Dalla rinascita di Berrettini a Parigi alle grandi storie del tennis: perché il “comeback” è la narrazione più commovente dello sport, un’ostinata sfida al destino per rimettere il proprio nome al presente
You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati
Sulla lapide di Franco Califano, nel cimitero di Ardea (Roma) è incisa la frase “Non escludo il ritorno”. È il titolo di una sua celebre canzone di Sanremo, ma è anche molto di è più. E’ una dichiarazione, Fu lo stesso Califano a volerla come epitaffio, e per rafforzare simbolicamente il concetto, non volle che comparisse la data di decesso. In maniera meno drammatica, lo stesso vale anche nel tennis, dove ogni carriera sembra appesa a un tendine, a una vertebra, a un polso o a un ginocchio che improvvisamente decidono di interrompere una carriera senza però escluderne la prosecuzione in un secondo momento.
Bravò, Mateo
Nel mondo sportivo, il comeback rappresenta il ritorno competitivo di un atleta o di una squadra dopo una fase negativa, come un infortunio, un calo di prestazioni, una sconfitta o persino il ritiro. Non si tratta solo di tornare in campo, ma di recuperare un livello elevato di performance, spesso superando aspettative e difficoltà iniziali. Per questo il comeback è visto come simbolo di resilienza, determinazione e capacità di riscatto, ed è tra gli elementi più emozionanti e narrativamente forti dello sport.
Matteo Berrettini, in questi giorni parigini, ne è diventato una versione particolarmente evidente, elegante e leggermente malinconica. A Wimbledon 2021 era arrivato fino alla finale, primo italiano della storia a giocarsi il titolo sull’erba più famosa del mondo, entrando in quella categoria di atleti che non vengono più giudicati soltanto per ciò che fanno, ma anche per ciò che promettono di poter ancora fare. Ma poi sono arrivati gli infortuni, uno dietro l’altro, in una sequenza e con una regolarità degna degli avvisi di insoluto a un ristorante che non funziona: addominali, obliqui, piedi, caviglie, ritiri, rientri, nuove partenze e nuove soste, fino a trasformare il suo calendario in un sudoku fatto di visite mediche e tornei saltati.
Il ritorno ai quarti del Roland Garros, dopo cinque anni di assenza da Parigi e dopo stagioni passate più spesso a ricostruirsi che a competere, non è quindi soltanto un buon risultato. È un gesto narrativo. Berrettini non ha ancora chiuso il cerchio, e forse non lo chiuderà mai come lo avevamo immaginato nel luglio londinese di qualche anno fa, ma ha fatto qualcosa che nello sport conta quasi quanto vincere: ha rimesso il proprio nome al presente. E si è regalato una rivincita
A volte ritornano
La storia del tennis, del resto, è piena di ritorni che sembrano scritti da sceneggiatori ai quali nessuno ha avuto il coraggio di dire che stavano esagerando. Negli anni Trenta Helen Wills Moody, dominatrice quasi imbarazzante della sua epoca, si fermò per problemi alla schiena dopo il ritiro nella finale degli U.S. Championships del 1933, saltò la stagione successiva e tornò a vincere Wimbledon nel 1935, ripetendosi poi nel 1938 dopo un’altra lunga assenza: un modo piuttosto sobrio, come si usava allora, per comunicare al mondo che il congedo era stato rinviato.
Maureen Connolly, invece, rappresenta il lato tragico della medaglia: nel 1953 completò il Grande Slam a soli diciotto anni, poi un incidente a cavallo nel 1954 le distrusse la gamba e la carriera, lasciando al tennis una delle più grandi domande senza risposta della sua storia.
Più avanti, Thomas Muster fu investito da un automobilista ubriaco nel 1989, alla vigilia della finale di Key Biscayne, si allenò colpendo palline da una sedia con la gamba immobilizzata e sei anni dopo vinse il Roland Garros. Monica Seles – con il nostro Claudio Pistolesi a farle da Coach – tornò dopo l’aggressione subita ad Amburgo nel 1993, vinse subito al rientro in Canada e conquistò l’Australian Open 1996, anche se nessuno potrà mai sapere davvero quanti Slam le siano stati sottratti da quella coltellata.
Andre Agassi precipitò fino al numero 141 del mondo e poi risalì fino al numero uno, dimostrando che talvolta il vero infortunio non è muscolare, ma esistenziale. Jennifer Capriati, da prodigio consumato troppo presto, attraversò una crisi personale durissima e tornò a vincere Australian Open e Roland Garros nel 2001, come se la seconda vita avesse deciso di presentarsi con un trofeo sotto il braccio.

Kim Clijsters lasciò il circuito, diventò madre e rientrò vincendo gli US Open 2009, facendo sembrare normale una cosa che normale non era affatto. Serena Williams, dopo il parto e complicazioni mediche gravissime, tornò a giocare finali Slam, senza conquistare quel ventiquattresimo titolo che sembrava scritto e invece rimase sospeso. Ma il suo ritorno è ormai una realtà.
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Petra Kvitova, ferita alla mano sinistra da un’aggressione con coltello nella sua casa, rientrò, vinse ancora e arrivò alla finale dell’Australian Open 2019. Andy Murray, con un’anca ricostruita e una protesi metallica che nel tennis professionistico non è esattamente l’accessorio più richiesto, tornò a vincere un titolo ATP ad Anversa nel 2019. Ma come vedremo, non tornò più ai suoi livelli migliori.
E poi c’è Rafael Nadal, che di questa religione del ritorno è stato il pontefice massimo: alla fine del 2021 il suo piede sinistro, segnato dalla sindrome di Müller-Weiss, sembrava più un problema filosofico che ortopedico; pochi mesi dopo vinceva l’Australian Open rimontando due set a Medvedev e poi il Roland Garros, come se la logica fosse una pratica da lasciare agli uffici competenti.

