Dopo la vittoria contro Pridankina, la giocatrice ucraina attacca polemicamente il sistema tennis e il ruolo degli atleti russi e bielorussi: “La neutralità non basta più”
A Parigi, dove il tennis prova ogni anno a raccontarsi come una liturgia elegante fatta di silenzi rispettosi, ogni tanto la realtà entra in campo senza chiedere permesso. È successo di nuovo al Roland Garros, stavolta attraverso le parole molto dure della tennista ucraina Oleksandra Oliynykova.
Dopo il successo netto contro la russa Elena Pridankina al primo turno, la giocatrice di Kiev ha trasformato la conferenza stampa in qualcosa di più di un normale dopopartita. Non tanto uno sfogo, quanto un atto politico vero e proprio. Oliynykova ha accusato apertamente il circuito di favorire con una normalizzazione che, dal suo punto di vista, non può esistere mentre la guerra continua.
I bersagli delle sue parole non sono stati soltanto i vertici del tennis mondiale, ma anche gli stessi atleti russi e bielorussi, colpevoli a suo dire di mantenere un silenzio che finisce inevitabilmente per avere un peso. La questione, nel tennis, è diventata una lunga zona grigia. Da una parte le federazioni internazionali continuano a difendere il principio della neutralità individuale; dall’altra ci sono giocatori ucraini che vivono il circuito come una convivenza forzata con qualcosa che fuori dai campi continua a produrre morti, distruzione e propaganda.
Oliynykova ha parlato anche dei rapporti tra sport russo e grandi aziende statali, sostenendo che alcuni successi internazionali vengano poi utilizzati come strumenti d’immagine politica. Toni molto pesanti, soprattutto quando il discorso è scivolato sul possibile ritorno delle bandiere nazionali nei tornei: la tennista ucraina ha respinto con forza questa ipotesi, usando parole destinate inevitabilmente a far discutere.
Nel circuito femminile il clima è delicato da molti anni. Le strette di mano negate, le foto evitate, gli sguardi abbassati a rete fanno ormai parte del paesaggio del Tour quasi quanto gli asciugamani e le borracce ai cambi campo. E il tennis, che per natura preferisce sempre la diplomazia alla frattura, continua a muoversi in equilibrio precario.
La posizione di Oliynykova è nota da tempo. Già agli Australian Open la giocatrice si era esposta pubblicamente con messaggi a sostegno della difesa ucraina. Dietro quella presa di posizione c’è anche una vicenda personale molto diretta: suo padre è arruolato nell’esercito.
Nel frattempo la sua crescita sportiva – Oliynykova ha i piedi ben piantati dentro la top 100 e ha appena festeggiato il best ranking alla 65 WTA – le offre una visibilità sempre più ampia. E probabilmente è proprio questo il punto che preoccupa di più le istituzioni del tennis: ogni vittoria porta il tema di nuovo sotto i riflettori, dentro uno sport che sempre più spesso si chiede fino a dove possa arrivare la neutralità senza trasformarsi, agli occhi di qualcuno, in indifferenza.
Sul versante strettamente sportivo, Oleksandra si sta giocando in questi minuti l’accesso al terzo turno del torneo con l’australiana Kimberly Birrell: all’orizzonte un’ulteriore passerella sulla terra più famosa del mondo contro una tra Diana Shnaider e McCartney Kessler.




