La rimonta del diciannovenne brasiliano al Roland Garros conferma una tendenza sempre più evidente: negli Slam, le sconfitte del serbo arrivano ormai tutte per mano dei nati dopo il 2000. Se c’è un simbolo utile a rendere plastico il ricambio generazionale è proprio questo
Per due set Novak Djokovic sembrava avere la situazione sotto controllo. Non brillante come nei giorni migliori, certo, ma comunque padrone del match. Dall’altra parte della rete c’era Joao Fonseca, diciannove anni, uno dei talenti più attesi del tennis mondiale. Un ragazzo che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto accusare il peso del momento.
È andata diversamente.
Con il passare dei game il brasiliano ha preso sempre più campo, sempre più fiducia e sempre più coraggio. Djokovic ha vinto i primi due set, Fonseca gli ha portato via gli altri tre. Alla fine il Philippe-Chatrier ha salutato una delle sorprese più significative di questa prima settimana: 4-6 4-6 6-3 7-5 7-5, con il diciannovenne di Rio de Janeiro capace di eliminare il ventiquattro volte campione Slam, peraltro l’unico campione Slam ancora in gara nel secondo Major stagionale.
La partita racconta molto anche al di là del risultato. Perché, purtroppo per Nole, quella di Fonseca non è un’impresa isolata. Per anni il tennis ha aspettato gli eredi dei Big Three come si aspetta il vino nuovo dopo una grande vendemmia. Alla fine gli eredi sono arrivati davvero. Si chiamano Sinner, Alcaraz e adesso Fonseca. Il primo ha spezzato l’incantesimo australiano di Djokovic nel 2024, il secondo gli ha sottratto due Wimbledon e una finale a Melbourne, il terzo gli ha appena chiuso la porta in faccia a Parigi. Tre nomi, tre annate diverse nella generazione 2000, ma un messaggio comune: il rispetto è rimasto, il timore reverenziale no
Le lost generation di cui da tempo ormai immemore abbiamo perso il conto erano popolate di ragazzotti abituati a prenderle sonoramente, adusi ad entrare in campo con la faccia di chi si aspetta una dura ramanzina dopo aver rotto un vaso in porcellana di Dresda giocando in tinello. Ma i loro colleghi arrivati dopo hanno trovato una situazione diversa. Non hanno conosciuto i Big Three come miti irraggiungibili, ma come avversari in carne e ossa. E affrontano queste sfide con una leggerezza che spesso diventa un vantaggio.
Fonseca lo ha mostrato chiaramente a Parigi.
Dopo due set di difficoltà Joao Meravigliao non ha cambiato atteggiamento, e non si è fatto travolgere dallo sconforto. Ha continuato a spingere con il dritto, a cercare profondità, a prendere l’iniziativa. Djokovic ha provato a gestire la partita con l’esperienza e con la consueta lucidità tattica, ma col passare delle ore il match è diventato sempre più fisico e sempre più favorevole al brasiliano.
Naturalmente sarebbe imprudente parlare di fine. Djokovic ha già smentito troppe volte chi lo considerava al tramonto. Però il Roland Garros lascia una sensazione difficile da ignorare. La nuova generazione non aspetta più il passaggio di consegne. Se lo sta prendendo da sola. E lo splendido match giocato ieri dal brasiliano terribile è soltanto l’ultimo indizio di una storia che il tennis racconta ormai da qualche stagione.




