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Giocare in Borsa!

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Anni fa nella borsa da tennis finivano pochi oggetti indispensabili, fra i quali non compariva la racchetta, che veniva portata a mano. La situazione si è progressivamente alterata col passare degli anni, e oggi rischiamo di doverci portar dietro una camionata di roba, non sempre indispensabile ma che marketing e Pro ci fanno percepire come tale. Ragioniamo su questo fenomeno e sui suoi limiti

You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati

Il caro vecchio Brad (Gilbert) lo disse in tempi non sospetti, nel lontano 1993: la Borsa da Tennis non ti permette ti vincere la partita, ma sicuramente ti mette in condizione di non perderla. Per lui la preparazione materiale non era una semplice liturgia da spogliatoio, ma parte del lavoro. Meglio ancora, parte del vantaggio competitivo prima di entrare in campo. Ed è sul filo di questo vantaggio competitivo, su quell’utile dettaglio che gli altri non hanno (ancora) e tu sì e che per questo ti avvantaggia, che si gioca il progressivo riempimento e debordamento che le nostre sacche hanno patito nel corso degli anni, specie gli ultimi, rimpinzandosi di accessori di dubbia utilità e talvolta pure di dubbio gusto. E trasformandosi da agile accessorio di gioco a spazio abitabile con tanto di denuncia al catasto. Vediamo la nostra lista della spesa e i consigli per i (non) acquisti.

In principio erano le racchette

Otto o nove minimo per Brad, incordate a tensioni diverse a seconda del meteo e delle situazioni di gioco. E fin qui ci siamo. I Pro di oggi viaggiano su numeri simili o anche meno, a seconda della presenza o meno degli incordatori presenti durante i match. Chi ha assistito ad alcuni degli psicodrammi notturni egli US Open avrà notato l’ansia con la quale i giocatori scrutavano il giudice di sedia, nella muta preghiera di verificare dove fosse finita la racchetta indispensabile per la vittoria e affidata alle sonnolenti cure dello sfortunato incordatore di turno quella sera. Scendendo di categoria giù giù fino agli inferi delle categorie amatoriali il numero degli attrezzi cala, ma neanche di troppo. Personalmente, anche al di là degli aspetti di costo, sono sulla lunghezza d‘onda di Forrest Gump quando parla di soldi: “Mamma diceva che un uomo ha bisogno di un tanto di soldi (racchette) e non di più, e il resto serve solo a fare il pavone”

Due di tutto

Le fonti contemporanee e i riepiloghi del capitolo dedicato alla Borsa in “Winning Ugly” permettono di ricostruire con buona precisione il resto del contenuto; acqua; cibo energetico, in particolare banane e anche caramelle, ibuprofene; Flex-All 454 (un gel per lenire il dolore a muscoli e articolazioni), ghiaccio chimico, cerotti, tape e materiale per piccole medicazioni, pastiglie di elettroliti, asciugamani, polsini, grip di ricambio, stringhe per le scarpe, string savers; cappellino o visiera, occhiali da sole, magliette asciutte, calze. E poi, in sovrannumero, un secondo paio di scarpe, plantari – il primo vero accessorio ortopedico sportivo realmente indispensabile, che ha salvato generazioni di giocatori dall’oblio. E infine carta e penna, per prendere appunti sugli avversari.

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Una dotazione impressionante, a metà strada fra quella di un rigattiere ambulante e quella di un marito appena buttato fuori di casa dalla moglie, che l’Independent nel 1994, quando Gilbert era ancora sul circuito, non esitava a definire comica. Ma che comica adesso non è.

Secondo la prassi ello sgocciolamento progressivo, quello che oggi è ad appannaggio dei soli Pro, domani diventa indispensabile per tutti gli altri, complice il marketing sotto steroidi del non necessario assistito da algoritmi di tutti i tipi. Vostro Onore, sono colpevole. Nella mia borsa c’è tutto quello che il vecchio Brad si portava dietro, e anche di più. Già perché a differenza forse del Guru americano, io e sono sicuro anche molti i voi patiamo gli effetti di una patologia che lui non credo neanche conoscesse, appunto perché era un Pro: la sindrome da vita incasinata.

