L’epifania degli Internazionali d’Italia è ormai iniziata, e per i prossimi tredici giorni l’attenzione di tutti noi appassionati sarà giustamente consacrata alle gesta sportive dei nostri giocatori preferiti. Rispettosamente, la nostra piccola rubrica si fa piccina piccina per due martedì di fila, desiderosa di non rubare tempo ma non per questo meno maliziosa
You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati
Siamo felici, quando giochiamo a tennis o quando lo guardiamo? E soprattutto, siamo davvero noi stessi quando siamo dentro il tennis, oppure ci stiamo semplicemente conformando allo spirito dei tempi, senza neanche accorgercene. Prima che il Rosso e il Russo calchino la sacra Terra del Centrale, proviamo a essere onesti.
Il Professore
Nel celeberrimo film del 1989 diretto da Peter Weir e interpretato da uno straordinario Robin Williams, l'”attimo” del titolo rappresenta il momento presente, quello in cui si decide di essere davvero qualcosa. Non dura molto, non torna indietro, e soprattutto non aspetta. Nel film i ragazzi vivono in un ambiente rigido, conformista e soffocante, e il Professor Keating li invita a pensare con la propria testa, a non rimandare i sogni.
L’“attimo fuggente” è quindi la giovinezza, la libertà di scegliere chi essere, il coraggio di seguire la propria voce interiore prima che le convenzioni la soffochino. Ora, tralasciando con eleganza il fatto che il titolo originale era diverso (Dead Poets Society) e che il messaggio sotteso lo era ancora di più (vivere secondo ciò che per noi ha senso), l’idea della coerenza con sé stessi applicata al tennis ha stimolato in me alcune brevi riflessioni, che vi propongo.
La corazzata Potemkin e il peso della penitenza
Da tempo ho il sospetto che l’ascesa del nostro passatempo a sport globale abbia precipitato più o meno inconsapevolmente tutti noi appassionati in un presente piuttosto vischioso fatto di buoni sentimenti, positività, narrazioni propositive dove ogni infortunio è una splendida occasione per affinare la resilienza e una sconfitta l’inevitabile trampolino per una futura rivincita. Complice divertito di questa deriva è sicuramente l’ambiente stesso del tennis, molto abile a monetizzare sotto forma di contratti, sponsorizzazioni e visualizzazioni ogni reazione del pubblico a qualsivoglia elemento prodotto, e altrettanto scaltro nello sfruttare ogni forma di dissenso, inglobandola nella già menzionata valorizzazione economica.
Risultato: chiunque provi ad alzarsi in piedi oggi sollevando la mano in un contesto tennistico fisico o virtuale per gridare “il rovescio di Sinner fa schifo“ (citazione modificata dall’algoritmo…) non va incontro a novantadue minuti di applausi come Fantozzi dopo la sua recensione de “La corazzata Potemkin”, quanto piuttosto a un percorso penitenziale come quello di Robert De Niro in “The mission” (risalire una cascata nella giungla con un enorme fascio di racchette borsoni e manicotti da braccio – al posto delle armi e armature del personaggio Rodrigo Mendoza) legato in vita. Tutto molto bello, ma alquanto noioso.

Guardati, ma come fai a vincere?
Ora, non si può pretendere di tornare ai tempi in cui Nastase metteva un gatto nero nel fodero di Adriano Panatta proprio al Foro Italico, suscitando nel pubblico ovazioni e divertimento piuttosto che indignazione. Quella è acqua passata, altri tempi. E non si può neanche far finta di non sapere che i campioni attuali sono di fatto disumanizzati, nel senso che tutto quello che fanno e dicono non è frutto della loro personalità umana quanto piuttosto il risultato tecnico della valutazione professionale del team che li circonda, PR e ghost-writers in primis. Ma Santo Cielo, una spruzzata del buon vecchio stile ogni tanto non guasterebbe.
Assuefatti al woke tennistico, ci scandalizziamo vedendo Medvedev frantumare la racchetta al suolo come se non ci fosse un domani, per poi intenerirci quando subito dopo la depone, educato, nel cestino della spazzatura. Sarà almeno stato il sacchetto dell’indifferenziato?

Ecco io invece lo stesso Medvedev lo preferisco quando fa il gesto dello sbadiglio al giovane Sinner durante il cambio campo a Vienna nel 2020. Mi dà più gusto, mi pare più vicino all’essenza vera del tennis, che come sappiamo in fin dei conti é lo Sport del Diavolo. Pensate alla bellezza del gesto, alla sua purezza, al distillato di cattiveria che emana e alla sua brutale sincerità. Prima della Finale del Roland Garros, negli spogliatoi, Panatta racconta di aver portato il suo avversario Solomon (che chiamava “il sorcio”) davanti allo specchio e di avergli detto (ndr Solomon era bassettino e tarchiato, Adriano alto e piacente): “guardati, ma come fai a vincere?”. Altro stile, altri tempi. E anche altri esiti, Adriano vince la finale, Danil col Rosso da allora non vince più.
Chiedimi se sono felice
Di Danil e Adriano mi piace quindi in misura diversa la capacità di essere fuori dal coro, di preferire l’istinto e la sincerità anche quando si parla di tennis. In pratica, di essere sé stessi. È una cosa che mi piace, che mi riguarda sia che giochi sia che guardi una partita. Tocca i temi dell’Attimo Fuggente, del pensare con la propria testa e di non lasciarsi condizionare. E quando succede, quando vedo questo spirito emergere in me come in Bublik o Moutet, mi sento felice.
Se anche per voi è lo stesso, allora vi auguro un Foro italico ricco non solo di partite femminili e maschili splendide, ma di episodi “carogna” come quelli dei tempi di Adriano ma che accadranno oggi e che vi verranno raccontati magari fra un po’ di tempo, quando i campioni di oggi lasceranno il campo e si trasformeranno nei narratori dei propri tempi. E vi auguro soprattutto un discorso finale del vincitore – chiunque esso sia – che non sia la stanca ripetizione della medesima litania “faccio i complimenti al mio avversario per il suo splendido lavoro e ringrazio il mio team per avermi sostenuto”, bensì un meraviglioso “Beh, in realtà oggi le palle mi stavano tutte dentro, senza un motivo”.
Adriano Panatta, Foro Italico, 1976

You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.




