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Roba da uomini

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Gli spogliatoi maschili del tennis sono andati incontro negli ultimi anni ad un percorso evolutivo che li ha trasformati in qualcosa di molto diverso da quello che erano in precedenza. Colpa del Covid o della moda, quel che si trova dietro la porta (che spesso neanche c’è più) delle Men’s Locker Room appartiene a categorie antropologiche che vale la pena descrivere

You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati

Questo articolo è maschile più che maschilista, in quanto si focalizza su uno dei pochi mondi in cui le differenze di genere, per così dire, contano ancora: gli spogliatoi. Non essendo per nulla titolato a disquisire nel merito sul tema femminile, mi concentro quindi invece sulla parte più strettamente collegata all’universo maschile, che invece frequento da lungo tempo.

In principio era il luogo comune

L’universo dei luoghi comuni, i bias per dirla al passo coi tempi, vorrebbe gli spogliatoi maschili tennistici o meno come luogo in cui fra doccia schiuma energici e shampoo in grado di attrarre senza indugio le frequentatrici del locale attiguo, e spesso architettonicamente gemello. Niente di più falso. Più che un tempio dedicato alla fase pre-seduzionistica, lo spogliatoio maschile dei circoli mi è sempre invece sembrato in passato il tempio della relazione e dell’analisi tecnica. Ho infatti molto ascoltato disquisizioni su attrezzature, insegnanti e risultati di partite, frammiste a consigli sul migliore rinvigorente cutaneo per contrastare una calvizie incipiente, piuttosto che commenti più o meno sagaci sulle doti tennistiche e non solo delle socie. Ma al di là di questo, devo riconoscere che un’evoluzione c’è stata negli ultimi anni, e che mi è dato riconoscere nei tipi umani che attualmente frequentano le locker rooms alcune tipologie ben delineate, che provo a proporvi per indurre in voi riflessioni di appartenenza.

Il Toni

Intenso non come il diminutivo di Antonio, ma come il nome dello zio-allenatore di Nadal. È il tecnico per antonomasia, quello che fra i vapori della doccia e dopo, nel rito della vestizione, si dedica alla puntuale analisi tecnico-tattica della prestazione appena resa sul campo. La sua, quella dell’avversario e già che ci siamo quella di tutti quelli coi quali incrocia la racchetta. Equipaggiato con indubbia competenza tecnica, sciorina frasi tipo “avresti dovuto dare più rotazione alla seconda palla” oppure “sul 3 a 2 40-15 potevi scendere a rete”, condendole con espressioni a volte accorate a volta incoraggianti, a seconda della reazione del suo ascoltatore. Sentirli è sempre un piacere, e se hai il garbo di intrometterti col giusto tono riesci ad essere incluso ella conversazione, a patto di non volerne uscire prima che il Toni decida che l’argomento sia completamente esaurito, cosa che di solito capita in concomitanza con la partenza della prenotazione dell’ora successiva.

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Il Narciso

Categoria affacciatasi nel panorama degli spogliatoi maschili solo negli ultimi anni, in coincidenza con l’esplosione delle attenzioni maschili verso il proprio aspetto. Costoro, a differenza del Toni, destinano minima parte delle proprie attenzioni al gesto tecnico appena conclusosi per dedicarsi anima corpo e phon alla cura maniacale della persona. Nessuna conversazione è prevista con, o concessa a, gli altri astanti, pena l’interruzione di una concentrazione assoluta quale quella di un appassionato al match point di Wimbledon per Sinner. Per noi della Generazione X, cresciuti in un’epoca in cui il massimo lusso consentito negli spogliatoi era trovare l’acqua calda nelle docce e una presa elettrica funzionante, assistere alla skincare routine post-partita di certi soci resta un’esperienza quasi etnografica. E non è un fenomeno generazionale, vedo sessantenni maneggiare il tubetto della crema per rivitalizzare il colore dei capelli con la stessa dedizione che dedico io alla posa dell’antivibro sulla racchetta nuova. Questione di gusti.

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Il Ghost

Categoria facile da descrivere e difficile da vedere. Sono quelli che nello spogliatoio neanche ci mettono piede. Ovviamente nata dopo il Covid, la categoria include tutti coloro i quali subito dopo la partita si cambiano le scarpe (neanche sempre), indossano il cappotto e guadagnano l’auto per tornare a casa. Anche se hanno giocato per tre ore sotto il sole cocente e il loro domicilio è vicino quanto la Patagonia. Paura dei contagi, amore per il domicilio o una cara vecchia idiosincrasia per le norme igieniche, non so quale sia il fattore scatenante. Sicuro è che il numero delle docce fatte complessivamente negli spogliatoi del tennis è come quello delle auto elettriche nella UE: sempre meno, a dispetto delle indicazioni.

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Il Risparmiatore

O almeno io lo definisco così. È quella categoria di frequentatore che utilizza lo spogliatoio come succedaneo dello spazio domestico. Lo riconosci facilmente da tre indizi: asciuga le ciabatte della doccia con il phon (e non è certo l’unico uso incongruo del phon che mi capita di vedere … ) con l’intento di non doverlo poi fare a casa, utilizza quantità esagerate di acqua nella doccia, che poi a domicilio evidentemente risparmia, e soprattutto si rade nei lavandini degli spogliatoi, incurante del residuo germifugo lasciato ai successivi utilizzatori. Personalmente, ho perso la speranza di redenzione per questi figli dei tempi, anch’essi intergenerazionali nel malcostume. Mi limito ad augurarmi che incontrino presto la loro nemesi: una fidanzata sospettosa (caro, ma come mai le tue ciabatte sono già asciutte? Dove sei stato dopo il tennis) o peggio, un aumento dei costi della membership al circolo.

Il Verdone

L’ultima categoria, ispirata al noto attore, è anch’essa frutto dei tempi, anzi dell’età. Si tratta del crescente universo – dell’appartenenza al quale vado fiero – che considera lo spogliatoio come uno spazio di condivisione. Dei propri malanni. Dai tempi del Covid in poi, ascolto più pareri medici dopo la doccia al tennis che con Burioni a #chetempochefa. Una volta solo l’epicondilite entrava in pudiche discussioni a bassa voce prima di infilarsi il cappotto e uscire. Oggi per qualità, estensione e durata delle dissertazioni, si potrebbe chiedere all’UNESCO di includere gli spogliatoi maschili del tennis fra i Patrimoni Intangibili dell’Umanità. Siamo al punto che ormai se ho un disturbo – faccio per dire – gastrico, lo studio del mio medico di base è solo il secondo posto in cui mi viene in mente di andare. Lì ottengo competenza assoluta, empatia a grappoli, e per di più per prenotare la prestazione non mi servono Miodottore o Io. Basta Playtomic.

Per concludere, l’evoluzione darwiniana in atto nella nostra società trova pieno riscontro all’interno del microcosmo degli spogliatoi maschili. Si formano delle nuove categorie, che si affermano rapidamente subentrando alle altre e soppiantando le razze precedentemente endemiche. Attendiamo sereni che l’ultima nostalgica affermazione “hai visto che bella ragazza c’è sul campo tre” trovi moderna risposta non nel classico “mi rivesto e vado a vederla” ma nella sua versione contemporanea:

“Grazie, ma prima passami l’antirughe”

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