Le piattaforme stanno preparandosi a rivoluzionare il modo in cui si guarderà in tennis in futuro. Non ci piacerà, ma faremo di tutto per agevolare questo cambiamento
Guardare il tennis in televisione è sempre stata sinora un’esperienza alquanto monolitica. Da quando il tubo catodico, la lungimiranza di alcuni visionari e successivamente il successo presso il grande pubblico hanno trasformato il nostro sport in un intrattenimento di massa, la domanda è più o meno sempre stata la medesima: “dove danno la partita?”, accompagnata ultimamente sempre più spesso da un supplichevole “ma la danno in chiaro?”. Ora però qualcosa sta cambiando, e in questo articolo cercheremo di capire come, e qual è il ruolo di noi amanti storici del tennis. Stiamo entrando in un territorio di frontiera, nel quale tutto viene rimesso in discussione e il modo di vedere il tennis sta per trasformarsi definitivamente.
Qualcosa è cambiato. Non nel tennis, ma in chi lo guarda
Perché nel frattempo qualcosa è cambiato. Non solo nelle racchette, nei materiali o nei calendari, ma nel modo in cui viviamo l’esperienza sportiva. L’era dello streaming ha trasformato il tennis da evento da seguire in evento da raccontare. È una differenza che sembra minima, ma è decisiva. Un tempo il pubblico si avvicinava al tennis per vedere una partita. Oggi ci arriva sempre di più per scoprire come si arriva a quella partita: le ansie, le rivalità, le relazioni, gli infortuni, i dubbi. La pallina è ancora al centro, ma il focus è più sfocato, ambiguo, distraente. Le prime differenze si vedono ancora prima del primo colpo. L’ingresso in campo dei giocatori, e con esso tutto il contesto, trasformano l’esperienza del match in un qualcosa di molto lontano dalla liturgia tutta concentrata sull’eucarestia tecnica dei due contendenti che noi boomer abbiamo vissuto. Ora conta l’intrattenimento, lo show di luci, l’emozione instagrammabile della kiss cam o il balletto tiktokabile (farei pagare un’addizionale IRPEF a chi usa questa parola) del bimbo che accompagna in campo Shelton alle Finals. It is what it is, in americano, d’altronde è così in bertoliniano. Né giusto né sbagliato, è l’evoluzione dello sport mainstream che fortunatamente ci riguarda, segno e simbolo di un gradimento che rende possibile la visione a noi appassionati e talvolta neanche abbonati di uno spettacolo meraviglioso come quello della pallina che rotola beffarda oltre il nastro.
Dal Mainstream allo Stream, le grandi piattaforme cambieranno le regole del gioco?
Ma qui vogliamo parlare di Stream, non di Mainstream. Perché i conglomerati digitali stanno affinando la mira, e potrebbero cambiare le cose del tutto. Nel 2019 la serie Drive to Survive di Netflix ha avuto un successo clamoroso raccontando le stagioni sportive della Formula 1 attraverso una narrazione cinematografica fatta di retroscena, rivalità, drammi personali, errori, paure e ambizioni, aprendo la strada per un cambiamento culturale importante. Break Point, nel 2023 sempre su Netflix non ha avuto lo stesso successo, ma per la prima volta il tennis si è mostrato non solo come sport, ma come racconto. Molti spettatori, specie giovani, sono sempre più attratti non tanto dal punto in sé quanto dalla traiettoria umana che lo precede. Non basta più vincere uno Slam: bisogna essere narrabili. Sinner, Alcaraz, Osaka, Kyrgios — sono tutti atleti straordinari, ma ormai anche personaggi, interpreti di una serie collettiva che si sviluppa tra conferenze stampa, social network e documentari. Il tennis sta diventando character-driven: guidato dai personaggi più che dai tornei. Nick Kyrgios che gioca (o almeno, fa finta) contro Aryna Sabalenka nell’ennesimo remake della “The battle of sexes” non è solo una baracconata pubblicitaria, è un segnale di una traiettoria che si sta definendo.

