Dai segreti della cabina di commento al successo nazionalpopolare del tennis italiano: intervista di TennisTalker ad una delle voci più amate di Sky Sport. “Sinner? Un decisionista puro. E quella telecronaca al buio a Madrid…”
Da oltre vent’anni racconta il grande tennis con uno stile inconfondibile, fatto di competenza, ritmo e un profondo rispetto per i silenzi del campo. Giornalista, scrittore e podcaster, Federico Ferrero è uno dei volti e delle voci di punta di Sky Sport Tennis.
Lo abbiamo incontrato per fare il punto sulla sua esperienza nella “grande famiglia” di Sky, sul boom travolgente del tennis in Italia, sulle gioie e i dolori della cabina di commento e sui retroscena del suo ultimo libro dedicato a Jannik Sinner.
L’approdo a Sky
Sei a Sky da poco più di due anni, dopo una lunghissima gavetta iniziata nel 2005. Che impatto ha avuto questa nuova collaborazione sulla tua carriera?
L’opportunità è arrivata alla fine del 2023, dopo una chiacchierata con il direttore Federico Ferri durante le Finals, e ho iniziato a commentare da inizio 2024. Avendo accumulato tanta esperienza alle spalle, compresa la gestione degli imprevisti delle dirette, Sky ha rappresentato un bellissimo punto d’arrivo.
La cosa che mi ha colpito subito è la monumentale struttura che c’è dietro ad ogni evento. Quando Sky copre un torneo, si muove un vero e proprio battaglione di professionisti tra studi, approfondimenti e servizi di supporto. Per me è un’esperienza completa: per anni ho fatto solo cronaca con la voce, mentre ora c’è anche la parte video che un po’ mi mancava.
Il boom del tennis in Italia
Oggi il tennis è in TV 12 mesi su 12. Da disciplina di nicchia è diventato uno sport di massa. Per chi lo racconta e per il pubblico è un vantaggio o c’è il rischio saturazione?
È innegabilmente un vantaggio per tutto il movimento. Ormai a Roma vedi la pallina da tennis persino nelle pubblicità dei farmaci per il mal di testa o delle banche! È diventato lo sport nazionale.
Certo, se vogliamo essere onesti – a rischio di passare per snob – c’è un risvolto della medaglia. Quando una disciplina diventa così popolare, attira una fetta di pubblico che non l’ha mai seguita prima e che pretende di avvicinare il tennis al calcio. Questo porta a dinamiche strane: a volte viene chiesto a noi telecronisti di fare il tifo, un mestiere che semplicemente non ci appartiene.
La grammatica del silenzio
Nel tennis è fondamentale saper dosare la voce. Come si gestisce il rapporto tra il racconto e il silenzio della partita?
Cerco di applicare il più possibile la regola di non parlare quando la palla è in gioco. Fare la radiocronaca del punto in TV non ha senso. Il tennis è fatto di pause e silenzi, è la grammatica del nostro sport. Se ho delle informazioni o dei dati da dare e non ho avuto tempo durante il palleggio di riscaldamento, preferisco inserirli un po’ alla volta tra un game e l’altro. Non capisco perché il telecronista debba chiacchierare proprio mentre il pubblico, giustamente, deve restare in silenzio.
Se parliamo di emozioni, molti ricordano la tua commozione durante la semifinale degli Australian Open tra Federer e Wawrinka di qualche anno fa. Come si bilancia l’imparzialità con il coinvolgimento emotivo?
Di regola, chi fa il mio lavoro dovrebbe cercare di non esprimere troppo le proprie preferenze, per rispetto di chi ascolta. L’imparzialità è fondamentale. In quell’episodio specifico – che spero rimanga un unicum – avevamo davanti Roger Federer che tornava in finale in uno Slam dopo mesi di inattività: mi era sembrato un vero e proprio miracolo sportivo.
Durante la partita credo di aver mantenuto l’obiettività, ma alla fine ho avuto un attimo in cui mi sono lasciato andare. Ero convinto di aver solo pensato una certa frase (Ndr: ‘mi viene da piangere‘), e invece me la sono fatta scappare al microfono! Il peso di Federer nella storia del tennis è innegabile, ma riconosco che sarebbe sempre meglio mantenere un certo distacco.
La sofferenza in telecronaca per Coco Gauff
Esiste una partita o un giocatore che trovi particolarmente difficile o “noioso” da commentare?
Mi faccio subito qualche nemico (ride, ndr). A volte mi capita con alcune partite del circuito femminile. Sono cresciuto professionalmente con i match di Agnieszka Radwańska, che era una specialista nell’andare avanti 5-0 e farsi rimontare subendo diciotto break.
Oggi, ad esempio, le partite di Coco Gauff le subisco quasi fisicamente: soffro per lei. La vedi costruire, distruggere e poi ricostruire in continuazione. Magari gioca mezz’ora perfetta senza sbagliare una palla, e improvvisamente il dritto non supera la metà della rete o serve la seconda quasi da sotto per la tensione. Sono partite in cui è inutile fare ragionamenti tecnico-tattici, perché salta tutto. In quei momenti penso: “È il mio lavoro, devo farlo, ma starei più volentieri da un’altra parte”.
I giocatori che accendono la scintilla
Al contrario, qual è il nome che, quando leggi che ti è stato assegnato per la cronaca, ti fa pensare: “Oggi mi diverto!”?
Nel tennis di oggi è diventato raro assistere a un vero scontro di stili, tra chi attacca e chi difende, perché giocano più o meno tutti in modo simile. Se devo fare dei nomi, dico Joao Fonseca: è uno che cerca continuamente il punto, gioca un tennis spumeggiante e costringe l’avversario a prendere delle contromisure. Le sue partite, quando è in giornata, sono spettacolari.
