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Senza capo né coda

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Il tennis, piaccia o non piaccia, sta diventando uno sport globale, coi costi e gli stress che fino ad ora avevamo visto soltanto con il Calcio. Ma esiste una piccola forma di resistenza che dovremmo proteggere a tutti i costi. Proprio a Wimbledon

Fra le tante invenzioni che l’umanità ha prodotto nel corso dei secoli, poche sono universalmente trasversali quanto la coda. Tutti, ovunque, fanno code. Sospetto che ci sia un numeretto da prendere anche dalle parti di San Pietro, in Paradiso. In realtà, visti i tempi, temo che l’unico ad avere un problema di picchi sul Customer Service sia Lucifero, e se tanto mi dà tanto lo risolverà utilizzando un maledetto Chatbot, tanto per iniziare da subito la penitenza.

Diversa da paese a paese invece è la relazione con la coda, specie dalle nostre parti. Noi italiani la coda la odiamo più delle tasse. Non importa se si tratti dell’ufficio postale, del casello autostradale, del check-in di un aeroporto o della cassa di un supermercato: l’idea di trascorrere parte della nostra giornata aspettando che qualcun altro faccia ciò che deve fare prima di noi è un tabù. Che sia al semaforo o al supermercato, se appena appena possiamo la saltiamo, è più forte di noi, peggio della storia della rana e dello scorpione. Se fossero stati lungimiranti, i nostri padri fondatori avrebbero inserito il diritto a saltare le code fra quelli inviolabili nella Costituzione, se non addirittura nel nostro codice genetico.

Eppure, esiste un luogo al mondo in cui il pervicace carattere nazionale viene messo in pausa e capita che anche gli Italiani, allegramente abbandonandosi alla globalizzazione, affrontino senza rancori insieme a gente di tutto il mondo una notte all’addiaccio, montino una tenda, si procurino un sacco a pelo, organizzino i turni per il caffè e, una volta tornate a casa, raccontino quell’attesa con un entusiasmo spesso superiore a quello riservato alla partita che hanno visto il giorno successivo. Quel luogo, naturalmente, è Wimbledon.

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Vecchio e nuovo

La Queue di Wimbledon funziona più o meno così. Si arriva a Southfields (spoiler, l’uscita giusta della Tube non è quella di Wimbledon Park, si riceve una Queue Card numerata, si monta la tenda, si aspetta il proprio turno e, se tutto va come deve andare, il mattino successivo si entra nell’All England Club. Tutto organizzato, con spazi delimitati e sicuri, con l’assistenza di solerti steward. Del resto, se noi Italiani abbiamo inventato il Rinascimento, i Britannici possono serenamente rivendicare la paternità dei sistemi di incolonnamento degli umani che vogliono fare tutti insieme la stessa cosa. È un sistema antico, che nel pieno spirito inglese viene ammodernato e reso contemporaneo, proprio come il tetto motorizzato sul Centre Court rende moderno il tempio del tennis senza snaturarlo. QR code e Card integrano e migliorano ma non sostituiscono lo spirito di base: in giornate come quelle di sabato, i primi 500 che arrivano, dopo la coda si godono il campo centrale, i secondi il Campo Numero 1 e così via. Semplice, democratico, moderno.

La cosa che colpisce, leggendo i racconti di chi quella notte l’ha trascorsa davvero, è che quasi nessuno descrive la Queue come un sacrificio. Al contrario, moltissimi ricordano l’atmosfera del campeggio, le chiacchierate con perfetti sconosciuti arrivati dall’altra parte del mondo, il senso di appartenenza che nasce spontaneamente quando alcune migliaia di persone condividono lo stesso obiettivo e la stessa dose di insonnia. Si parla di tennis, naturalmente, ma si parla anche di lavoro, di viaggi, di figli, di politica, del tempo inglese che riesce sempre a sorprendere anche chi vive in Inghilterra da quarant’anni. Quando finalmente si varcano i cancelli del Club, la sensazione diffusa è quella di avere già vissuto una parte importante dell’esperienza.

Il fenomeno nascosto

Per molti anni Wimbledon è stato semplicemente il torneo più prestigioso del mondo. Oggi continua a esserlo, ma nel frattempo è diventato anche qualcos’altro. È una destinazione. E la differenza, per quanto possa sembrare sottile, è enorme, perché un torneo dura quindici giorni mentre una destinazione esiste tutto l’anno, alimenta racconti, produce fotografie, genera merchandising, crea rituali e finisce inevitabilmente per costruire attorno a sé una sorta di pellegrinaggio laico. Il tennis, in fondo, sta semplicemente seguendo il percorso già intrapreso da molti altri grandi eventi sportivi. Chi ebbe la fortuna di vivere Italia ’90 ricorda un Mondiale gigantesco ma ancora riconducibile, con qualche sacrificio, alla dimensione di una vacanza.

