La fine di Wimbledon segna tradizionalmente l’inizio delle vacanze di metà anno per tennisti e appassionati. Un po’ come avviene nella vita senza completini addosso, prima ancora di decidere dove andare e con chi bisogna capire che tipo di vacanza fare: totale, mezzo servizio o … nulla?
You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati
Le vacanze sono quel breve periodo dell’anno nel quale le persone normali si separano con gioia e felicità dal proprio denaro per trasferirsi in luoghi tendenzialmente più ostili, più affollati e con una connessione internet peggiore. Sempre che il volo non venga cancellato, il treno dirottato o l’autostrada interrotta nel frattempo. Una volta arrivati, però, si acquisisce la possibilità – questo il vero scopo del gioco – di fare per qualche giorno quel che ci piace di più, come più ci piace, spesso con chi ci piace. Ma decidere se fare le ferie, e se sì per quanto, quella è tutta un’altra faccenda. Per gli umani come per gli dèi della racchetta.
Già, perché i tennisti professionisti in questo frangente non sono poi così diversi da noi. Anche loro si dividono fra quelli che fanno le vacanze le fanno tutte, quelli che ne fanno pochissime e quelli che non le fanno affatto. Cambia soltanto il calendario. Per le persone normali il momento della liberazione coincide con la chiusura dell’ufficio, generalmente accompagnata da una risposta automatica che promette di leggere le e-mail al rientro. Per un tennista coincide con l’ultima pallina giocata a Wimbledon, quando l’erba è ormai spelacchiata, i completi bianchi possono essere finalmente riposti per i prossimi dodici mesi come i personaggi del presepe, e davanti si apre una delle rarissime finestre dell’anno nella quale non incombe immediatamente uno Slam.
Out of Office
Wimbledon finisce a metà luglio. Il grande circuito americano sul cemento comincia seriamente in agosto. Nel mezzo ci sono due o tre settimane che, per un atleta professionista, equivalgono più o meno alle nostre ferie natalizie (quelle estive, iniziano per gli uomini con il Master 1000 di Parigi, salvo che per otto persone più riserve; poco prima per le ragazze). Un lasso di tempo sufficiente per rendersi conto di essere stanchi, ma non abbastanza per fare qualcosa al riguardo. Alcuni ne approfittano comunque, appendono la racchetta all’ombrellone e spariscono dai campi.
Jannik Sinner, Novak Djokovic e Carlos Alcaraz, per ragioni diverse, quest’anno hanno deciso di non giocare il Masters 1000 di Montréal. Sinner, fresco di un altro titolo a Wimbledon, ha parlato della necessità di tutelare la salute; Djokovic continua a gestire con precisione chirurgica un calendario che, a trentanove anni, non può più essere quello di un apprendista stakanovista; Alcaraz deve recuperare dall’infortunio al polso che gli ha fatto saltare buona parte dell’estate. Tutti e tre dovrebbero rientrare a Cincinnati. Tradotto nel linguaggio delle persone normali: hanno messo la risposta automatica, ma ogni tanto controllano comunque il telefono.
Sinner appartiene alla rarefatta categoria di chi può permettersi una vacanza vera soltanto dopo avere vinto qualcosa. Una caratteristica piuttosto diffusa fra i grandi campioni e fra alcuni amministratori delegati, con la differenza che i secondi riescono talvolta a convincersi di avere vinto anche quando non è successo. Il tennista numero uno del mondo, invece, può chiudere la racchetta nella custodia sapendo di avere appena sollevato il trofeo di Wimbledon. Resta da capire se per lui vacanza significhi davvero sdraiarsi al sole oppure effettuare una seduta atletica più leggera, con appena due ore di campo e qualche esercizio di mobilità prima di colazione.