In questo nuovo scenario le piattaforme, soprattutto negli Stati Uniti, stanno iniziando a modificare il linguaggio tramite il quale si parla di tennis. Ovviamente, a proprio vantaggio. Prime Video promuove tornei e documentari, Netflix trasforma le pressioni e i burnout dei giocatori e delle giocatrici in materiale da binge watching (visione compulsiva), Apple racconta Becker come un Amleto con la racchetta, Netflix si intrufola nella (inguardabile) camera d’albergo condivisa da Matteo Berrettini e Ajla Tomljanović, Discovery porta le voci dei campioni direttamente nel salotto di casa. È una trasformazione sottile ma profonda, non guardiamo più soltanto il tennis, lo seguiamo. È un verbo diverso, che implica una relazione più intima e continua, un’attenzione costante non solo alla performance ma al percorso.
Dal Pay-it allo Streaming, un nuovo campo di gioco.
Il tennis di domani si gioca in un campo doppio: quello reale e quello narrativo. Le piattaforme, che iniziano ad incorporare alcuni eventi come il Six King Slam all’interno della propria programmazione, ragionano sul lungo periodo. Raffinano la propria produzione extra-campo e intanto integrano contenuti legati ad eventi, preparandosi in questo modo a chiudere il cerchio di un’offerta che sarà in grado di attrarre il pubblico di domani. Idealmente, lo spettatore troverà nello stesso posto, appunto la piattaforma, la prestazione del suo campione preferito, magari sintetizzata attraverso highlights, ma anche quello che lui fa prima, durante e dopo sotto forma di serie televisiva, e perché no anche approfondimenti da parte di esperti non solo tecnici ma di lifestyle, abbigliamento, musica. Il tutto, compreso nel canone di abbonamento.
C’è chi vede in questo passaggio un rischio di dematerializzazione dell’integrità sportiva; altri – soprattutto i puristi del gesto sportivo, lo ritengono un futuro irrealizzabile, ma il fenomeno va interpretato con maggiore equilibrio. Perché in fondo, anche nelle epoche d’oro, il tennis è sempre stato racconto: Borg e McEnroe erano archetipi, non solo giocatori. Agassi aveva il talento di un fuoriclasse e la psicologia di un romanzo di formazione. Federer, Nadal e Djokovic hanno incarnato per anni tre modi antitetici di stare al mondo. La differenza è che oggi quella dimensione narrativa non è più un effetto collaterale della carriera: è parte integrante della costruzione mediatica di ogni atleta. Le piattaforme stanno semplicemente iniziando a rendere visibile ciò che prima avveniva in modo implicito. E lo hanno fatto con un linguaggio nuovo, moderno, capace di parlare soprattutto ai più giovani. Dieci anni fa, chi di noi avrebbe scommesso sullo straordinario successo delle serie televisive?
Chi vuole stare sei ore davanti a un video?
Le nuove generazioni, quindi il futuro. È qui che si gioca la partita più delicata. Perché le nuove generazioni non guardano più lo sport come lo guardavano i loro genitori. Non restano incollate per ore davanti a una partita, neanche se è una finale Slam, come del resto non resistono più per i novantasette minuti di una partita di calcio. Non hanno bisogno di vedere tutto per sentirsi parte di qualcosa. Secondo ricerche recenti di Nielsen Sports, meno di un terzo dei giovani tra i diciotto e i trentacinque anni segue un evento sportivo dall’inizio alla fine. Il tempo medio di visione continua si ferma a meno di mezz’ora. Il resto si consuma a frammenti: highlights, clip, reaction, meme. E il tennis non fa eccezione.
