Quiet, Please!

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Sono iniziate le due settimane più importanti dell’anno per gli appassionati di tennis, ed è giusto e legittimo parlarne anche in YCBS. Ma lo faremo riflettendo su un aspetto del tennis che sfugge ma che è importante, che amiamo ma che stiamo perdendo. In silenzio

You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati

La scorsa settimana mi è successa una cosa strana. Ero in palestra, seguito dal mio compassionevole Personal Trainer nella consueta sessione di volenteroso quanto sfiduciante confronto con pesi e circuiti, quando la mia attenzione è stata attirata da un quadro alquanto sorprendente. In una sala della palestra, con le luci attenuate, giacevano una dozzina di persone. Giacevano è un termine quantomai appropriato da usare, perché queste persone erano sdraiate, affiancate da una borraccia, con la mascherina paraluce sugli occhi e una copertina addosso. E dormivano. Lo chiamano Bagno Sonoro, o Sound Bath, e consiste in un’esperienza di rilassamento profondo in cui si resta sdraiati mentre si ascoltano le vibrazioni armoniche di gong, campane tibetane, diapason o altri strumenti sonori.

Non è una terapia medica, ma molte persone lo utilizzano come pratica di benessere per favorire calma, recupero mentale e rilascio delle tensioni quotidiane. Ammetto che all’inizio la bizzarria della situazione (dodici silenti contorniati da centododici ansimanti) mi ha strappato un sorriso. Ma poi, grazie agli oscuri e imperscrutabili meccanismi che pervadono le strane menti di noi tennisti, mi son reso conto che al netto di gong vibrazioni e campane, il quadro di insieme mi ricordava … Wimbledon. E non a caso.

È di nuovo Natale

Per gli appassionati di tennis sono cominciate le due settimane più attese dell’anno. Qualcuno le definirà il Mondiale del tennis, altri il tempio della racchetta, ma la definizione che continuo a preferire è un’altra: Wimbledon è il Natale del tennis. Questo perché, come tutte le grandi ricorrenze, rappresenta principalmente un rito, e poi un evento. Ogni anno ritroviamo le stesse immagini, gli stessi colori, le stesse discussioni e spesso anche gli stessi personaggi, come l’adorabile sempiterna Billie Jean King.

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C’è l’inglese che viene indicato come possibile sorpresa e che puntualmente si ferma prima del previsto (a proposito, ciao ciao Katie Boulter), l’ex campione che ricorda con nostalgia quando l’erba era davvero veloce, l’immancabile dibattito sulle fragole con la panna, il cronista che insegue il campione alla ricerca di una dichiarazione scontata ma pubblicabile. Tutto questo è molto rassicurante; come a Natale nessuno pretende di essere sorpreso dal presepe, a Church Road tutti ci tengono a vedere più o meno le stesse cose.

Anch’io, come tutti, ho le mie aspettative e i miei sentimentalismi. Uno su tutti, proprio quello che mi ha immobilizzato davanti ai beati dormienti della palestra, e che mi ha proiettato con la mente sui campi verdi del Tempio che neanche il critico gastronomico Anton Ego quando assaggia la ratatouille di Rémy e si trova immerso nei sapori della sua infanzia, nel meraviglioso cartone animato (vi piaccia o no, noi X-Gen li chiamiamo ancora così) della Pixar.

Non succede immediatamente, ma succede sempre. Nei primi minuti sono troppo occupato a ritrovare il Centrale, il verde perfetto dell’erba, le divise bianche e quell’atmosfera che nessun altro torneo è mai riuscito a riprodurre. Poi, all’improvviso, realizzo che sto ritrovando quello che realmente ho perduto per più di un anno, in campo e anche fuori: il silenzio.

Un po’ di rispetto

Naturalmente non si tratta del silenzio assoluto. Gli spettatori applaudono, i bambini piangono, qualcuno tossisce sempre nel momento meno opportuno e il giudice di sedia continua a ripeterci con inflessibile puntualità il suo Quiet Please. È un altro tipo di silenzio, molto più raro e prezioso di questi tempi. È il silenzio di un luogo nel quale nessuno sembra sentire l’urgenza di riempire ogni pausa. È una caratteristica apparentemente insignificante, ma provate a farci caso. Fra un game e l’altro non parte una playlist con una potenza a livelli da demenza acustica accuratamente selezionata da qualche consulente di marketing convinto che il pubblico, lasciato solo con i propri pensieri per venticinque secondi, possa sviluppare irreversibili forme di ritardo mentale.

Fra un incontro e l’altro non c’è uno speaker che trasforma ogni presentazione in un’esibizione da villaggio turistico degna di Fiorello, e la cartellonistica di fondo campo non irrompe a ogni maledetto break-point per ricordarci quello che già sappiamo, che appunto c’è un break point (sembra ridicolo, ma se mi serve qualcuno che mi ricordi che c’è un break-point, vuol dire che la partita non la sto seguendo). Persino gli sponsor sembrano accettare, con sorprendente disciplina, l’idea di non essere gli unici che contano nell’evento e rinunciano al guerrilla marketing lasciandoti in pace mentre cerchi di goderti il servizio slice di Nole.

Quiet please

Un’epoca assordante

Viviamo in un’epoca nella quale il silenzio è diventato quasi un errore di progettazione. Entriamo in ascensore accompagnati da una musica rilassante che nessuno ha mai richiesto, facciamo rifornimento mentre una voce ci invita ad acquistare la brioche del giorno, attendiamo al telefono ascoltando melodie che dovrebbero rendere più piacevoli venti minuti di attesa e, se per qualche secondo non sentiamo nulla, la prima reazione è controllare se il telefono abbia perso il collegamento Bluetooth. È come se avessimo progressivamente maturato la convinzione che il vuoto rappresenti un pericolo e che qualsiasi intervallo debba essere riempito con qualcosa. In campo e fuori.