Per il tennista comune, infatti, categoria alla quale mi vanto di appartenere, giocare a tennis è un’arte che consiste nello strappare brandelli di tempo dall’assedio di una vita sparpagliata su mille fronti. Di conseguenza, la predisposizione della borsa non è un momento assimilabile alla cerimonia del tè a Tokio, fatta nel più religioso silenzio e nella massima concentrazione mentre musiche rilassanti allietano l’intelletto. No, è piuttosto uno sforzo sovrumano volto a conciliare rapidità di esecuzione e imminenza di altri impegni. Conseguentemente, la probabilità di dimenticarsi qualcosa di indispensabile è altissima. Conseguenza derivata: per evitare che accada, si farcisce il fardello del famoso “due di tutto” che ci consegna alla gioia di un Piano B quando più serve. Scarpe dimenticate a pulire dalla terra rossa in terrazzino? Ecco le scarpe di riserva. Personalmente, ho sempre completo di riserva, ciabatte di riserva, doccia schiuma di riserva, e ovviamente asciugamano di riserva. Raramente ho perso un’ora di tennis, ma adesso ho il mal di schiena cronico. Incerti del mestiere.

Always on

Certo nella borsa del vecchio Brad c’era un telefonino, forse addirittura un caricatore. Ma ai tempi nostri la questione è differente, e la tecnologia è entrata nel bagaglio a mano dei giocatori in diverse forme. Telefonino, forse telefonino di riserva e relativi caricatori, che il buon senso suggerisce di non lasciare incustoditi negli spogliatoi, si accaparrano parte consistente delle taschine – sempre troppo poche – presenti nelle borse. Ma non finisce qui.

Forse il bloc notes di Gilbert per appuntare le caratteristiche degli avversari si è trasformato in un tablet, forse la svapo fa capolino da un remoto pertugio pronta ad essere impugnata al termine della partita o addirittura al cambio campo. Ma quello che all’epoca l’allenatore di Agassi non poteva immaginare erra la diffusione dei wearables, della tecnologia da indossare. Siamo sempre di più connessi e monitorati, volontariamente, anche in campo. Fasce cardiache di precisione misurano lo sforzo e restituiscono in tempo reale parametri che per chi come me ha problemi di cuore rappresentano ben più di un accessorio sportivo. Ma la tecnologia è la vera frontiera del vantaggio competitivo che ogni giocatore, da sempre ricerca.

Anni fa Nole compariva in campo con una specie di bottone che si intravvedeva sotto la maglietta, e che poi si era rilevato essere un sensore per il rilevamento dei principali parametri prestazionali, poi trasformati in informazioni fisiologiche funzionali al miglioramento dell’efficienza in campo.

Oggi secondo me Cobolli non si strappa più la maglietta quando vince perché finirebbe per mostrare non gli addominali scolpiti ma il performance vest. È quella specie di reggiseno elastico molto aderente indossato sotto la maglia, che sul dorso fra le scapole ha una tasca nella quale viene inserito un piccolo dispositivo che registra GPS e sensori inerziali. Misura distanza percorsa, velocità, accelerazioni e decelerazioni, sprint, carico eterno e intensità dello sforzo, e a seconda dei sistemi può integrare anche dati cardiaci e dialogare con la già menzionata fascia cardio. Serve quindi a preparatori atletici e staff per quantificare il carico di allenamento e confrontarlo nel tempo.

YCBS
YCBS

Ancora una volta, un oggetto pensato per l’élite, tecnicamente sensato per chi deve misurare carichi professionali e misurarsi con professionisti altrettanto attrezzati, ma ormai commercializzato anche all’amatore che dopo un’ora di singolo vuole spiegarsi il doppio 6-2 preso con la differenza di velocità della propria corsa. E naturalmente, questa roba deve trovare spazio in borsa.

Diavolerie

E poi ci sono gli ultimi ritrovati, quelli che trent’anni fa nella borsa di Gilbert non avremmo trovato semplicemente perché, a meno di essere reduci da una flebite o da un reparto di ortopedia, nessuno avrebbe pensato di indossarli per giocare a tennis: il manicotto e le calze a compressione graduata. Il manicotto ha avuto una carriera particolarmente rapida. Fino a pochi anni fa, vedere qualcuno entrare in campo con un braccio fasciato induceva a pensare che si fosse fatto male; oggi induce soprattutto a chiedersi di che marca sia. Lo sdoganamento da protesi ortopedica ad accessorio glamour si deve tanto per cambiare ai professionisti.