È una logica diversa, quella del contenuto-snack. Non più la partita intera, ma il suo succo. Non più il torneo, ma il momento virale. Nel calcio, la Premier League registra milioni di visualizzazioni su TikTok, ma cala negli ascolti televisivi. Nel tennis succede lo stesso: gli highlight dell’ATP superano regolarmente i dieci milioni di visualizzazioni per torneo, spesso più di quanto ottengano i match completi in diretta. Non è un problema di disinteresse, ma di linguaggio. I giovani non cercano la competizione, cercano la connessione. Vogliono sapere chi sono i giocatori, come vivono, cosa provano. Seguono Sinner per la sua compostezza, Kyrgios per la sua irriverenza, Osaka per la sua vulnerabilità. Non si limitano a guardare: partecipano, commentano, condividono. Il tennis non è più un evento da osservare in silenzio, ma una conversazione permanente, un flusso di emozioni in cui ogni punto è un pretesto per un contenuto. È un cambiamento che non deve spaventare. In realtà, è un’opportunità straordinaria per allargare il pubblico. I dati mostrano che, mentre la tv tradizionale perde spettatori, la fruizione digitale cresce. Nel 2024 i tornei ATP hanno totalizzato 844 milioni di spettatori in tutto il mondo, e la componente social e streaming è aumentata del 233%. La WTA ha superato il miliardo di visualizzazioni grazie proprio ai contenuti extra-campo. Gli sponsor lo sanno bene: investire in un atleta oggi significa investire in un personaggio, in una storia, in una voce che parli direttamente al pubblico senza mediazioni.
Il tennis oltre il campo di gioco
La nuova narrazione del tennis non ne riduce la purezza, la rinnova. Come ogni linguaggio, anche quello sportivo deve adattarsi al tempo che vive. Se i giovani non guardano una partita intera, forse è perché vogliono viverla in modo diverso. Non più come spettatori, ma come interlocutori. Ma sempre di tennis stiamo parlando. Certo, c’è il rischio che lo storytelling diventi artificiale, che la spontaneità si perda tra un’inquadratura patinata e un confessionale in slow motion. Ma se si trova la misura giusta — se si preserva la verità del gesto sportivo dentro la struttura del racconto — il risultato può essere affascinante. Il tennis non deve diventare una serie TV, ma può imparare a parlare con il suo stesso linguaggio.
In questo senso, le piattaforme rappresentano una sfida culturale prima ancora che economica. Non basta più possedere i diritti di trasmissione: bisogna produrre narrazioni, costruire contesto, offrire esperienze. Perché lo sport, oggi, non si misura solo in ore di gioco ma in minuti di attenzione, e l’attenzione è la moneta più volatile del nostro tempo. Nel futuro prossimo, guarderemo un match perché abbiamo già visto la serie che lo precede. Sapremo chi sono i protagonisti, cosa li muove, cosa temono. Ci emozioneremo per le storie prima ancora che per i punti. Non sarà un tradimento dello spirito sportivo: sarà un’evoluzione naturale. Il tennis ha sempre avuto bisogno di racconto; ora il racconto ha semplicemente trovato nuovi canali per diffondersi.
Cosa lasciamo
In fondo, ogni generazione ha avuto il suo modo di vivere il tennis. C’è chi lo ha scoperto in televisione, chi sulle tribune, chi oggi lo segue su un telefono. L’importante è che continui a produrre emozioni, che resti capace di farci immedesimare, di offrirci un modello di tensione, di equilibrio, di grazia. Forse, la vera rivoluzione non è nello streaming ma nella consapevolezza che il tennis, per sopravvivere, deve aprirsi a nuovi codici senza rinunciare alla propria identità. Serve e stream: servire e raccontare. Due gesti che, nel 2025, non sono poi così diversi. Il futuro del tennis, come di molti altri sport, non sarà solo nel campo, ma nella trama che gli costruiamo intorno. E in quella trama — tra un colpo e un contenuto — ci sarà ancora spazio per l’emozione autentica di un punto decisivo, per quel momento in cui tutto si ferma e, per un istante, anche lo streaming tace. Il compito di noi boomer, noi che “io me lo ricordo Nastase che metteva il gatto nero dentro il fodero della racchetta di Panatta” e che “ricordo esattamente il momento in cui Roger ha alzato la sua prima coppa in Church Road” mi è chiaro: evitare di arroccarsi nel tennis che abbiamo amato, e fare tutto il possibile perché le nuove generazioni lo amino a modo loro, contribuendo a mantenerne viva e lucente la fiamma di passione che da sempre lo alimenta. Anche se questo significa accomodarsi coi propri figli o nipoti sul divano a vedere gli highlights di tre minuti della finale di Vienna, e discutere con loro non del cambiamento inserito da Jannik sul servizio per evitare di farsi bastonare da Carlos come a New York, ma del fatto che è antipatico da morire e che la sua nuova fidanzata indossa outfit improponibili quando va a vederlo.

You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.




