Perché le Serie sul Tennis stanno diventando tutte uguali? “Rafa”, disponibile su Netflix, chiarisce qualcosa sulla storia di questo grande campione, ma aiuta invece molto a comprendere le recenti evoluzioni del prodotto televisivo legato al tennis. Che non lasciano ben sperare
You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati
Prima, le formalità. “Rafa” è la docuserie in quattro episodi realizzata da Netflix, diretta da Zach Heinzerling, prodotta da Skydance Sports e resa disponibile sulla piattaforma americana dal 29 maggio scorso. Grazie a contributi d’epoca ma soprattutto a riprese originali viene mostrata la vita sportiva e familiare del campione dagli esordi fino al suo ritiro. La struttura drammaturgica prevede un doppio piano narrativo, uno focalizzato sulla prossimità del ritiro, l’altro che si sviluppa lungo tutta la carriera. Netflix non ha rilasciato dati ufficiali sulle visioni, che produce solo in caso di uscite ad alto impatto, e la docuserie non compare fra le Top10 globali. Metacritic a 71/100 e IMdB 8,7/10 confermano le valutazioni giornalistiche, che parlano di prodotto di buona qualità, ma non eccellente, gradito soprattutto dai fan hard-core (tradotto, i super appassionati).
Che barba che noia?
Sgomberiamo il campo subito da un malinteso pericoloso: Rafa non è affatto brutta, come serie. I materiali sono di prima mano, lo sviluppo è lineare ma non banale, i partecipanti – soprattutto la famiglia ma anche i preparatori, Moya e lo Zio Toni, disponibili e spontanei per quanto lo si può essere con intorno un tizio che ti insegue da anni con una telecamera in mano. Insomma, non è noioso e nemmeno mal fatto. Il punto di noia semmai lo si incontra quando ci si rende conto – in capo a pochi minuti – che l’approccio stilistico utilizzato è ancora quello già visto e stravisto dell’apologia del campione.
Si cerca di mostrare tutte le gesta che hanno contribuito a creare il mito, in questo caso, del guerriero che va oltre la sofferenza per raggiungere i propri obiettivi, scontrandosi col mondo, e in parte anche con chi gli vuole bene. Nulla di male, per carità, ma poco interessante. Anche perché delle vicende del maiorchino si sa tutto, ed è quindi difficile restituire allo spettatore valore aggiunto in termini di novità informative sinora sfuggite al setaccio dei media, social o meno. Certo, vedere inquadrato il suo piede sinistro fa davvero impressione, ma non aggiunge nulla a quanto noto, a meno che si sia dei perfetti sconosciuti per il Tennis.

Ed è qui che Netflix secondo me prende una direzione poco coraggiosa, rivolgendosi al mass-market di coloro i quali conoscono poco il nostro sport. Costruiscono la storia – vera, per carità – e la vendono come farebbero per qualsiasi altra serie drama. Può piacere, ma anche non piacere ha chi ha seguito questo assoluto fenomeno negli anni. Soprattutto, è sempre la stessa storia, il viaggio dell’eroe condito in salsa tennistica ha visto diversi protagonisti, ma una sola eccezione: quella di Andy Murray, che in Resurfacing su Prime Video nel 2021 fa vedere davvero come stanno le cose. Infortuni, recuperi dolorosi, rapporti logori quanto i tendini, e niente successo alla fine. That’s life, per gli amanti del genere.
Lo Zio Toni
Come ha preso davvero Rafa la notizia che suo Zio, l’allenatore di una vita, aveva annunciato in una conferenza stampa e senza anticipargliela in alcun modo la sua uscita dal team dopo l’arrivo di coach Moya? Perché le interviste nella serie sono sempre separate? A queste domande, lo vedrete, la serie decide di non rispondere, ed è un vero peccato. Resta però confermato dalle immagini lo stupore di un rapporto che contiene tutto quello che una relazione sportiva può offrire: sofferenza negli allenamenti, abnegazione totale, ricerca del consenso del proprio mentore, insoddisfazione per qualsiasi risultato. Toni dichiara tranquillamente che quando Rafa era ancora bambino lo costringeva ad allenarsi sotto il caldo soffocante di Maiorca vietandogli di bere per la prima ora. Tempra fortificata o crudeltà inutile. Il successo giustifica tutto? Ecco, mi piacerebbe saperlo, ma temo di dover aspettare una serie apocrifa per avere le risposte che cerco.