Il lato oscuro della resilienza
Esistono però anche i ritorni mancati, ed è bene ricordarlo perché lo sport, quando vuole venderci speranza, tende a nascondere il magazzino dei fallimenti. Anche se sono eclatanti. Björn Borg, dopo essersi ritirato giovanissimo, tentò un rientro negli anni Novanta con una racchetta di legno quando il resto del mondo era ormai passato da tempo ad altri strumenti, e il risultato fu una malinconica sequenza di sconfitte: non tanto un comeback, quanto una seduta spiritica in braghe corte.
Maureen Connolly non ebbe nemmeno la possibilità di provarci davvero, perché il suo corpo le chiuse la porta a diciannove anni. Juan Martín del Potro passò anni a combattere contro polsi, ginocchia e interventi chirurgici, tornando ogni volta con quella sua aria da gigante gentile che sembrava chiedere scusa al pubblico per non poter più essere interamente sé stesso. Dominic Thiem, campione degli US Open 2020, non riuscì mai davvero a recuperare la violenza elastica del suo tennis dopo l’infortunio al polso del 2021, fino al ritiro annunciato a soli trentuno anni.
Justine Henin provò a rientrare nel 2010 dopo il primo ritiro, raggiunse anche una finale all’Australian Open, ma un problema al gomito la costrinse a fermarsi definitivamente. Anche il secondo rientro di Clijsters, quello del 2020, non ebbe la magia del primo: il tempo, che nella vita quotidiana finge talvolta di essere educato, nello sport professionistico è un funzionario inflessibile. Ti concede un appuntamento, ma se arrivi tardi ha già chiuso lo sportello.
La storia di Andy Murray raccontata nel documentario Andy Murray: Resurfacing segue il crollo improvviso della sua carriera tra il 2017 e il 2019, quando, da numero 1 del mondo, viene fermato da un grave infortunio all’anca che lo costringe a più operazioni e lo porta a considerare il ritiro. Il film mostra in modo molto intimo il dolore fisico, i dubbi e la fragilità dell’atleta, affiancati però da una determinazione estrema a tornare in campo, fino alla scelta di un intervento radicale con protesi all’anca. Il comeback che ne segue è straordinario sul piano umano e medico — perché Murray riesce comunque a tornare competitivo nel circuito — ma resta incompleto sul piano sportivo, poiché non raggiungerà più il livello dominante degli anni migliori, diventando così un esempio emblematico di ritorno possibile ma non completo.
Il talento non basta
Che cosa serve, allora, per tornare davvero? Non basta il talento, perché il talento è spesso la prima cosa che l’atleta scopre di non poter più spendere come prima. Servono salute, fortuna, staff competenti, soldi, pazienza, un corpo disposto a collaborare e una mente sufficientemente ostinata da non trasformare ogni dolore in una sentenza. Ma serve soprattutto una motivazione diversa da quella della prima carriera. Da giovani si gioca per diventare qualcuno. Dopo un lungo stop si gioca per dimostrare di esserlo ancora. Ed è forse per questo che i ritorni piacciono tanto alle persone: perché non parlano soltanto di sport, ma della nostra fantasia più privata, quella di poter rientrare in una stanza da cui la vita ci aveva accompagnato fuori con discreta fermezza, facendo finta di niente e magari dicendo soltanto: scusate il ritardo.
La stessa metafora funziona anche fuori dal tennis. Nello sci, Lindsey Vonn è tornata a competere dopo anni di ritiro e una protesi parziale al ginocchio, fino a risalire sul podio di Coppa del Mondo e poi a vincere ancora una discesa a più di quarant’anni, che per una discesista equivale più o meno a presentarsi a un esame universitario con la penna d’oca. Ma il conto della riconquista è arrivato poco dopo, tremendamente salato, alle Olimpiadi.
Federica Brignone, dopo la miglior stagione della sua carriera e un infortunio gravissimo nell’aprile 2025, è riuscita a rientrare e a trasformare il dolore in oro olimpico, salvo poi fermarsi di nuovo per non chiedere al corpo più di quanto fosse ragionevole pretendere. Due storie che raccontano la stessa verità con accenti diversi: la Fortuna, nello sport, non è una signora imparziale con la bilancia in mano, ma una creatura lunatica che un giorno ti restituisce ciò che sembrava perduto e il giorno dopo ti presenta il conto senza nemmeno lasciare la ricevuta. Per questo ogni ritorno ci commuove. Non perché prometta giustizia, ma perché per qualche ora ci convince che il destino, distratto da una volée, possa dimenticarsi di chiudere la partita.
PS: per la mia lapide l’epitaffio è già pronto, sperando di utilizzarlo il più tardi possibile:
Proprio ora
Che avevo iniziato
A capirci qualcosa

You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.