Oggi seguire la Coppa del Mondo negli USA significa affrontare voli intercontinentali preda dell’ingordigia degli algoritmi, pernottare in alberghi dai prezzi moltiplicati, sobbarcarsi pacchetti hospitality non graditi, spendere 200 dollari per andare allo stadio per forza in taxi, battersi con sistemi di vendita sempre più sofisticati e forse rateizzare un conto finale che, per una famiglia, può raggiungere tranquillamente il costo di un’utilitaria neanche troppo accessoriata. Non si tratta necessariamente di una deriva, ma della conseguenza inevitabile del fatto che il calcio è diventato un fenomeno autenticamente globale. Quando un evento appartiene al mondo intero, il numero delle persone che desiderano esserci cresce infinitamente più in fretta del numero dei posti disponibili, e con esso i prezzi. Ecco, il tennis sta affrontando esattamente lo stesso genere di fenomeno nascosto.

I quattro Slam rappresentano ormai mete di viaggio programmate con mesi, talvolta anni, di anticipo. Si acquistano voli prima ancora di conoscere il tabellone, si prenotano alberghi sperando che il proprio giocatore preferito non venga eliminato al primo turno o che quel giorno piova, si mettono in conto spese che soltanto qualche decennio fa sarebbero sembrate irragionevoli per assistere a una partita di tennis. Lo sport, insomma, è diventato anche turismo, esperienza, racconto personale e, inevitabilmente, status. Organizzare il mio primo Slam da spettatore (sono orgoglioso possessore di Platinum Slam … da seduto, avendo vissuto i quattro Slam, Finals Olimpiadi e Davis da spettatore) proprio a Wimbledon tanti anni fa, fu una passeggiata. Biglietto e albergo tramite agenzia viaggi, volo low cost, metropolitana. Due mesi prima. Per l’ultimo, a Melbourne, fra costi e difficoltà (tipo biglietto cancellato online due giorni prima online senza spiegazioni) avrei fatto meglio ad assumere un assistente, avrei impiegato meno tempo e speso molto meno.

Si, ma Wimbledon

Ed è proprio qui che Wimbledon riesce ancora a distinguersi. Proprio con la coda. Pur essendo probabilmente il torneo più importante del pianeta, continua ostinatamente a conservare una piccola porta laterale attraverso la quale è ancora possibile entrare senza appartenere a una multinazionale, senza acquistare un pacchetto VIP e senza partecipare a un’asta fra milionari. Quella porta richiede una moneta diversa dal denaro: richiede tempo. Molto tempo.

Naturalmente anche questa apparente democrazia ha i propri limiti, perché non tutti possono permettersi di perdere una giornata di lavoro, dormire in tenda o affrontare una trasferta così impegnativa. Sarebbe ingenuo sostenere il contrario. Eppure, rimane affascinante il fatto che, nell’epoca in cui quasi tutto sembra acquistabile pagando abbastanza, Wimbledon continui a suggerire che almeno una parte dell’esperienza possa ancora essere conquistata con la pazienza. Forse è anche questo il motivo per cui la Queue esercita un fascino così particolare. Non rappresenta soltanto un sistema per distribuire biglietti.

Rappresenta una piccola forma di resistenza culturale, un modo quasi ostinato di ricordare che il valore di un evento non dipende esclusivamente da ciò che accade una volta seduti al proprio posto, ma anche dal percorso necessario per arrivarci. Molto inglese. Di quelle cose che proprio non riescono a dispiacermi, degli inglesi. Può darsi che un giorno tutto questo scompaia. Prima o poi qualche genio di consulente junior dimostrerà con gli algoritmi che la redditività del torneo potrà essere aumentata mettendo su AirBnb gli spazi dove piantare le tende, o qualche piattaforma renderà l’intero sistema più veloce e qualche direttore finanziario scoprirà che perfino l’attesa può essere monetizzata meglio. Può darsi che accada davvero. Del resto, la Storia insegna che quasi tutto prima o poi diventa più efficiente. Il problema è che non sempre diventa anche migliore.

Vero, ma io intanto mi consolo scrutando le immagini del pubblico riprese dalle telecamere, quando non indugiano sui completi impeccabili di Federer nel Royal Box. Cerco i visi accaldati, stanchi e felici, li identifico magari sbagliando in coloro i quali hanno sfidato il sistema valutacentrico che sta assediando il nostro tempo sconfiggendolo ancora una volta dopo la coda con o senza QR Code. E dal profondo del cuore mando loro il più sincero degli incoraggiamenti:

Resistete!

YCBS-Paolo Porrati


You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.

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