Da tempio del silenzio a spettacolo totale: come le playlist, i film e il ritmo hanno trasformato il tennis in un grande concerto pop
You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati
Il tennis ha sempre avuto un rapporto ambiguo con la musica. Per decenni si è presentato come il più austero degli sport, una specie di Wimbledon permanente in cui il rumore massimo consentito era il leggero colpo di tosse di un aristocratico inglese allergico alle fragole. Poi qualcosa è cambiato. Gli stadi hanno iniziato a pompare basi elettroniche fra un game e l’altro che neanche all’Alcatraz di Milano, i giocatori entrano in campo con in testa cuffie oversize da scavatori di tunnel transoceanici in tournée e persino Novak Djokovic, che in passato sembrava avere un rapporto con il ritmo di un Beethoven dopo la sordità serbo si trasforma in fonte di ispirazione per Dj.
Lo spunto arriva infatti dalla curiosa iniziativa del dj francese che, nei giorni scorsi, ha raccontato di aver costruito un brano seguendo indicazioni fornite direttamente da Djokovic. Non una semplice dedica, ma un vero processo creativo: atmosfera, tensione, crescendo emotivo, energia da evocare. La notizia ha avuto un successo forse sproporzionato rispetto alla sua reale importanza, ma contiene un dettaglio interessante. I campioni contemporanei non vogliono più soltanto ascoltare musica: vogliono usarla per costruire una versione narrativa di sé stessi. In pratica, non basta più vincere Wimbledon. Bisogna farlo con una soundtrack.

Ed è difficile dare loro torto. Il tennis moderno è ormai una forma di spettacolo totale. Non c’è solo il diritto incrociato, ma anche l’ingresso in campo, la telecamera che indugia, il pubblico che riprende tutto con lo smartphone, la clip da social da montare in trenta secondi. In questo contesto, la musica diventa un’estensione della personalità agonistica.
Le playlist dei campioni
Le abitudini musicali dei giocatori raccontano spesso più delle interviste. Rafael Nadal ha sempre preferito un approccio quasi ascetico, evitando eccessive distrazioni sonore prima dei match. Roger Federer ascoltava musica rilassante e classica contemporanea, coerentemente con la sua immagine da aristocratico svizzero capace di sembrare elegante persino mentre portava fuori l’umido.Djokovic invece alterna sonorità balcaniche, elettronica e pop internazionale, in una combinazione che riflette abbastanza fedelmente il suo personaggio: spiritualità, energia, caos controllato e una certa tendenza all’autonarrazione epica.
Carlos Alcaraz appartiene invece pienamente alla generazione Spotify: reggaeton, urban latino, ritmi veloci e aggressivi. Jannik Sinner, coerentemente con il suo stile comunicativo minimalista, sembra avere un rapporto quasi funzionale con le cuffie: più isolamento dal rumore che immersione artistica. Del resto, immaginare Sinner mentre canta a squarciagola nello spogliatoio richiede uno sforzo di fantasia simile a quello necessario per immaginare Björn Borg partecipare a un convegno di dentisti.
Il punto è che oggi il pre-partita è diventato parte integrante dello spettacolo. Le cuffie enormi, lo sguardo perso nel vuoto, il corridoio degli spogliatoi percorso lentamente come un pugile diretto sul ring: il tennis ha importato dall’NBA e dagli sport americani una precisa estetica della concentrazione. E la musica ne è il carburante invisibile.

