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Welcome to the Olympics

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Approfittiamo dello spirito olimpico di queste bellissime giornate sportive per un breve excursus sul rapporto fra il nostro sport e i Giochi, fra passioni divoranti, indifferenze clamorose, pentimenti tardivi e buchi neri sessantennali

You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati

La sfida tra Tennis e Giochi Olimpici non è mai stata un incontro regolare, o continuo: assomiglia piuttosto a una partita di un torneo all’aperto, d’estate. Appassionante ma imprevedibile e soprattutto soggetta a interruzioni continue per pioggia. Eppure, oggi l’oro olimpico è tornato a contare. E molto.

In principio era il Tennis

In origine, ai Giochi, il tennis c’é eccome nel programma Olimpico. A Parigi 1900 si gioca su terra, con tornei maschili, femminili e di doppio misto. Il tennis è allora sport “naturale” per l’Olimpiade, frequentato da gentiluomini (e gentildonne) con racchette di legno, e regolamenti ancora fluidi. Vincono Reginald Doherty e Charlotte Cooper, che diventa by-the-way la prima donna campionessa olimpica individuale della storia, non solo nel tennis. Un primato che oggi passa spesso sotto silenzio.

La racchetta è poi presente anche nel 1904, 1908 e 1912, fino all’ultimo atto della prima era: Parigi 1924. Trionfano Vincent Richards ed Helen WillisWills, che è già una leggenda vivente, vincere l’oro olimpico per lei é una doverosa formalità.

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Nessuno però sospetta che quello sia l’ultimo atto prima di un lunghissimo addio, col tennis che sparisce dal programma olimpico per quarantaquattro anni. La frattura che porta alla rimozione è al tempo stesso ideologica e comprensibile, per quei tempi. Il CIO difende il dilettantismo, mentre il tennis imbocca – sia pure a strappi con difficoltà – la strada del professionismo. Le federazioni litigano, il calendario ATP/WTA (ancora embrionale) è incompatibile con la programmazione olimpica. E questo porta a un’assenza clamorosa per uno sport globale.

Il rientro è graduale e prudente. Ai Giochi Olimpici di Città del Messico 1968 il tennis è sport dimostrativo. È un test: pubblico curioso, campioni presenti, ma nessuna medaglia in palio. Il CIO osserva, il tennis attende. Poi una nuova scomparsa dai programmi fino a Los Angeles 1984, di nuovo dimostrativo.

Il grande ritorno è a Seoul 1988, i giocatori arrivano, le medaglie contano. È l’anno di gattone Mecir e Steffi Graf, che realizza nell’occasione il Golden Slam. Dopo di lei ci riusciranno il Kid nel 1996 e il Djoker, trentasei anni dopo.

Nelle edizioni successive, a sorpresa, quello che ci si aspettava fosse un progresso inarrestabile si trasforma in un percorso accidentato. Alcuni campioni snobbano l’evento giustificando la loro assenza con problemi di calendari, infortuni, superfici, e solo pochi lo trasformano in un vero obiettivo, anche a danno del proprio ranking.

L’oro non vale come uno Slam, ma pesa sull’onore e sulla coscienza di chi sente di doversi impegnare per la propria nazione. Lo sanno bene, e lo pensano, Yevgeny Kafelnikov e Venus Williams (Sidney 2000), Justine Henin (Atene 2004) e Rafa (Pechino 2008) che definisce l’oro olimpico “una delle emozioni più forti della mia carriera”.

Ma per la consacrazione definitiva bisogna attendere Londra 2012, e il fascino definitivo di Wimbledon. L’evento è percepito come unico, storico, irripetibile. Vince Andy, dopo aver perso sullo stesso Centre Court poche settimane prima, un rito collettivo purificatore tennisticamente senza eguali.

Da qui in avanti, il tennis olimpico cambia status: non è più un torneo “in più”, ma un tassello identitario. Nell’era contemporanea il tennis all’Olimpiade conta, e conta molto. Stadi pieni, tutti i campioni presenti o quasi, partecipazione altissima e addirittura qualche portabandiera. Per due settimane il calendario viene adattato per lasciare spazio al torneo olimpico, e i campioni possono permettersi di contribuire al medagliere. Sul rosso del Roland Garros il cerchio si chiude simbolicamente dove tutto era iniziato. Oggi l’oro olimpico non è uno Slam, ma più nessun grande campione lo considera superfluo.

