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Buona Notte

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Il tennis contemporaneo ama definirsi globale, inclusivo, moderno, televisivo. Poi però, ogni tanto, decide di trasformarsi in un vero e proprio late-party, con giocatori che lasciano il campo alle tre del mattino come rapinatori in fuga e spettatori che cercano disperatamente un taxi per tornare a casa con la stessa paura di fallire che avevano nel 1987 quando cercavano un cornetto dopo l’uscita dalla discoteca

You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati

La semifinale fra Jannik Sinner e Daniil Medvedev, terminata dopo una sequenza infinita di pioggia, sospensioni, riprese e tensioni notturne, e più ancora lo psicodramma fra Darderi e Jodar, con tanto di misto-nebbia fra fumogeni e umidità, hanno riportato al centro dell’attenzione una domanda che il tennis si trascina da anni: ha davvero senso giocare fino a notte fonda?

Troppo poco, troppo tardi

Naturalmente, il problema non nasce oggi. Il tennis professionistico ha una lunga e gloriosa tradizione di partite terminate quando la gente normale era andata a dormire ormai da un pezzo. La più famosa resta probabilmente quella fra Andy Murray e Thanasi Kokkinakis agli Australian Open del 2023, conclusa alle 4:05 del mattino davanti a un pubblico che ormai sembrava composto più da insonni patologici e serial killers che da appassionati di sport. Murray, nel post-partita, dichiarò che “non è salutare” giocare in quelle condizioni e che il tennis non dovrebbe proporre incontri a quell’ora della notte.

Prima ancora, gli Australian Open avevano regalato la maratona fra Lleyton Hewitt e Marcos Baghdatis terminata alle 4:34 del mattino nel 2008, mentre a New York il match fra Carlos Alcaraz e Jannik Sinner agli US Open 2022 si concluse alle 2:50, in un’atmosfera epica che però lasciò entrambi i protagonisti praticamente svuotati per giorni.

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E ancora: Novak Djokovic contro Rafael Nadal a Madrid nel 2009 finì oltre l’una e mezza dopo più di quattro ore; Alexander Zverev e Jenson Brooksby conclusero ad Acapulco nel 2022 alle 4:54 del mattino, episodio che trasformò definitivamente il tema delle late night sessions in qualcosa di più serio di una semplice curiosità statistica.

Il punto è che il tennis, diversamente da altri sport, non ha un cronometro. Una partita due su tre può durare quaranta minuti come quattro ore, e quando si infilano nel programma sessioni serali costruite più per la televisione che per il gioco, il rischio di deragliare temporalmente diventa inevitabile. Basta un terzo set lungo, una sospensione per pioggia o qualche tie-break ben assestato, e ci si ritrova improvvisamente a fare sport agonistico in un orario normalmente riservato alle televendite di materassi ortopedici.

Il corpo non è un palinsesto

La narrazione romantica del “tennis sotto le stelle” funziona magnificamente nei trailer promozionali, molto meno nel sistema nervoso di chi deve giocare. Gli effetti fisiologici di una partita terminata molto tardi sono considerevoli e perfettamente noti. Il problema non riguarda solo la fatica accumulata durante il match, ma soprattutto l’impossibilità di recuperare in modo corretto nelle ore successive.

Dopo una partita ad alta intensità, il corpo di un atleta resta in uno stato di iperattivazione. Frequenza cardiaca elevata, adrenalina, cortisolo, tensione neuromuscolare. Addormentarsi immediatamente è praticamente impossibile. Non a caso, dopo la semifinale con Medvedev a Roma, Sinner ha dichiarato di avere avuto difficoltà ad addormentarsi e di essersi coricato molto tardi. E il Darderi del giorno dopo assomigliava di più al protagonista di The Walking Dead che al sé stesso del giorno prima (e infatti, 6-1 6-1 da Ruud, grazie e arrivederci).

