Cobolli batte Auger-Aliassime, Arnaldi avanza dopo il doloroso ritiro di Berrettini. In un Roland Garros che ha stravolto ogni pronostico, l’Italia avrà comunque un finalista
Ci sono tornei che procedono secondo il tracciato delle cose previste e altri che, per una sorta di guasto nel quadro elettrico del destino, cominciano a deragliare quasi subito. Il Roland Garros 2026 appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Jannik Sinner era arrivato a Parigi con la giacca del favorito cucita addosso dopo i titoli conquistati a Montecarlo, Madrid e Roma e un’imbattibilità che durava da febbraio.
Poi, nel giro di un pomeriggio che sembrava avviato verso una tranquilla pratica notarile, il meccanismo si è inceppato. Avanti di due set e 5-1 nel terzo contro Juan Manuel Cerundolo, il numero uno del mondo si è progressivamente svuotato, come se qualcuno avesse staccato una spina nascosta sotto il Philippe-Chatrier. Da quel momento il torneo ha cambiato faccia. Non soltanto il match, ma l’intero arredamento di Parigi: i favoriti hanno cominciato a traballare, le gerarchie a perdere qualche vite e il tabellone, da ordinato prospetto catastale, si è trasformato in una specie di condominio dopo l’esplosione di una tubatura. Un guasto all’apparenza circoscritto, che invece ha finito per propagarsi a tutto l’edificio.
Lorenzo Musetti, l’altro nome che sulla terra francese avrebbe potuto presentare credenziali tutt’altro che ornamentali, non è nemmeno entrato nel registro dei partecipanti. Il carrarino ha dovuto rinunciare al Roland Garros per l’infortunio al retto femorale emerso dopo la sconfitta contro Casper Ruud agli Internazionali d’Italia. Via Musetti, fuori Sinner. Due righe che, lette a maggio, sarebbero sembrate un errore di composizione o una svista di tipografia.
E invece venerdì l’Italia avrà comunque un giocatore in finale. È qui che il torneo assume i contorni di una pratica compilata da un impiegato distratto e poi corretta da dieci mani diverse: un Roland Garros che ha continuamente smentito la propria logica interna, smontando gerarchie, pronostici e successioni previste. Un meccanismo centrifugo, dove ogni causa ne trascina un’altra e il disordine, lungi dall’essere un incidente, finisce per diventare il vero architetto della vicenda.
Flavio Cobolli si è preso la sua parte battendo Felix Auger-Aliassime e raggiungendo la prima semifinale Slam della carriera. Il canadese è partito meglio, ha provato a mettere la partita sul binario della potenza e dell’esperienza, ma Cobolli ha avuto il merito di non agitarsi. Ha perso il primo set, ha sistemato il campo intorno a sé e poi ha iniziato a lavorare ai fianchi il match, con quella miscela di gamba, anticipo e ostinazione che ormai tutti gli riconoscono, specialmente quando il mattone tritato scivola sotto i piedi.
Matteo Arnaldi ha raggiunto la semifinale attraverso una conclusione che lascia sempre un piccolo residuo d’insoddisfazione. Il sanremese conduceva 7-5 5-2 quando Matteo Berrettini, alle prese con un problema alla coscia, è stato costretto al ritiro. La pratica era ben avviata, ma mancavano ancora gli ultimi timbri.
Per l’ex numero 6 ATP resta comunque un Roland Garros che rincuora e conforta dopo un periodo un po’ così. “Berretto” è tornato nei quarti di finale di uno Slam dopo quasi quattro anni, riportando in primo piano il vecchio asse servizio-diritto che ne aveva accompagnato le stagioni migliori. In un torneo che ha continuamente rimescolato gerarchie e percorsi, anche la sua corsa si è fermata per una causa che poco aveva a che fare con il tennis giocato. Il ritiro gli ha sottratto il finale, non il valore di una quindicina che lo ha riportato, finalmente, dove può stare tranquillamente se il fisico non lo zavorra.
Arnaldi, però, non è arrivato in semifinale per gentile concessione del destino. Prima del quarto con Berrettini aveva già passato oltre diciassette ore in campo, compresa la maratona di cinque ore e ventisei minuti contro Frances Tiafoe. Il suo Roland Garros è stato una specie di pratica amministrativa della fatica: pratiche d’inizio lavori, code, sportelli chiusi, gambe di piombo, e alla fine ancora un modulo da compilare. Una resistenza esistenzial-burocratica, con lieto fine anche se in realtà il finale è ancora aperto.
C’è poi la classifica, che in questi casi racconta più di quanto sembri. Quando il torneo è cominciato, Arnaldi era numero 104 ATP e Berrettini numero 105: due giocatori fuori dai primi cento. Il Roland Garros li ha rimessi in moto. Berrettini è risalito virtualmente tra i primi cinquanta, mentre Arnaldi ha guadagnato una settantina di posizioni e adesso può guardare perfino alla possibilità di essere testa di serie a Wimbledon. Parigi, oltre alla tarda primavera, ha cambiato anche la loro estate.
Sul lato opposto del tabellone resta Alexander Zverev, cioè l’uomo che più di tutti porta addosso la pressione del favorito sopravvissuto. Il tedesco ha curriculum, esperienza, peso specifico e una lunga collezione di occasioni mancate negli Slam. Accanto a lui, o meglio contro di lui, c’è Jakub Mensik, vent’anni, primo ingresso in semifinale Major e l’aria di uno che, se il fisico gli concede tregua, rivedremo spesso da queste parti. Due avversari ostici in potenza, vedremo se lo saranno anche in atto.
In definitiva, questo Roland Garros aveva cominciato mettendo in fila nomi, gerarchie, pronostici. Poi ha perso Sinner, ha perso Djokovic, ha visto cadere riferimenti anche nel tabellone femminile e si è trasformato in un congegno pieno di leve impreviste. In mezzo al disordine, Cobolli e Arnaldi hanno trovato una strada tutta loro. Non serve gonfiare la cosa con trombe patriottiche. Basta il dato, asciutto: un italiano giocherà la finale del Roland Garros. E, dopo tutto quello che è successo, pare già abbastanza incredibile.




