gioco. Dei risultati straordinari, che sembrano raccontare di un entusiasmo alle stelle, e di uno spirito comune che trasforma il tennis e i suoi protagonisti in un modello al quale guardare, e in una fonte di ispirazione per tutti i giocatori, siano essi giovani talenti o Quarta accaniti.

Ed è senz’altro così, ma la realtà se la si guarda da un po’ più in basso appare completamente diversa. Infatti, ai tornei maggiori si accompagnano una miriade di tornei minori, divisi fra Challenger e Futures, maschili e femminili, poi i giovanili come il Bonfiglio e la Coppa Lambertenghi, ma quando si scende di livello il tennis cambia pelle: un torneo dell’ATP Challenger Tour, con un seeding di professionisti già noti e giovani giocatori e giocatrici in ascesa vede spesso sugli spalti poche centinaia di spettatori al giorno, qualche migliaio sull’intera settimana, quando va bene. Il crollo delle presenze è impressionante, se si pensa che la differenza fra i valori in campo in un secondo turno di mille non è poi così distante, per classifica dei partecipanti, da una semi di un Challenger. Eppure, nel primo si deve sgomitare – senso fisico – per entrare a vedere la partita, mentre nel secondo a sgomitare – senso metaforico – sono solo i giocatori in campo per passare il turno.

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Una questione di esperienza

D’accordo, nei tornei maggiori c’è il glamour delle celebrities, il gusto della partita che vale, dei punti che contano, della bandiera da difendere. Il punto è che in questa epoca in cui il nostro sport è entrato prepotentemente nel main stream comunicativo, gli spettatori frequentano il tennis per ragioni che con il tennis hanno spesso poco a che fare.

Chi torna ogni anno a Montecarlo o a Roma non cerca soltanto una partita, cerca un’esperienza. Cerca l’evento, il contesto, la ritualità. Cerca il pranzo, l’ospitalità, il badge, il tour dietro le quinte, il racconto da riportare il lunedì. Il tennis diventa il contenitore elegante di un bisogno più ampio: esserci, riconoscersi, appartenere. È una forma di turismo culturale sofisticato, non a caso in Italia la prima destinazione turistica non collegata all’arte o alle bellezze naturali del nostro paese è … Maranello.

E come in ogni modello turistico evoluto, si privilegia il prodotto più visibile, raccontabile, instagrammabile. Per carità, chiariamoci, ne vale assolutamente la pena. Il tour sotto il Pietrangeli, nel villaggio giocatori e fin sotto il Centrale che offre la Gold Card della FITP, ad esempio, è un’esperienza che farebbe innamorare del tennis anche il principe dei Padelisti.

Personalmente, ho avuto la possibilità nel giro di cinque minuti di ascoltare la musica che usciva prepotentemente dalle cuffie della Swiatek mentre si defatigava sulla cyclette, sfiorare Mouratoglou diretto in campo, vedere dal vivo in conferenza stampa che bella ragazza è la Gauff e dividere la fila al caffè del ristorante giocatori con Augier-Aliassime. Roba da raccontare agli amici per decenni, per cui tutto bene.

Il Challenger, al contrario, sembra la patria dell’understatement, il non-luogo ove il tennis è trasparente. Non offre status, non propone narrazioni televisive, non agevola momenti da selfie (anche se io al Challenger dell’Aspria mi sono goduto il prepartita di Tommy Robredo al suo rientro). Ma offre partite vere, spesso migliori di quanto si pensi, in una cornice che trasforma lo spettatore in partecipante. Nei Challenger c’è il tennis reale, quello dal quale si può imparare e crescere, quello in cui i valori sono in bilico ogni giorno, e se vogliamo quelli in cui la lotta per la sopravvivenza – economica e sportiva – dei giocatori è davvero in palio. antropologica.

Modellismo e altri pensieri

I giovani, si sa, guardano ai modelli famosi e vincenti, da sempre. E quindi guardano a Sinner, Musetti e agli altri fenomenali ragazzi di questa generazione baciata dal talento come fonte di ispirazione, anche se il loro servizio non andrà mai neanche vicino ai duecentodieci all’ora dell’altoatesino, e la loro smorzata assomiglierà sempre a un pallonetto riuscito male.

