L’avvicinarsi dello storico anniversario è l’occasione perfetta per scoprire i segreti dell’Insalatiera. Per celebrare le recenti vittorie azzurre, la FITP ha messo in viaggio i trofei: dalla complessa logistica alla sicurezza h24, fino al derby generazionale tra i fan di Panatta e i bimbi di Sinner
Mentre il tennis entra nel vivo della stagione europea sulla terra rossa, il calendario ci ricorda che il conto alla rovescia è già iniziato: tra pochi mesi cadranno i cinquant’anni dal primo, leggendario trionfo italiano in Coppa Davis, quello firmato a Santiago del Cile nel 1976.
Un anniversario storico, che rappresenta l’occasione perfetta per parlare del trofeo più affascinante del mondo. Soprattutto oggi che l’Italia, con tre trionfi consecutivi nella moderna Coppa Davis e due nella Billie Jean King Cup, è tornata ad essere l’epicentro del tennis mondiale. Proprio per celebrare l’attuale epoca d’oro e le recenti vittorie azzurre, la FITP ha deciso di fortificare il legame tra questi successi e i tifosi, portando l’Insalatiera e la coppa femminile in un lungo tour attraverso i circoli più prestigiosi e storici d’Italia.
Ma cosa succede realmente quando un pezzo di storia dello sport arriva in un club cittadino?
Una logistica da “Mission Impossible”
Vedere i trofei esposti in una teca di vetro sembra naturale, ma il loro viaggio è tutto fuorché semplice. Immaginate la responsabilità di chi guida il furgone che trasporta questi simboli. La Coppa Davis, in particolare, è un gigante d’argento e legno che non viaggia “montato”. Per ragioni di stabilità e sicurezza, il trofeo viene letteralmente smontato: ogni ripiano della sua imponente base a “torta” viaggia separatamente, non sovrapposto.
Una volta giunti a destinazione, inizia il rito del montaggio. È un lavoro di precisione millimetrica: l’insalatiera d’argento che svetta in cima deve essere centrata perfettamente in un punto preciso, non “più o meno” al centro. Una volta completata l’opera, scatta il protocollo di protezione: una teca trasparente per difenderla dall’entusiasmo dei tifosi e un servizio di vigilanza obbligatorio. Il regolamento è ferreo: il circolo ospitante deve garantire sicurezza armata o sorveglianza h24. La Davis non può mai restare sola, né di giorno durante il flusso dei selfie, né di notte nel silenzio della club house.
La “Torta” d’Argento: una mappa della storia
Vederla dal vivo toglie il fiato. La prima cosa che colpisce è la dimensione, la seconda è la ricerca frenetica della targhetta con il nome “Italia”. Inizialmente, i nomi dei vincitori erano incisi sulla ciotola stessa, ma con il passare dei decenni lo spazio è esaurito. Sono stati così aggiunti i basamenti circolari che oggi le conferiscono quel look da torta nuziale a tre piani.
Ogni targhetta d’argento sulla base ospita due anni di vittorie. Ho avuto il privilegio di osservare da vicino questa mappa del tempo in una delle tappe del tour. La storica vittoria del 1976 si trova nello strato di mezzo. Per le ultime tre meravigliose annate, invece, bisogna scendere in basso, nell’ultimo strato. Qui la storia si fa attuale: una targhetta vede l’Italia accoppiata al Canada (vincitore nel 2022, seguito dal nostro 2023), mentre la targhetta successiva è un “monologo” azzurro, interamente dedicata ai successi del 2024 e 2025. E girando intorno al trofeo, si scorgono ancora diversi spazi vuoti: targhette d’argento lucido che attendono solo di essere incise.
Generazioni a confronto: dal 1976 all’effetto Sinner
L’entusiasmo che circonda l’arrivo dei trofei è travolgente. Ho assistito a scene di pura gioia: i bambini della scuola SAT e le scolaresche in visita, molti dei quali non hanno mai preso una racchetta in mano, restano ipnotizzati dal riflesso dell’argento.
È qui che si consuma il “derby della memoria”. I soci più anziani si dirigono quasi con devozione verso la targhetta del 1976. Per loro, quella di Panatta, Pietrangeli, Bertolucci e Zugarelli è “l’unica vera Davis”, l’ultima prima del cambio di formato che ha trasformato la competizione. La cercano per rivivere un’emozione giovanile, quasi a voler spiegare ai nipoti che il tennis è sempre esistito, anche prima della tecnologia.
Dall’altra parte ci sono i giovanissimi. Per loro il 1976 è preistoria; i loro occhi cercano solo le ultime targhette. Il nome più sussurrato, quasi come un mantra, è quello di Jannik Sinner. Poco importa ai piccoli fan se nell’ultima edizione non ha partecipato: per loro la Coppa è “sua”, è il simbolo di un’ispirazione che li spinge a scendere in campo ogni pomeriggio.
In attesa di scoprire quale sarà la prossima città a ospitare questi tesori, il tour continua, lasciando dietro di sé una scia di sogni e la consapevolezza che, mai come oggi, l’insalatiera parla la nostra lingua.