Quando il tennis diventa cinema
A volte, però, tennis e musica si incontrano in maniera più cinematografica. Letteralmente. Le colonne sonore dedicate al tennis hanno infatti contribuito a costruire parte dell’immaginario emotivo di questo sport.
Wimbledon, commedia romantica del 2004, utilizzava una soundtrack brit-pop elegante e malinconica per raccontare il tramonto di un giocatore in cerca di un ultimo momento di gloria. King Richard ha invece accompagnato la costruzione quasi militare del mito delle sorelle Williams con una musica continuamente sospesa fra rivalsa sociale e celebrazione epica. E poi c’è Challengers. Che più che un film sul tennis sembra una lunga clip musicale girata sotto doping emotivo. La colonna sonora firmata da Trent Reznor e Atticus Ross pulsa come un rave anni Novanta infiltrato dentro un torneo ATP. Il risultato è straniante ma geniale: il tennis non viene raccontato come sport aristocratico, ma come ossessione fisica, psicologica e sessuale.
Ma il rapporto fra tennis e colonne sonore non riguarda soltanto il cinema. Chiunque abbia visto almeno una volta gli highlights di Borg-McEnroe a Wimbledon 1980 montati con una musica orchestrale lenta e malinconica sa perfettamente quanto il tennis si presti alla narrazione cinematografica. Il silenzio prima della risposta, il rumore secco della pallina, la sospensione drammatica fra un punto e l’altro: basta una base musicale giusta e improvvisamente un tie-break diventa una scena da film di guerra.
Le televisioni lo hanno capito perfettamente. Sky, Eurosport, la BBC e gli stessi Slam costruiscono ormai trailer che trasformano un quarto di finale in una battaglia definitiva per la sopravvivenza della specie umana. Federer contro Nadal accompagnati da archi solenni. Djokovic dipinto come antagonista tragico su basi elettroniche cupe. Alcaraz raccontato come il protagonista giovane e ribelle di una serie Netflix spagnola.
I tornei hanno una loro musica
Persino i tornei possiedono ormai una propria identità sonora. Wimbledon vive ancora di eleganza orchestrale e pianoforte trattenuto, quasi a voler rassicurare il mondo sul fatto che l’Impero Britannico, tecnicamente, esista ancora. Roland Garros preferisce fisarmoniche sofisticate e malinconia francese da cinema d’autore. Gli US Open invece sono puro rumore urbano: hip hop, bassi aggressivi, atmosfera da arena NBA.
Non è più soltanto tennis. È branding emotivo.
Anche i giocatori sembrano avere una colonna sonora implicita. Federer aveva qualcosa di classico e senza tempo, quasi Ennio Morricone. Nadal era rock opera, fatica e tamburi. Djokovic alterna epica balcanica e techno da after hour serbo. Medvedev assomiglia a certa elettronica sperimentale che inizialmente ti irrita e poi improvvisamente capisci essere geniale. Kyrgios sarebbe probabilmente entrato in campo direttamente con un pezzo dei Rage Against the Machine, interrompendolo però a metà per discutere con l’arbitro.
Le rockstar che amano il tennis
Naturalmente il rapporto fra tennis e musica non riguarda soltanto i giocatori. Molti musicisti sono stati appassionati autentici di questo sport. Elton John ha partecipato a eventi benefici tennistici per anni ed è noto per la sua passione. Phil Collins era un dilettante entusiasta. Redfoo, metà degli LMFAO, è addirittura entrato nel circuito professionistico ITF con risultati non esattamente memorabili ma con un entusiasmo degno di rispetto.
Yannick Noah ha percorso il tragitto opposto, passando dal Roland Garros vinto nel 1983 alle classifiche musicali francesi, diventando una vera popstar nazionale.
In fondo, tennis e musica condividono qualcosa di molto profondo: il ritmo. Un grande scambio ha una sua metrica interna, quasi jazzistica. Accelerazioni, pause, variazioni, improvvisazioni. McEnroe era bebop. Nadal è percussione tribale. Federer sembrava Mozart eseguito da qualcuno che odia la fatica.
Dal silenzio al concerto
Il paradosso è che il tennis nasce invece come sport del silenzio. Un luogo dove il pubblico veniva zittito per un colpo di tosse e dove perfino applaudire troppo forte era considerato sospetto.
Oggi invece i tornei cercano continuamente la propria playlist ideale, il proprio jingle, il proprio “momento”. Perché il tennis contemporaneo non vuole più soltanto essere guardato. Vuole essere ascoltato.
E forse è inevitabile. Perché ogni grande campione sogna esattamente la stessa cosa: non soltanto vincere una partita, ma lasciare il campo con la sensazione di aver appena chiuso il concerto principale della serata.

You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.




