C’è un osso minuscolo, sotto la pianta del piede, che si chiama sesamoide. Nella maggior parte delle persone è uno solo. In Mara Santangelo era bipartito, doppio, e provocava dolori lancinanti a ogni spostamento laterale. «Mi avevano detto che sarebbe stato impossibile giocare a livello professionistico», racconta. Inutile dire che quella previsione si sarebbe rivelata errata.
Giocare veloce
Da quel verdetto medico nasce una scelta tecnica che lei oggi presenta come vocazione, ma che era, prima di tutto, una via di fuga. Lo stile aggressivo, il serve and volley, la rete cercata subito: non un omaggio nostalgico a Martina Navratilova o a Jana Novotna, ma il modo più rapido di chiudere il punto prima che il suo piede le presentasse il conto. Non a caso le sue vittorie più pesanti arrivano sulle superfici veloci e su una terra rapida, come quella del Roland Garros.
Santangelo lo trasforma in manifesto: «sii tu a costruirti il punto anche a costo di sbagliare», dice. È una sintesi onesta, ma vale la pena tenere a mente che dietro c’era anche un osso che non perdonava gli scambi lunghi. Quella che oggi racconta come filosofia era, all’origine, biomeccanica.
Una filosofia che, oggi, applica nella sua vita fuori dal circuito WTA: oggi Mara Santangelo è una imprenditrice, gestisce una società che organizza eventi di tennis, padel e pickleball con ex professionisti. Una laurea in sport management alla Bocconi, anni di dirigenza al CONI come consigliera e team manager della nazionale. Organizza tornei pro-AM per portare in campo campioni di tennis insieme ad appassionati in Italia, e non solo, dedicandosi anche a eventi benefici che le permettono di supportare tramite una fondazione una serie di progetti di beneficenza.
È una traiettoria post-carriera meno scontata di quanto sembri: molte ex top player restano legate al tennis, magari diventando commentatrici. Lei ha scelto una strada differente. Una scelta che si presta a letture diverse, ma che ha il merito di provare a tenere insieme cose che nello sport italiano raramente convivono: business, beneficenza, comunità.
Il potere della mente
C’è poi un secondo perno, meno citabile nelle convention motivazionali, ed è il vero motore della carriera di Santangelo. A 16 anni perde la madre in un incidente stradale. La donna a cui aveva promesso da bambina, partendo da un paese del Trentino di 600 abitanti, di diventare tennista professionista. Tutta la carriera che segue, dagli ottavi all’Australian Open conquistati dalle qualificazioni fino al numero 27 del mondo in singolare e al Roland Garros 2007 in doppio, si gioca anche su quella promessa. Questo cambia il peso specifico di ogni risultato.
Arrivata in top 30, Santangelo entra in stallo. La pressione di sponsor e media la blocca. A sbloccarla è Giampaolo Coppo, allenatore con due lauree in psicologia che, ammette, «ha lavorato più sulla mia mente che sulla mia tecnica». Nel tennis attuale, figure del genere sono ovunque: da Darren Cahill nel team Sinner ai preparatori mentali al fianco di Paolini e Cocciaretto. Allora era una scelta meno scontata, e racconta di una giocatrice consapevole che il proprio limite era diventato mentale.
La generazione Team Italia
C’è un dato del 2007 che vale la pena recuperare: sette compagne di doppio diverse nello stesso anno, e un titolo conquistato con ciascuna. Una statistica difficile da replicare in un circuito dove il doppio è quasi sempre territorio di coppie fisse. Santangelo lo riassume con una formula efficace: la «squadra invisibile», l’insieme di persone che permette di vincere uno sport apparentemente individuale. È intelligenza relazionale travasata sul rettangolo di gioco, e spiega perché abbia trovato la propria misura più alta nel doppio prima ancora che nel singolare.
Il Roland Garros conquistato quell’anno con Alicia Molik coincide con l’età dell’oro del tennis italiano: Schiavone, Vinci, Pennetta, Errani, le Fed Cup vinte tra il 2006 e il 2013, una coralità che il tennis femminile italiano avrebbe ricostruito solo molti anni dopo.
Resta una tensione che l’intervista non risolve. Santangelo descrive un percorso fatto di limiti aggirati con la testa più che con il braccio, e di una squadra che ha funzionato come terapia. Se quel modello sia ancora replicabile, in un circuito che chiede a ogni giocatrice di scegliere precocemente una specializzazione, è una domanda che vale la pena lasciare aperta.