The Olympics are not a priority

Per decenni il tennis olimpico è stato visto da molti campioni come un torneo laterale, prestigioso sul piano simbolico ma secondario rispetto a Slam, ranking e carriera. Non per cattiveria ma per cultura tennistica. Vediamo dei casi emblematici al riguardo.

Pete Sampras: «Winning Wimbledon means more to me than winning an Olympic gold medal»

Sampras non ha mai giocato un’Olimpiade. Tra il 1992 e il 2000 era nel pieno della carriera. Scelse sempre ranking, Slam e calendario ATP. Per Pistol Pete il tennis era gerarchia pura: gli Slam sopra tutto. L’Olimpiade? Un’esibizione nobile, ma non essenziale alla leggenda.

Roger Federer (pre-Atene 2004): «At that stage of my career, the Olympics were not a priority.»

Salta Sydney 2000, eliminazione precoce ad Atene, e torneo vissuto senza particolare enfasi. Solo più tardi rivaluta l’evento, vincendo l’oro in doppio a Pechino 2008 con Stan-the-man Wawrinka. Federer rappresenta il passaggio generazionale: prima l’Olimpiade è “extra”, poi diventa tassello identitario. Ma la medaglia in singolare non arriverà mai.

John McEnroe (anni ’90): «The Olympics are great, but tennis players are measured by Grand Slams».

McEnroe non ha mai dato centralità all’evento olimpico. Voce critica del sistema olimpico per sport professionistici, diceva ad alta voce quello che molti pensavano: le Olimpiadi sono un contesto emotivo, non un metro tecnico.

Marat Safin: «An Olympic medal doesn’t change who you are as a tennis player. »

Partecipazioni senza particolare convinzione e nessun risultato di rilievo. Uomo di priorità sempre altalenanti (salvo una, che non era certo l’Olimpiade), Safin è l’esempio perfetto del talento che vive il tennis come atto individuale, non come rappresentanza.

Stan Wawrinka (2016): «The Olympics are special because they are different. »

Wawrinka difende sempre l’evento ma salta Rio 2016 per tutelare il fisico, e qui si trova il limite del riscatto del tennis ai Giochi: l’Olimpiade è importantissima, ma non abbastanza da rischiare una stagione.

In definitiva, per anni il pensiero dominante è stato: “L’oro olimpico non definisce un tennista.” Oggi si è evoluto: “L’oro olimpico non definisce la carriera, ma la completa.”

E infatti, guarda caso, chi aveva snobbato le Olimpiadi, quando ha potuto, ci è tornato.

Una questione di punti

Nel tennis professionistico il peso delle Olimpiadi è stato a lungo legato ai punti per il ranking, che per decenni non sono stati assegnati, rendendo il torneo olimpico estraneo alla logica del circuito. Questa situazione contribuisce a spiegare perché molti giocatori abbiano storicamente considerato i Giochi un evento simbolico ma non prioritario.

Tra Sydney 2000 e Londra 2012 le Olimpiadi attribuiscono invece punti ATP e WTA, con un valore simile a quello di un torneo di fascia medio-alta, incidendo concretamente sulle classifiche. È una parentesi breve ma significativa, in cui il tennis olimpico diventa anche una scelta strategica.

Dopo il 2012 i punti vengono eliminati per ragioni strutturali: l’evento è quadriennale, mentre il ranking si basa su un ciclo annuale di 52 settimane. Inoltre, l’accesso alle Olimpiadi è limitato dal numero massimo di giocatori per nazione, creando un torneo non pienamente aperto e quindi non comparabile con quelli del circuito. A questo si aggiunge un calendario già saturo e la volontà di ATP e WTA di evitare distorsioni nella classifica.

Dal 2016 in poi, senza punti né prize money, le Olimpiadi tornano fuori dal sistema del ranking e assumono un significato diverso: non servono a migliorare una posizione, ma a definire il profilo storico di un campione.

L’Italia s’è desta?