Quando magari al Challenger Aspria di Milano si può vedere da un metro come Marco Cecchinato – uno che di tornei maggiori ne ha macinati a tonnellate – ti fa vedere le stesse identiche cose a una velocità che il tuo braccio può comprendere e il tuo cervello vagamente assimilare. Ci sta, sono ragazzi. Ma per gli adulti, che a loro volta guidano i ragazzi, ma che essi stessi sono consumatori di tennis fuori al campo ma anche dentro, sotto forma di milioni di ore di lezione spese collettivamente a correggere movimenti incongrui e preparare Coppe Comitato, è diverso? E qui la questione smette di essere solo tecnica e diventa anche un po’ antropologica.

Se è vero, infatti, che i giovani guardano modelli irraggiungibili, gli adulti non sono da meno. Anche lo spettatore senior, che avrebbe gli strumenti per capire e apprezzare il tennis più autentico, finisce per evitarlo. Non perché non sia interessante, ma perché non è “necessario”. Non completa un’identità sociale, non arricchisce una conversazione, non produce memoria condivisa. E così si preferisce il campo laterale affollato del 1000, anche quando la partita è mediocre, al centrale semivuoto del Future, anche quando lì si gioca meglio.

E proprio qui emerge un altro paradosso, ancora più sottile e, se vogliamo, più istruttivo del primo. In proporzione, i tornei under attirano spesso più pubblico qualificato dei Challenger. Il Torneo Avvenire Bonfiglio, che ha visto passare anche Jannik Sinner, e la Coppa Porro Lambertenghi riescono a generare una presenza più coerente, più competente, più coinvolta. Non numeri assoluti più alti, ma una densità di attenzione decisamente superiore. Perché? Perché lì il pubblico non cerca il campione, cerca la storia. Va a vedere chi diventerà qualcuno, non chi lo è già. È un pubblico che accetta l’incertezza, che trova valore nel processo, che intuisce – anche senza dirlo – che il tennis si capisce meglio quando non è ancora definitivo.

Il Challenger, invece, resta in una terra di mezzo scomoda: troppo alto per essere romantico, troppo basso per essere glamour. Non è più promessa, ma non è ancora consacrazione. E questa ambiguità lo rende difficile da “vendere” a un pubblico adulto che ormai si muove per codici chiari: o sei evento, o sei formazione. Il Challenger non è né l’uno né l’altro, e paga questa identità sospesa.

Dimmi dove vai (a vedere il tennis)

Tornando al punto iniziale, il problema non è solo dove guardano i giovani, ma anche dove scelgono di stare gli adulti. Perché sono proprio loro a costruire il contesto, a orientare l’attenzione, a decidere cosa conta. Se il messaggio implicito è che il tennis vale solo quando è al suo massimo, allora tutto ciò che è intermedio diventa invisibile. E con esso scompare anche la possibilità di capire davvero il gioco. E di capire la differenza tra un’esistenza possibile, ma quasi irraggiungibile, e una meno affascinante ma più alla nostra portata.

Ne parla bene “Il Maestro”, film del quale abbiamo parlato, storia non a caso più di formazione che di tennis. Forse il vero discrimine non è tra Montecarlo e la Serie A, tra gli imminenti IBL di Roma e il promettente Challenger ATP di Monza in partenza la settimana prossima, ma tra due modi di stare nel tennis.

Da una parte c’è chi cerca la conferma di ciò che già sa, dall’altra chi accetta di vedere qualcosa che sta ancora diventando. Da una parte c’è il pubblico, dall’altra c’è lo spettatore consapevole. E viene da riflettere su un concetto basilare: il grande evento ti fa sentire parte del tennis, il piccolo torneo ti insegna a capirlo. Il primo è affollato, costoso, rappresenta qualcosa di difficilmente raggiungibile. Il secondo è spesso a pochi metri da casa, accessibile, puoi toccarlo con le mani e sentirlo raccontare dai protagonisti, se hai la pazienza di ascoltarli.

Davvero, in quale dei due portereste i vostri figli?

YCBS-Paolo Porrati


You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.

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