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Un tennis da Festival!

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Dall’entrata per le comparse, al Red Carpet di Venezia. Guida ragionata al passaggio del Tennis da accessorio a protagonista della settima arte

You Cannot Be Serious – a cura di Paolo Porrati

Siamo in Italia nel 1989: Felice, un ragazzo di 13 anni cresciuto sotto l’esigente perimetro del padre tennista, si appresta a partecipare ai tornei nazionali. Per allenarlo, la famiglia assume Raul “The Cat” Gatti, ex campione decaduto, afflitto da un passato turbolento e poco affidabile. In un road-movie lungo la costa italiana, tra partite, sbornie, bizzarre lezioni e difficoltà personali, Felice impara ad attaccare in campo… e nella vita. Raul, a sua volta, ritrova uno spiraglio di redenzione attraverso il rapporto con il ragazzo. Nel ruolo di protagonista, come potrebbe essere diversamente, Pierfrancesco Favino, mentre alla regia c’è Andrea Di Stefano, che lo aveva già diretto nell’ottimo “L’ultima notte di Amore”.

Si tratta di “My Tennis Maestro”, già distribuito all’estero e presentato all’ottantaduesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, all’interno della categoria Fuori Concorso. The Guardian, Cineuropa, Blog Microspia e Letterboxd danno recensioni più che discrete dell’opera, che sicuramente mi precipiterò a vedere, ma non è di questo che voglio parlare in quest’articolo.

Mi interessa piuttosto la definitiva consacrazione – si potrebbe usare il termine “sdoganamento” del tennis come fonte di ispirazione e narrazione per il mondo cinematografico. Un processo ormai impetuoso e davvero impensabile fino a pochi anni fa, quando Match Point di Woody Allen era l’unica opera del grande schermo ad aver colto uno – e solo uno – dei moltissimi spunti intellettuali che il nostro sport può proporre e che meriterebbero uno sviluppo narrativo sullo schermo.

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Lo stesso My Tennis Maestro non li coglie, focalizzandosi su una storia di apprendimento e redenzione vista mille volte, ma tant’è, lo vedremo, come è il caso di dire. Così, unendo due delle mie passioni, ho pensato di proporvi una piccola guida delle occasioni per vedere il tennis trattato come Film, Serie Televisiva o Documentario, secondo prospettive drammaturgiche o reportistiche a seconda dei casi, il tutto in rigoroso ordine casuale. Unirò anche dei pareri, per quanto ho visto, del tutto arbitrari e per questo forse più interessanti, frutto di una cinefilia personale da circa diecimila visioni complessive

Lungometraggi, che passione

Luca Guadagnino nel 2024 sfonda il muro dell’ostracismo tennistico, e un po’ furbescamente trascina la bellissima Zendaya in un vortice amoroso nell’ambiente dei tornei Challenger. Buona la resa sportiva, anche grazie al coinvolgimento fra i consulenti di ottimi professionisti italiani fra i quali Flavio Cipolla, forse un po’ meno l’intreccio da romanzo rosa (vedi discorso precedente). Da ricordare e discutere il finale, sospeso – è il caso di dire – fra manga e realtà.  

Di altra caratura King Richard (2021) con un Will Smith ante damnatio memoriae e la regia di Reinaldo Marcus Green. Storia romanzata e parecchio ingentilita del piano di Richard Williams per il successo dele figlie Venus e Serena. Sei nomination agli Oscar, vittoria come Miglior Attore protagonista per Smith (e alla cerimonia sappiamo com’è andata); quasi quaranta milioni di dollari al box office. Bel film, non c’è che dire, godibile come solo i biopic a stelle e strisce sanno essere, molto credibile nella parte tecnica, assolutamente da vedere.

Nel 2017, un po’ prima, erano approdati in sala due ottimi titoli da non perdere, che testimoniano la capacità delle major di fiutare in anticipo il filone vincente, in questo caso il tennis: Borg vs McEnroe, con Shia LeBeouf in un convincente John e un impressionante Sverrir Gudnason in quelle di Bjorn. Molto ben resa la parte storica di quella che per tutta una generazione di boomers è stata una vicenda sportiva che ha segnato un prima e un dopo nella storia del Tennis come quella della finale di Wimbledon.