Carlos Alcaraz sembrerebbe possedere una concezione più riconoscibile del riposo. Se ne è parlato spesso e si dubita che il suo tempo libero lo passi con Juan Carlos Ferrero. Improbabile anche trovare il suo yacht su Noleggiami.esp. Le cronache lo hanno intercettato dalle parti della Costiera Amalfitana, prima della passeggiata a New York per motivi mondiali. Un’attività che corrisponde abbastanza bene all’idea tradizionale di ferie: mare, barca e una quantità di fotografie sufficiente a certificare via Social Media Manager che ci si è divertiti. Anche qui, però, il confine fra vacanza e riabilitazione rimane sottile. Per noi un polso dolorante è una buona ragione per non portare le valigie; per un campione Slam diventa un programma giornaliero di fisioterapia da inserire fra un bagno e il pranzo.
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Meglio di no
Poi ci sono quelli che le vacanze le fanno corte. Cortissime. Praticamente il tempo di tornare a casa, svuotare la borsa dell’erba e mandarla in tintoria, sostituire le scarpe da tennis a suola liscia coi cingolati da cemento e ripartire per Washington. Alex de Minaur, Ben Shelton e Taylor Fritz, tutti compresi nei primi dieci del mondo, sono iscritti all’ATP 500 della capitale americana, in programma dal 27 luglio. Il loro intervallo fra Wimbledon e il cemento statunitense è stato più breve di quello che molte persone impiegano per accordarsi con il resto della famiglia sulla destinazione.
De Minaur, in particolare, è tornato subito a difendere il titolo. Non è una vacanza: è un cambio di superficie con lavanderia intermedia. O se preferite, i corsi di recupero visti gli scarsi risultati della prima parte d’anno. Daniil Medvedev e Félix Auger-Aliassime erano annunciati a Washington ma hanno successivamente rinunciato.
Anche nel tennis, dunque, esiste la partenza intelligente: si prenota una vacanza soltanto dopo avere cancellato un impegno che fino al giorno prima risultava ancora in agenda. Alexander Zverev, reduce dalla finale di Wimbledon e salito al numero due del mondo, ha invece davanti Montréal, dove l’assenza di Sinner, Alcaraz e Djokovic lo trasforma nel principale riferimento del torneo. Per lui il riposo viene sacrificato all’altare dell’occasione per avvantaggiarsi rispetto ai più quotati avversari, esattamente come farebbe uno scrupoloso neoassunto desideroso di imporsi mentre i suoi colleghi senior pisolano sotto la veranda.
C’è chi stacca, chi recupera, chi riparte immediatamente e chi cerca di capire dove convenga presentarsi per difendere punti, guadagnarne di nuovi o arrivare a New York senza avere già consumato tutte le articolazioni disponibili. La vacanza del professionista non viene scelta sulla base della spiaggia, ma della classifica dell’anno precedente.

Donne senza tempo da perdere
Fra le donne la situazione è ancora più eloquente, perché il calendario offre una perfetta distribuzione delle ferie a scaglioni. Jessica Pegula ed Elina Svitolina, rispettivamente numero tre e numero dieci del mondo, sono già a Washington e guidano il tabellone. Hanno adottato la filosofia di chi prende ferie soltanto quando l’azienda è chiusa per lavori strutturali.
Pegula, americana e particolarmente efficace sul cemento di casa, considera evidentemente il mese di luglio non come una pausa, ma come l’inizio anticipato della stagione nordamericana. Svitolina, con una carriera, una famiglia, una nazionalità e soprattutto un marito infinitamente più gravosi di qualsiasi calendario sportivo, continua a essere una delle giocatrici meno inclini a sprecare occasioni. Aryna Sabalenka, Elena Rybakina, Coco Gauff, Mirra Andreeva, Iga Swiatek e Amanda Anisimova hanno invece programmato il rientro a Toronto, insieme con buona parte dell’élite mondiale. In pratica si concedono la versione tennistica delle due settimane centrali di agosto: niente torneo subito dopo Wimbledon, ma racchette nuovamente in mano prima che il corpo possa abituarsi all’idea di non essere sottoposto a valutazione pubblica ogni quarantotto ore.