È un problema enorme soprattutto nei tornei di lunga durata come gli Slam o i 1000, dove il recupero rappresenta parte integrante della performance. Dormire poco significa recuperare peggio, ridurre la capacità cognitiva, rallentare i riflessi, aumentare il rischio di infortuni muscolari e compromettere la preparazione del match successivo. Nel tennis moderno, dove gli scambi sono sempre più fisici e la velocità media di gioco continua ad aumentare, il recupero non è un dettaglio logistico: è un elemento competitivo fondamentale.

Esiste poi un altro aspetto meno discusso ma altrettanto importante: l’alterazione della preparazione mentale. Gli atleti costruiscono le loro giornate attraverso routine estremamente rigide. Alimentazione, riscaldamento, trattamenti fisioterapici, momenti di decompressione, sonno. Una partita che slitta continuamente distrugge questo equilibrio e compromette il risultato del match successivo. Ed è qui che il tennis contemporaneo entra in una curiosa contraddizione. Da una parte obbliga gli atleti a investire – per mantenersi competitivi – in fisioterapia, nutrizionismo, crioterapia, monitoraggio del sonno e recupero scientifico. Dall’altra costringe gli stessi atleti a competere in orari compatibili più con un rave che con una competizione agonistica.

I regolamenti hanno capito il problema. Il tennis un po’ meno

La cosa interessante è che ATP e WTA hanno ormai riconosciuto ufficialmente l’esistenza del problema. Nel 2024 le due organizzazioni hanno introdotto nuove linee guida proprio per limitare i match notturni eccessivamente tardivi. Fra le principali indicazioni figurano sessioni serali da iniziare non oltre le 19:30, massimo cinque incontri giornalieri sullo stesso campo, forte raccomandazione affinché nessun match inizi dopo le 23 e possibilità di spostare incontri su altri campi se il ritardo diventa eccessivo. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre il numero crescente di partite concluse oltre la mezzanotte.

ATP e WTA hanno infatti riconosciuto l’impatto negativo dei late finishes su giocatori e pubblico. Il problema, naturalmente, è che il tennis resta ostaggio della sua imprevedibilità. Un regolamento può evitare abusi sistematici, ma non può impedire che un match da quattro ore e mezza finisca inevitabilmente a notte inoltrata. E infatti, nonostante le nuove linee guida, le polemiche continuano. Anche perché spesso gli organizzatori aggirano elegantemente il problema costruendo palinsesti troppo ambiziosi per stare realmente dentro gli orari previsti.

In sostanza, il tennis ha introdotto regole anti-notte fonda continuando però a programmare le giornate come se i match durassero tutti un’ora e venti. Come ogni buon Giudice Arbitro di qualsiasi categoria sa, così facendo la scommessa è grossa e le possibilità di finire nei guai alta. È più o meno come prenotare un tavolo alle 21 in centro a Milano pensando di trovare parcheggio davanti all’ingresso del ristorante.

Dagli sbadigli alle proteste

Inizialmente assonnati e passivi, col tempo i tennisti e le tenniste sono diventati sempre più espliciti. Murray, dopo la famosa notte australiana, parlò apertamente di situazione “irrispettosa” per atleti e pubblico. Djokovic ha più volte sottolineato come il recupero venga compromesso. Medvedev ha ironizzato sul fatto che certe partite finiscono “quando già iniziano le colazioni”. Zverev ha definito “assurde” alcune programmazioni. Persino giocatori normalmente molto diplomatici hanno iniziato a manifestare insofferenza. Il motivo è semplice, ormai l’abbiamo capito: nel tennis contemporaneo la differenza fra vincere e perdere si misura ormai su dettagli minimi. Recuperare male per una notte può compromettere un intero torneo.