Wimbledon, invece, continua ostinatamente a sostenere la tesi opposta. Sembra dirci che il tennis, quando è davvero tennis, non abbia bisogno di essere accompagnato da una colonna sonora. Che uno scambio straordinario possa tranquillamente sopravvivere senza essere seguito da un ritornello estivo e che il pubblico sia perfettamente in grado di attendere il game successivo senza essere continuamente stimolato.

Più che uno slam

Forse è proprio questa la differenza più profonda di Wimbledon rispetto agli altri Slam. Se ci pensiamo bene, ognuno di essi sembra avere individuato un protagonista diverso. Agli US Open il centro della scena è occupato dallo spettacolo, che a New York diventa parte integrante dell’evento; agli Australian Open si ha spesso l’impressione che la priorità sia offrire allo spettatore la migliore esperienza possibile, anche al di fuori del campo; il Roland Garros continua invece a raccontare una certa idea di eleganza, di mondanità e di stile francese, trasformando il torneo in qualcosa che supera il semplice evento sportivo.

Wimbledon, al contrario, continua a comportarsi come se tutto il resto fosse accessorio e come se il vero protagonista dovesse rimanere il tennis. Naturalmente anche il torneo londinese è cambiato. Il Centre Court ha il tetto, la tecnologia è ovunque, gli sponsor sono molti di più rispetto al passato e nessuno potrebbe seriamente sostenere che il professionismo si sia fermato agli anni Sessanta. Tuttavia, rimane la sensazione che gli organizzatori continuino a distinguere con una certa lucidità ciò che è essenziale da ciò che è semplicemente utile. È una differenza sottile, ma decisiva.

Chiudi quella maledetta boccaccia

Qui andiamo sul personale, nel senso che ci tengo a esprimere un concetto che so già mi attirerà qualche critica. Ma tant’è. Ora, voglio dire che a mio giudizio la congiura contro il silenzio della quale abbiamo parlato si sta pericolosamente alleando con la cultura del Marchese del Grillo per trasformare il Tennis di tutti i giorni in una corrida senza Amadeus a regolarla. Mi spiego con un esempio.

Non molto tempo fa, sotto un pallone pressostatico in quel di Milano, era inverno, incrociavo la racchetta con un avversario molto educato. Il match era equilibrato, e la concentrazione altissima. Non altrettanto poteva dirsi del campo attiguo, malauguratamente coperto dallo stesso pallone, in cui due giocatori vivevano la loro partita alla stregua di una rimpatriata in birreria al ventennale dall’esame di maturità. Urla, commenti a ogni punto, punti chiamati uno per uno a voce alta, grugniti di accompagnamento al colpo degni della Sharapova nei suoi giorni migliori.

Chi mi conosce sa che la mia soglia di tolleranza in queste situazioni è inferiore a quella di Rudy Giuliani a New York negli anni Ottanta. Chiedo ai due gentiluomini di abbassare i toni, e ne ricavo una risposta che a suo tempo è misura dei tempi e dimostrazione della mia metafora: “io sul campo faccio quello che voglio”. Una versione in braghe corte del “Io so io, e voi non siete un … “appunto del Marchese del Grillo, nella magistrale interpretazione di Alberto Sordi.

Quiet please

È finita male, in quell’occasione, e per eleganza non entro nei dettagli, ma ci tengo a sottolineare una cosa che sintetizza un pensiero degno di Wimbledon e per il quale chiamo tutti i veri appassionati a una crociata riparatrice: “IL TENNIS SI GIOCA IN SILENZIO, SENZA SE E SENZA MA”, sia per rispetto del prossimo, sia perché per giocare bene serve concentrazione. Se si cercano urla e le sghignazzate, parafrasando il famoso arbitro di rugby, ci sono altri sport cui indirizzarsi.

Globalizzazione e come evitarla

Un altro pensiero mi tormenta. Negli ultimi vent’anni abbiamo altresì assistito a un progressivo avvicinamento delle superfici. L’erba è diventata meno veloce, la terra meno estrema, il cemento sempre più simile a sé stesso indipendentemente dalla latitudine. Il risultato è stato un tennis più uniforme, probabilmente più equilibrato e certamente più adatto ai grandi campioni contemporanei. Ma meno divertente e sorprendente. Succederà la stessa cosa col silenzio?

La domanda è se, insieme alle superfici, finiranno per uniformarsi anche le esperienze.

Se tutti gli Slam inseguiranno lo stesso modello di intrattenimento, la stessa musica, lo stesso modo di coinvolgere il pubblico, la stessa ricerca ossessiva dell’animazione continua, il rischio sarà quello di perdere proprio le caratteristiche che li rendono unici. Sarebbe un paradosso curioso: dopo avere impiegato oltre un secolo per costruire quattro personalità così diverse, il tennis potrebbe decidere di renderle progressivamente indistinguibili. Appunto, come le superfici.

Forse questo non accadrà mai. Me lo auguro. Perché, nel caso, quel giorno mi siederò davanti alla televisione e avrò l’impressione che mi manchi qualcosa. E tremo al pensiero di vedere la Principessa del Galles consegnare la coppa al vincitore del singolare maschile ballando con lui qualche passo di lambada, con addosso la maglietta di uno sponsor proteico e ripresa dai Maxischermi che hanno preso il posto di un intero settore dello stadio.

È solo un incubo, ma facciamo in modo che non si avveri. Peraltro col silenzio, è dimostrato, ci si addormenta anche meglio.         

YCBS-Paolo Porrati


You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.

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