Anche Karolina Muchova e Linda Noskova, protagoniste dell’ultimo Wimbledon e ora entrambe nelle prime dieci, devono calibrare recupero fisico e preparazione: una ha raggiunto la finale, l’altra ha vinto il torneo, e in entrambi i casi il premio consiste nell’avere ancora meno tempo per riposare.
Il seeding annunciato a Toronto comprende nove giocatrici della Top 10 della graduatoria precedente, segno che nel circuito femminile la vacanza esiste, ma va collocata con attenzione fra un tabellone e l’altro.
Iga Swiatek sembra appartenere poi alla categoria di coloro che in ferie portano un libro impegnativo, un programma di allenamento e probabilmente anche un obiettivo misurabile. Coco Gauff dà invece l’impressione di sapere ancora frequentare il mondo esterno, almeno finché non arriva il momento di tornare negli Stati Uniti e trasformare ogni torneo in una questione nazionale. Sabalenka riesce a comunicare l’idea che anche il riposo debba essere vissuto a piena potenza, crisi esistenziali permettendo, mentre Rybakina potrebbe essere in vacanza da tre giorni senza che nessuno, forse nemmeno la reception dell’albergo, se ne accorga. Mirra Andreeva ha diciannove anni, età nella quale una persona normale considera vacanza qualsiasi luogo nel quale siano presenti amici e sia assente un genitore. Lei, invece, è già stabilmente fra le migliori del mondo e amministra il riposo come una veterana. Amanda Anisimova, dopo anni segnati anche dalla necessità di fermarsi per proteggere la propria salute mentale, rappresenta forse il caso più importante: la dimostrazione che talvolta non giocare non è una concessione, ma una parte essenziale del mestiere.

Una questione di scopo
È questa, in fondo, la differenza principale fra noi e loro. Noi andiamo in vacanza per interrompere il lavoro. I tennisti ci vanno per riuscire a continuarlo. E non è nemmeno detto che ci riescano davvero. Il circuito dura undici mesi, cambia continente con la disinvoltura con cui noi cambiamo stabilimento balneare e considera normale passare dall’erba londinese al cemento americano mentre il resto del mondo sta ancora cercando di togliere la sabbia dalla macchina.
Le ferie diventano una voce della preparazione atletica: recupero, sonno, fisioterapia, qualche giorno senza partite e poi di nuovo aeroporto, hotel, allenamento, conferenza stampa. Le persone normali tornano dalle vacanze dichiarando di avere bisogno di una vacanza. I tennisti tornano sapendo che, nel frattempo, qualcuno ha giocato, guadagnato punti e magari occupato il loro posto in classifica. È difficile rilassarsi completamente quando persino il dolce far niente produce conseguenze matematiche. Forse per questo i campioni più longevi non sono necessariamente quelli che lavorano sempre, ma quelli che imparano quando smettere. Federer aveva progressivamente ridotto il calendario. Nadal aveva trasformato ogni pausa in una ricostruzione. Djokovic ha fatto della selezione dei tornei una disciplina strategica.
Oggi Sinner, Alcaraz e gli altri stanno arrivando alla stessa conclusione: il riposo non è il contrario dell’allenamento. È la parte che consente all’allenamento di avere ancora un senso. Noi continueremo a partire in agosto, a caricare l’auto oltre ogni ragionevole capacità e a trascorrere le prime quarantotto ore discutendo su chi abbia dimenticato il caricabatterie. Loro porteranno con sé preparatore atletico, fisioterapista e racchette appena incordate. Ma per qualche giorno saremo tutti impegnati nella stessa complicata impresa: provare a non pensare a quello che ci aspetta al ritorno.
Ps con questo articolo, il quarantanovesimo della serie, anche YCNBS va in vacanza. Ritornerò con voi a incrociare il mondo del tennis dalle parti degli US Open… guardando con la coda dell’occhio cosa succede nel frattempo. E se vi viene in mente qualche argomento che vi interessa, beh contattatemi sui social!
Buone vacanze.

You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.