Infortuni
Vittima al piede sinistro della nota sindrome di Muller-Weiss, forse aggravata dall’attività agonistica specie in giovane età, Nadal combatte per tutta la carriera sia contro gli avversari che con i malanni causati direttamente o indirettamente da questo. Successi alternati a lunghi stop e ritorni che piacciono moltissimo a fan e giornalisti ma che complicano ulteriormente la situazione. E a fine carriera, Rafa racconta di due perforazioni all’intestino causate dall’imponente quantità di antidolorifici assunta nel corso degli anni. Ne è valsa la pena, secondo lui.
Senza il cocktail sofferenza – antidolorifici – voglia di combattere, racconta, gli slam in meno sarebbero stati dieci. Non uno o due, dieci. Apparentemente meno convinti i familiari, moglie in primis, ma nessuno è mai davvero riuscito a metterlo davanti al bivio fra Successo e Salute. Che sia stato un bene o meno lo deciderà il tempo, ma la Serie ancora una volta sceglie di non chiarirlo.
Nole e Roger
Compaiono anche loro, naturalmente, e come al solito quello più interessante da ascoltare è Nole. “Tutti si aspettavano che i tornei li vincessero sempre loro due. Io mi sono solo accertato che non succedesse”. I loro interventi sono confinati agli aspetti sportivi, le partite vinte o perse contro lo spagnolo, ma aiutano comunque a veder delineato il grande pregio del loro ménage à trois: migliorando continuamente, si miglioravano l’un l’altro. Lo stesso che capita sempre, e che sta capitando con Carlito e Jannik, nessun mistero, la Storia (per nostra fortuna) si ripete. E comunque qualcosa sul grande mistero delle relazioni fra di loro compare. Fa capolino quando a Rafa vengono riproposte le imitazioni che di lui faceva Nole, sbuca quando si parla della gara “a chi vince più Slam”. Rispetto formale, ma niente di più, e forse anzi antipatia. Chi lo sa.
Sì o no?
Sì, la serie va vista, specie se si è appassionati di tennis anche se non specificatamente di Nadal. Perché comunque arricchisce le conoscenze che abbiamo del nostro sport e dei suoi protagonisti, anche se ci tiene ancora un po’ lontani dalla realtà delle cose. “Tutti pensavano fossi un vincitore, ma in realtà sono solo una persona”, “Non puoi diventare un campione se non fai cose davvero difficili” e altre affermazioni da cartello di ingresso campo che ascoltiamo nelle quattro puntate ci deludono, ma non troppo, ci accompagnano, ma non ci disturbano, non ci educano, ma ci rassicurano.
Dopo quattro puntate, sappiamo ancora poco di Rafael Nadal e della incredibile persona che è. Intuiamo la sincerità quando spiega che, semplicemente, della moglie si è innamorato giovanissimo e che la ama ora come allora. Sbirciamo la sua tenerezza dalle inquadrature rubate mentre gioca coi suoi figli. Nulla di più, e c’è da dispiacersene. Nulla sul miracolo della sua Accademia, nulla sul fatto che molta gente di Manacor beneficia della sua generosità, nulla sul fatto che risiede in Spagna e ne è il primo contribuente fiscale. Tutte cose che definiscono la persona, non la Leggenda, Sappiamo però moltissimo di come si costruisce nel 2026 una leggenda televisiva. E non sono sicuro si tratti di una buona notizia.
Forse è proprio questo il limite di molte docuserie sportive contemporanee. Celebrano il Trionfo, sfiorano il Disastro ma raramente trattano entrambi come impostori. Alzare la testa sotto la porta di ingresso dei giocatori al Centre Court di Wimbledon per conferme…

You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.