Stesso anno, sempre targa USA per Battle of sexes, con Emma Stone nei panni di Billie Jean King e uno dei miei preferiti – Steve Carrell – in quelli del leggendario Bobby Riggs. Se a quell’epoca le miniserie fossero già esistite, ne sarebbe uscito qualcosa di fenomenale perché la storia del baraccone messo in piedi da Riggs, ex vincitore di Wimbledon e scommettitore incallito, ha dell’incredibile e andava raccontata. Nota personale: per l’ennesimo remake della sfida fra sessi di cui si parla in questi giorni, vagheggio di Brie Larson nei panni di Aryna Sabalenka. Per il ruolo di Nick Kyrgios sono invece indeciso fra Adam Sandler (secondo me però è troppo bravo) e … il Gabibbo.

A ritroso, poca roba. Piuttosto ridicoli Kirsten Dunst e Paul Bettany in un Wimbledon (2004) ridotto a teatrino di film maldestramente sentimentale (che spreco) e con le parti tennistiche al limite del ridicolo.

Encomiabile Vanessa Redgrave nei panni di Renée Richards, altra storia sensazionale, in Second Serve del 1986, esilarante Andy Samberg nel mockumentary su 7 days in hell del 2015 su una partita di Wimbledon che dura sette giorni, e ovviamente imperdibile l’annata 2005 di Match point con Jonathan Rhys Meyers e Scarlett Johansson diretti da Woody Allen.

Ma, a sorpresa, sulla vetta del miglior film sul tennis a mio avviso c’è per ora a un film francese passato immeritatamente quasi inosservato, e disponibile su Netflix. Le cinquième set unisce a una trama non scontata che scava nei meandri del fallimento e della riscossa delle scene di gioco ambientate al Roland Garros praticamente perfette e un Alex Lutz protagonista che entrerebbe – sarebbe entrato – in tabellone in diversi Challenger se non addirittura nei 250. Imperdibile, fatelo vedere ai parenti, nelle scuole tennis, dove volete ma non perdetevelo, se amate lo sport con la racchetta.

Documentari e Miniserie: molto più che semplici racconti

Qui il panorama è più nutrito, specie ultimamente, ma bisogna fare dei distinguo. Non amo, e per questo evito di recensire, le serie auto-promozionali, quelle cioè come Break Point che hanno evidenti fini proselitistici (l’unica cosa che ho imparato guardandola è che Berrettini e la Tomljanovic come coppia non avevano nessuna speranza di durare: bastava guardare le condizioni della loro stanza d’albergo).

Un po’ più interessanti quelle che avvicinandosi alla vita dei giocatori ci permettono di sviluppare una nostra opinione. Come Naomi Osaka e A mi manera. Nel primo caso, ironia della sorte o sfortuna, la serie preconizza gli eventi successivi della vita di questa ragazza, permettendoci di capire il legame fra l’abisso di impegni che l’aveva inghiottita dopo la vittoria agli US Open, e quello che l’ha fagocitata dopo.

Con Alcaraz invece, si ha un ottimo caleidoscopio del tennis visto dalla NextGen, e il rapporto con l’impegno esclusivo richiesto da questo sport e quello che l’atleta di vertice odierno intende invece mettere a disposizione. Le espressioni di Juan Carlos Ferrero quando lo intervistano sulla dedizione di Carlito al lavoro valgono l’intera visione. Attenzione però, le cose cambiano, e lo spagnolo ne ha dato una bella dimostrazione al nostro Jannik domenica sera.

Tornando alle Serie, se si vuole qualcosa di serio, qualcosa che racconti illustri e faccia riflettere, se si vuole andare oltre e capire ancora meglio come il tennis e la vita si intreccino in maniera affascinante e difficile, i miei preferiti sono i seguenti: Andy Murray: resurfacing del 2019, Untold: breaking point del 2019, McEnroe del 2022 e Federer: twelve final days del 2022.

Nel primo caso, la serie racconta la discesa agli inferi dello scozzese per l’infortunio all’anca, la lotta disperata sua e della sua famiglia per recuperare, la sconfitta i nuovi tentativi e il successo finale del dolore. Una lezione di vita davvero educativa, specie alla luce di quanto Andy sta facendo ora.