Poi c’è Lorenzo Musetti. Da lui mi aspetto di vedere tante cose in campo: mi piace la varietà, amo il rovescio ad una mano e mi esalta vedere un tennista che sa usare tutti i tagli, che sa difendersi e attaccare. Certo, nelle giornate in cui si piazza tre metri dietro la linea di fondo a palleggiare, mi diverte un po’ meno!
La telecronaca al buio
Parlando di imprevisti, l’anno scorso a Madrid hai commentato al buio il match tra Arnaldi e Dzumhur insieme a Raffaella Reggi. Ci racconti l’episodio?
Ci fu un blackout che colpì gran parte di Madrid. Le immagini sparirono, sostituite da un’inquadratura fissa dall’esterno. Stavamo per cedere la linea alla regia per mandare una replica, quando ho sentito in cuffia l’audio di un microfono rimasto acceso a bordocampo. I tabelloni ufficiali davano i match sospesi, ma loro stavano ancora giocando!
Visto che nessuno mi diceva di staccare, ho deciso di andare avanti affidandomi esclusivamente ai suoni. Tutte le mie informazioni derivavano da quel singolo microfono. Sentivo il punteggio annunciato dal giudice di sedia, ma per il resto dovevo immaginare la scena. Ovviamente non potevo descrivere ogni singolo colpo, ma l’audio regalava comunque degli indizi preziosi.
Ricordo in particolare due scambi. Nel primo, ho intuito che Matteo Arnaldi fosse sceso a rete: Damir Dzumhur ha tentato il passante e l’azzurro ha giocato la volée. Ho dedotto che l’avesse sbagliata perché non è arrivata nessuna chiamata di “out” e il pubblico ha reagito con un brusio di delusione. Era il 30 pari dell’ultimo game.
Subito dopo, Arnaldi ha chiuso il punto in due colpi. Ho riconosciuto il suono del servizio, a mio avviso uno slice, anche perché in quel frangente sarebbe stata la scelta tattica più intelligente. Ho letteralmente visualizzato una battuta a uscire sul dritto di Dzumhur e il vincente piazzato con il colpo successivo.
Sul match point l’occhio di falco era ovviamente fuori uso. Ad un certo punto ho sentito il rumore dei passi sulla scaletta del giudice di sedia, Lahyani, e ho pensato: “Sta scendendo a verificare il segno”. Terminato il controllo, ancor prima che arbitro annunciasse il punteggio, è esploso il boato del pubblico. In quel momento ho avuto la certezza: Arnaldi aveva vinto.
Sinner: “È un decisionista”
Parliamo del tuo ultimo libro “Jannik Sinner. 8 km” scritto a quattro mani con Federico Mariani. Cosa rappresentano quegli 8 chilometri del titolo?
Rappresentano la distanza tra San Candido e il confine con l’Austria. Scherzando tra noi autori, abbiamo detto che finalmente per una volta la cicogna ha posato il fagotto in Italia. Per tanti anni abbiamo visto nascere fenomeni in Svizzera, Austria, Balcani e Francia. Per soli 8 km è poi toccato a noi. È stata la scusa perfetta per raccontare la genesi improbabile di un campione in un territorio dove è più facile nascere con gli sci ai piedi che con una racchetta in mano.
Nel libro si parla anche di zone grigie di Sinner, o lui è davvero perfetto come sembra?
Più che “zone grigie”, abbiamo voluto evitare l’effetto agiografia, non volevamo farne un santo. Jannik ha degli spigoli: è un decisionista puro: da ragazzino ha deciso di sradicarsi dall’Alto Adige per andare in Liguria, senza conoscere nessuno; ha lasciato Riccardo Piatti, lanciandosi nel vuoto, a inizio stagione quando era già in rampa di lancio; nel recente “caso Clostebol” ha tagliato subito i ponti con il preparatore e il fisioterapista, infischiandosene delle polemiche, per poi anche riassumere proprio chi era stato parte in causa.
Ha una priorità in testa e lui tira dritto. Non è un tipo accomodante, e questa sua freddezza decisionale può farlo apparire meno empatico, ma è il tratto fondamentale del suo successo.
C’è il rischio di assuefazione alle sue vittorie, sminuendo gli altri italiani?
Sì, ed è un rischio che noi addetti ai lavori dobbiamo combattere. Se guardiamo cosa succede dietro a Sinner, capiamo che non bisogna normalizzare i suoi traguardi. Giocatori fortissimi come Musetti, Berrettini, Arnaldi o Cobolli hanno alti e bassi. La “difficoltà” di Sinner oggi è andare sotto 4-1 per poi rimontare e battere un top 10. Quello che sta facendo non ha precedenti: ha scavato un fossato con la concorrenza.
Il Ferrero giocatore: “Sono un ottimo bluff”
Un’ultima curiosità: so che in passato hai fatto qualche torneo di tennis. Riesci ancora a trovare il tempo per scendere in campo?
Ho sempre avuto un rapporto di amore/odio con il tennis giocato. Mi allenavo con la squadra di terza categoria del mio circolo e me la cavavo bene, ma detestavo la competizione. Nei pochi tornei che ho provato a fare, mettevo a segno 28 doppi falli in due set per la tensione! Però ho un vantaggio rispetto ad altri colleghi: se mi vedi palleggiare, sembro forte. Sono un grande bluff. So colpire la palla, ma giocare a tennis – quello vero – è tutta un’altra cosa.




