Dai crampi accusati nei tornei più torridi alle difficoltà nelle giornate estreme: alcuni studi sul gene MC1R aiutano a capire perché il numero uno del mondo possa soffrire il caldo più di altri giocatori
Ogni tanto, nel tennis di Jannik Sinner, ricompare un avversario che non impugna la racchetta. Non serve un ranking, non serve un tabellone. Basta guardare il termometro.
Negli ultimi anni è capitato più volte di vedere l’altoatesino in difficoltà nelle giornate più afose, tra crampi, cali di energia e momenti in cui il fisico sembrava chiedere una tregua prima ancora della testa. Pechino, Shanghai e Parigi sono in questo senso collegate da un sottile filo rosso fuoco. La questione è spesso liquidata come semplice problemuccio di disidratazione o carenza di preparazione atletica. In realtà, secondo diverse ricerche scientifiche, potrebbe esserci qualcosa di più complesso.
Al centro del discorso c’è il gene MC1R, associato ai capelli rossi naturali e alla pelle particolarmente chiara. È una variante genetica studiata da anni soprattutto in ambito dermatologico e neurologico. Alcuni lavori scientifici suggeriscono che i portatori di questa caratteristica possano avere una diversa percezione degli stimoli termici e una maggiore sensibilità agli sbalzi di temperatura.
Tradotto nel linguaggio meno accademico possibile: quando il caldo diventa estremo, non tutti gli organismi reagiscono allo stesso modo.
Naturalmente sarebbe scorretto sostenere che ogni difficoltà accusata da Sinner dipenda da un singolo fattore genetico. Il rendimento di un atleta professionista è il risultato di decine di variabili. Tuttavia la componente biologica aiuta a leggere alcune situazioni che si sono ripetute nel tempo.
Il tennis moderno è anche una sfida climatica. Si gioca sotto il sole di Melbourne a gennaio, nei pomeriggi umidi della Florida, sulle terre roventi di Parigi e Madrid. In certe condizioni, la partita assomiglia più a una prova di sopravvivenza che a un semplice confronto tecnico. E la situazione – con le temperature medie stagionali schizzate alle stelle su base globale – non sembra aver intenzione di migliorare nei prossimi anni.
Per questo gli staff dei grandi giocatori dedicano sempre più energie alla gestione del calore. Reidratazione programmata, integrazione di sali minerali, recupero immediato ai cambi di campo, allenamenti in ambienti particolarmente caldi per favorire l’adattamento fisiologico. Anche il team di Sinner lavora da tempo su questi aspetti, nella consapevolezza che il caldo può diventare un avversario vero e proprio.
Resta però un dato di fondo: l’allenamento può migliorare la risposta dell’organismo, non riscriverne completamente la natura.
Ecco perché il tema continua a interessare medici sportivi e preparatori. In un’epoca in cui le ondate di calore diventano sempre più frequenti e intense, capire come ogni atleta reagisca alle temperature estreme non è una curiosità da laboratorio. Può incidere concretamente sull’andamento di una partita e, a volte, sul risultato finale.
Nel caso di Sinner, più che un alibi, è una chiave di lettura. Utile per spiegare perché, nelle giornate in cui l’aria sembra ferma e il campo restituisce calore come un forno, il numero uno del mondo si trovi talvolta a giocare una partita in più: quella contro il clima.