Carlos Alcaraz giocò con un manicotto compressivo dopo il problema all’avambraccio del 2024; Jannik Sinner lo adottò dopo la caduta e il conseguente fastidio al gomito a Wimbledon 2025 e continuò a utilizzarlo anche successivamente; nel 2026 anche Novak Djokovic è stato visto giocare con una compression sleeve mentre gestiva un problema all’avambraccio, e Musetti – che ve lo dico a fare – ormai non se ne separa più.

Coperta di Linus, trionfo el marketing o cosa? A cosa serve davvero? A tenere caldo il muscolo, esercitare una certa compressione, limitare in parte l’oscillazione dei tessuti durante il movimento e, soprattutto, dare al giocatore una sensazione di sostegno e stabilità dell’arto. Può avere un senso per chi sta rientrando da un problema muscolare o tendineo, per chi avverte affaticamento all’avambraccio o semplicemente per chi si sente meglio giocandoci. Quello che si può dimostrare, sebbene la maliziosa pubblicità ce lo sussurri nell’orecchio anzi nell’occhio mentre andiamo di swipe, è che il manicotto faccia tirare più forte, prevenga l’epicondilite o protegga magicamente il gomito dalle migliaia di impatti con la pallina.

La letteratura sugli indumenti compressivi trova riscontri piuttosto modesti e non sempre concordanti sul recupero; sulla prestazione pura i risultati sono ancora meno convincenti. Insomma, se avete male al gomito il manicotto può essere utile. Ma se non pigliate il campo neanche a morire è meglio che cerchiate altro.

Ancora più interessante è il destino delle calze compressive, perché qui il tragitto culturale è stato completo. Nascono dalla stessa logica della compressione utilizzata in medicina: esercitare una pressione maggiore nella parte bassa della gamba e progressivamente minore salendo verso il ginocchio, facilitando il ritorno venoso e limitando ristagno di liquidi e gonfiore. Trasferite nello sport, promettono gambe meno stanche, migliore circolazione, recupero più veloce e, nelle versioni più entusiaste della réclame, persino una prestazione migliore. Su quest’ultimo punto possiamo stare tranquilli. Una metanalisi pubblicata nel 2025, basata su 51 studi e 899 corridori, non ha trovato miglioramenti significativi né nei tempi di corsa né nella resistenza indossando capi compressivi; un effetto misurabile esiste invece sulla riduzione dell’oscillazione dei tessuti, mentre alcuni studi suggeriscono piccoli vantaggi nel recupero o nella percezione del dolore muscolare.

Le calze hanno quindi forse senso – e non è dimostrato – per chi pratica sport di endurance, per chi soffre facilmente di gonfiore alle gambe, in alcune situazioni di recupero e naturalmente quando esista una precisa indicazione medica. Ma per il doppista del sabato mattina che gioca un’ora e poi ordina uno Spritz, il vantaggio fisiologico è più difficile da individuare. Il che naturalmente non gli impedirà di comprarle. È questo, probabilmente, il passaggio più interessante.

La compressione è uscita dall’ambulatorio, è passata attraverso maratona e triathlon ed è infine arrivata al circolo. Già alcuni anni fa gli studi registravano una notevole diffusione del loro utilizzo soprattutto fra runner e praticanti di sport di endurance; in una ricerca su oltre cinquecento sportivi utilizzatori di indumenti compressivi, le calze erano di gran lunga il prodotto più diffuso. Nel tennis amatoriale non abbiamo, almeno per ora, dati altrettanto seri sulla penetrazione del fenomeno, ma basta guardarsi intorno: il manicotto, soprattutto dopo Sinner, è entrato rapidamente nel repertorio possibile del giocatore di club; le calze al ginocchio sono ancora meno universali, ma hanno ormai perso quell’inconfondibile aria da prescrizione del chirurgo vascolare.

Il risultato è che la quantità di cose che dobbiamo portarci dietro per vincere una partita, o almeno non perderla, si è ampliata nel tempo rischiando di andare fuori controllo. La mia Duffle Bag nera della Head, guardata con ironia dagli avversari per le sue dimensioni XXL due anni fa, già oggi rischia di non essere capiente abbastanza e di necessitare dell’affiancamento di una borsina aggiuntiva, proprio come quella dei Pro (magari, evitando Gucci). Basterà? Non lo so, il destino potrebbe riservarci sorprese ma io ho già fissato il mio limite. Quando per andare a giocare non mi basterà più il baule e dovrò montare la “saponetta” sul tetto – naturalmente dopo averla vista in una pubblicità con Sinner – allora sarà il momento di darsi una regolata!

YCBS-Paolo Porrati


You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.

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