Mardy Fish ebbe un crollo totale giusto prima di incontrare Roger Federer a Flushing Meadows, per la partita più importante della sua vita. Un racconto sull’ansia e sulla salute mentale che tocca il tennis ma anche il cuore di chi ne ha sofferto o ne ha visto soffrire.

Breaking point e non Break Point, il titolo più bello trovato sinora. John raccontato da John, sullo sfondo di una New York notturna e solitaria, è una visione da non perdere e racconta la persona finalmente oltre il personaggio. Ammetto che in una rubrica che si intitola “You cannot be serious”, un riferimento a McEnroe non poteva proprio mancare.

Come finisce i suoi giorni (tennistici) una star mondiale? Le lacrime sono concesse a una divinità, specie se circondata da amici e colleghi? È quanto si scopre con Roger, e soprattutto con la moglie Mirka, nel racconto di quello che lo ha portato a salutare il tennis alla Laver Cup del 2022. Insomma, tante cose da vedere, ma dipende molto da cosa si cerca: intrattenimento, conoscenza o ispirazione. In fondo, non è quello che accade in ogni partita di tennis?

E ora, cosa ci aspetta?

In attesa che la grandinata di apparizioni pubblicitarie di Jannik Sinner si trasformi in (almeno) una miniserie (la storia del ragazzo peraltro ben si presta, fra infanzia lontana da casa, mentori abbandonati e ascesa inarrestabile), vediamo cosa bolle in pentola nell’industria cinematografica, saldamente intenzionata – e interessata – a sfruttare appieno il momento di interesse globale collegato al nostro sport.

L’anticipazione più succulenta riguarda Carrie Soto is back, adattamento per Netflix dell’omonimo romanzo di Taylor Jenkins Reid, che vede Serena Williams executive producer.

La trama, che assolutamente non ha proprio nulla a che fare con Serena – come da lei dichiarato – racconta la storia di un’ex tennista leggendaria, ritiratasi dopo aver vinto venti Slam, che vede un’altra tennista eguagliare il suo record. A 37 anni, quindi, decide di ristabilire le distanze prendendosi il titolo mancante, e per farlo accetta l’aiuto dell’ex-fiamma e collega Bowe Huntley Non si sa ancora nulla degli interpreti, ma per quanto riguarda la vittoria nello Slam sospetto che nella finzione le cose andranno meglio che nella realtà…

The second set, appena uscito in USA su TubiTV, riprende il ritorno al tennis di Naomi Osaka dopo la maternità, cercando di fornire un ritratto emotivamente profondo della giocatrice. Speriamo le porti meglio del primo.

Per finire, Tennis Hall of Fame, racconta la carriera dei protagonisti del tennis, fra i quali Maria Sharapova e i fratelli Bryan, condividendo le loro storie dai primi passi alle vette. Il rischio autocelebrativo mi pare elevato, ma vedremo.

Non citati perché non ancora visti (da me), ma non per questo forse meno interessanti, Citizen Ashe, documentario del 2021 che racconta la vita del tennista americano, la cui importanza storica va ben oltre il nostro sport; Boom Boom – The World vs Boris Becker del 2023, per un accesso esclusivo ai suoi anni più controversi, fino a poco prima del suo attuale approdo milanese. Ballkids del 2025 documentario di 65 minuti sulla drammatica selezione dei raccattapalle agli AO. E per finire Fifteen Love, serie Amazon del 2023, in cui una giovane giocatrice, ex promessa del tennis, accusa il suo allenatore – con cui aveva raggiunto la semifinale al Roland Garros – di abusi.

Concludendo: purché se ne parli … ops, veda

Molti titoli, molti tipi di offerta, tanti spunti per parlare del nostro sport colti dall’industria cinematografiche. C’è davvero di che sfregarsi le mani per noi appassionati. Per cui, sediamoci sul divano, il telecomando in una mano e la racchetta nell’altra, e lasciamo che per una volta siano gli altri, attori e registi, a guardarci dall’altra parte dello schermo per capire se sono riusciti davvero a carpire un pezzettino almeno dell’Anima vera del nostro sport. Buona fortuna!

YCBS-Paolo Porrati


You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.

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