E gli italiani? La presenza italiana del tennis alle Olimpiadi attraversa quasi tutto il Novecento e i primi decenni del Duemila, ma per molto tempo senza risultati che restino nella memoria collettiva.

Nella fase iniziale, quando il tennis è sport olimpico, l’Italia partecipa senza protagonisti di rilievo. Il primo vero nome è Nicola Pietrangeli, che prende parte ai Giochi in un’epoca in cui il tennis olimpico non assegna punti, non ha prize money e non è considerato un obiettivo di carriera. Pietrangeli gioca, rappresenta l’Italia con serietà, ma senza risultati significativi: la sua grandezza si costruisce altrove, al Roland Garros e in Coppa Davis.

Questo contribuisce a radicare l’idea che l’Olimpiade, per un tennista italiano di alto livello, sia un evento laterale. Il discorso vale anche per Adriano Panatta, che appartiene alla generazione probabilmente più penalizzata dal contesto olimpico. Panatta è nel pieno della carriera negli anni Settanta, quando il tennis non è presente ai Giochi, e arriva alle Olimpiadi quando l’evento non è ancora centrale nel tennis professionistico. Partecipa senza mai andare oltre i turni intermedi, con un atteggiamento coerente con la sua epoca: rispetto per la maglia azzurra, ma nessuna costruzione dell’identità sportiva attorno all’Olimpiade. Panatta incarna perfettamente il tennista per cui Wimbledon, Parigi e la Davis contano infinitamente di più dei cinque cerchi.

Quando il tennis rientra ufficialmente nel programma olimpico a Seul 1988, l’Italia è presente ma non competitiva per le medaglie. Paolo Canè gioca e supera un turno, ma esce presto; è un risultato in linea con un movimento che in quel momento fatica a splendere nel circuito.

Negli anni successivi, tra Barcellona 1992, Atlanta 1996 e Sydney 2000, gli italiani partecipano regolarmente ma senza mai avvicinarsi al podio. Il tennis azzurro è rappresentato da professionisti solidi, spesso più orientati alla sopravvivenza nel ranking che a un exploit olimpico, e l’Olimpiade resta una tappa onorevole ma non decisiva.

Il primo vero cambio di percezione arriva grazie al tennis femminile. A Londra 2012 Sara Errani e Roberta Vinci arrivano a un passo dal podio nel doppio, fermandosi ai quarti e poi perdendo la finale per il bronzo. Non è una medaglia, ma è un segnale chiaro: per la prima volta l’Italia entra stabilmente nella parte alta del tabellone olimpico. Errani, in particolare, inizia a vivere i Giochi non come un contorno ma come parte integrante della propria carriera.

A Rio 2016 e Tokyo 2020 l’Italia maschile partecipa senza risultati di rilievo, spesso condizionata da infortuni o assenze pesanti. Fabio Fognini gioca ma non incide, mentre la generazione successiva arriva a Tokyo nel momento sbagliato: Matteo Berrettini è assente per infortunio e Jannik Sinner non prende parte al torneo. È il paradosso di un’Italia fortissima nel circuito ma invisibile ai Giochi.

La svolta definitiva arriva a Parigi 2024, quando l’Italia passa dalla partecipazione al risultato. Sara Errani torna ai Giochi e vince l’oro nel doppio insieme a Jasmine Paolini, conquistando la prima medaglia d’oro olimpica della storia del tennis azzurro. Nel singolare è Lorenzo Musetti a portare alta la bandiera italiana, conquistando un prestigioso terzo posto che gli vale la medaglia di bronzo. In quel momento si chiude un arco narrativo lungo più di mezzo secolo: dall’Olimpiade vissuta con distacco da Pietrangeli e Panatta, all’Olimpiade finalmente considerata un obiettivo pieno e legittimo.

La storia italiana del tennis ai Giochi non è quindi una sequenza di fallimenti, ma un lento processo di maturazione culturale. Per decenni gli italiani hanno giocato alle Olimpiadi senza aspettarsi nulla; oggi ci arrivano sapendo di poter vincere e di poter dare lustro al proprio Paese.

Ed è per questo che a mio modestissimo parere, in Davis come alle Olimpiadi, una convocazione non la si valuta, la si accetta.

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