Esiste poi una questione di equità competitiva. Un giocatore che termina alle 2:30 del mattino può trovarsi in campo meno di ventiquattro ore dopo contro un avversario che ha finito alle 18 del giorno precedente. Formalmente regolare. Sportivamente inaccettabile. Ed è proprio qui che il tema diventa interessante. Perché quando episodi del genere si verificano nello stesso torneo e coinvolgono più giocatori, non si può più parlare di eccezione romantica o di “serata speciale”. Significa che la struttura del programma è stata costruita su tempi teorici incompatibili con il tennis reale.

È lo show-business, baby

Il pubblico tende a vedere solo la parte romantica della faccenda: il grande match notturno, l’atmosfera speciale, le tribune illuminate. Ed è disposto a pagare profumatamente per questo tipo di intrattenimento. Gli atleti invece vedono fisioterapia alle tre del mattino, sonno compromesso e recupero insufficiente. Sono due prospettive molto diverse dello stesso spettacolo. Naturalmente gli organizzatori non fanno tutto questo per sadismo circadiano. Le sessioni serali esistono perché funzionano. Portano ascolti televisivi superiori, sponsor più soddisfatti, hospitality più redditizie e pubblico pagante disposto a spendere cifre importanti per assistere al match di cartello dopo il lavoro.

Dal punto di vista commerciale, mettere Sinner o Alcaraz alle 20:30 è del tutto inevitabile. Esiste poi una motivazione climatica. In molti tornei, soprattutto sulla terra battuta primaverile o sul cemento estivo, giocare la sera significa offrire condizioni più sopportabili sia ai giocatori sia agli spettatori.

Inoltre, il tennis vive sempre più di esperienza-evento: cena, aperitivo, sessione notturna, atmosfera da grande show. E il pubblico, va detto, spesso ama queste partite. Non a torto. Di sera l’atmosfera cambia, il rumore cresce, il campo illuminato crea un ambiente molto più spettacolare e coinvolgente. Il tennis notturno ha qualcosa di cinematografico. Sinner-Alcaraz alle tre del mattino a New York è già diventato una sorta di leggenda contemporanea.

Il problema nasce quando il confine fra “evento speciale” e “abitudine tossica” viene superato. Perché una sessione serale può essere perfettamente sensata. Un torneo che produce sistematicamente sessioni serali che terminano all’una o alle due del mattino molto meno. Anche perché oltre una certa ora il pubblico stesso cambia natura, gli appassionati tornano a domicilio e restano gli ultras, gli insonni e qualche turista convinto che la città non chiuda mai.

Il punto di equilibrio

Il tennis dovrebbe probabilmente trovare dei compromessi, come anticipare le sessioni serali, limitare il numero di match sui campi principali, evitare di inserire incontri femminili e maschili consecutivi senza margini realistici, utilizzare maggiormente i campi secondari quando il programma deraglia. E soprattutto introdurre una vera cultura della sostenibilità competitiva. Perché il punto non è abolire le partite notturne, quelle fanno parte del fascino del tennis moderno. Il punto è impedire che diventino una forma di sfida biomeccanica mascherata da intrattenimento premium. Una grande partita può finire tardi occasionalmente. Ma quando la notte fonda diventa normalità, il rischio è che lo spettacolo inizi lentamente a divorare lo sport.

“Non si uccidono così anche i cavalli?”, splendido vecchio film con Jane Fonda e Michael Sarrazin, è una metafora cupa che paragona la disperata lotta per la sopravvivenza umana durante la Grande Depressione all’abbattimento per pietà dei cavalli feriti. Indica una società cinica che sfrutta la sofferenza altrui come spettacolo, dove le persone sono ridotte a “bestie”. Certo, il paragone è una forzatura, ma davvero ci piace il tennis quando si trasforma in qualcosa di diverso da uno sport?

Io non so rispondere, e non ne ho neanche il tempo. Il main-draw di RG26 sta per partire, ci sono le sessioni serali e io devo ancora chiedere in ufficio di passare al turno di notte…

YCBS-Paolo Porrati


You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.

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