Pubblicato in:

Buoni e Cattivi

- Advertisement -

Il “bad boy” è sempre stato una figura tipica del tennis, da McEnroe in poi. Ma è ancora così? Siamo sempre attirati dai cattivi ragazzi oppure questa è un’epoca in cui i bravi stanno prevalendo. E se è così, qual è il vero motivo di questo successo?

You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati

Il tennis ha sempre avuto una caratteristica peculiare, spesso trascurata ma in realtà profondamente rivelatrice del giocatore o della giocatrice: quella di mettere in evidenza, di rendere chiara agli occhi di tutti, sia la capacità di colpire una palla, sia il modo di stare al mondo. Non è una disciplina che si limita al gesto tecnico ma è anche un poderoso dispositivo di osservazione sociale, che mette a nudo il carattere della persona.

Guardando una qualsiasi partita anche voi vi sarete domandati come me se il lui o il lei che reagiscono bene o male alle situazioni di gioco che si trovano ad affrontare, reagirebbero nello stesso modo a situazioni proporzionalmente analoghe fuori dal campo, nella vita di tutti i giorni.

Un Quarta categoria che in partita insulta il suo avversario quindicenne, il giorno dopo in auto quando incontra una vecchietta sulle strisce pedonali, la lascia passare? Un professionista che in campo non ha mai una parola fuori posto, come si concilia con il sé stesso che malmena la propria compagna una volta arrivato a casa?

- Advertisement -

Personalmente, credo che l’era di Internet stia cambiando o abbia già cambiato le cose, almeno per i Pro. Un tempo infatti i tennisti e le tenniste professioniste erano persone con la racchetta, ora sono aziende con fatturati anche industriali che ragionano, si muovono e comunicano con logiche da Consiglio di Amministrazione di Società quotate in Borsa. E che rifuggono il danno di immagine. Per cui, tutti buoni e sportivi. Salvo poi fracassare una racchetta come se non ci fosse un domani come Coco Gauff nell’area di riscaldamento, e scoprire che anche quell’area è scrutata dalle onnipresenti telecamere.   

Di Premio in Premio

L’ATP ha istituito lo Stefan Edberg Sportsmanship Award, in buona sostanza il premio fair-play del tennis, che viene assegnato ogni anno sulla base del voto dei colleghi. E quando si scorrono i nomi dei vincitori, si ha la sensazione di leggere una sorta di canone etico del tennis contemporaneo, del quale Stefan Edberg rappresenta l’archetipo originario, mentre figure come Roger Federer e Rafael Nadal ne costituiscono la versione moderna, ripetuta e consolidata nel tempo, fino ad arrivare a interpreti più recenti come Carlos Alcaraz o Casper Ruud, che sembrano aver interiorizzato quella educata grammatica comportamentale come parte integrante del proprio gioco.

Il circuito femminile, con il Karen Krantzcke Sportsmanship Award, racconta una storia parallela e altrettanto coerente, in cui la continuità di figure come Kim Clijsters, Petra Kvitova o, più recentemente, Ons Jabeur, suggerisce che la sportività non sia un elemento episodico, ma un aspetto reputazionale che si costruisce nel tempo e che genera un ritorno economico.

In pratica queste onorificenze certificano un modello cui fare riferimento quando si gioca a tennis, e non a caso i vincitori rappresentano tutta l’élite del circuito. Se i più bravi sono anche i più buoni, allora il cerchio si chiude intorno a una liturgia che prevede il woke tennistico come religione consolidata e praticata dai vertici, cui si adeguano tutti volentieri. Ma come per il Nobel a suo tempo, occorre chiedersi perché i premi vengono istituiti.

I (non) bei vecchi tempi

Proprio perché oggi questa qualità è attesa, quasi incorporata nel ruolo, vale la pena ricordare che non è sempre stato così, e che ci sono stati momenti in cui la correttezza non era la norma, ma l’eccezione che faceva notizia. E che merita per l’appunto un premio.

Il caso più emblematico in tal senso resta quello di Mats Wilander, che nel 1982, durante una semifinale al Roland Garros, ebbe la lucidità – o forse l’istinto – di correggere una chiamata arbitrale a proprio favore, assegnando il punto all’avversario José Luis Clerc in un momento delicatissimo del match. Non si trattò di un gesto plateale, né costruito per essere ricordato; fu, al contrario, una decisione personale, quasi silenziosa, ma talmente fuori scala rispetto al contesto dell’epoca da meritargli il Fair Play Trophy del Comitato Olimpico Internazionale. In quell’episodio si coglie con chiarezza una differenza fondamentale rispetto a oggi: la sportività non era incorporata nel sistema, ma emergeva come scelta individuale, e proprio per questo acquisiva un valore simbolico enorme.

Se Wilander rappresenta il gesto isolato che diventa paradigma, Chris Evert incarna una forma diversa, più sottile e forse ancora più difficile, di correttezza, quella che non si manifesta per mezzo di episodi memorabili ma attraverso una continuità quasi ostinata. In una carriera lunghissima e densissima di partite, e di vicende personali. Evert non ha lasciato in eredità scene di tensione, esplosioni emotive o conflitti con arbitri e pubblico; la sua cifra è stata l’assenza di eccesso, una compostezza che, riletta oggi con la lente della distanza temporale, appare quasi anomala per quanto è stata costante. Non è tanto ciò che ha fatto a definirla, quanto ciò che non ha mai sentito il bisogno di fare, e in un contesto agonistico ad altissima pressione questa forma di autocontrollo diventa, a suo modo, un risultato tecnico.

A rendere il quadro più completo, e meno consolatorio, è però l’altra metà della storia, quella dei giocatori che hanno costruito la propria identità proprio attraverso il conflitto, talvolta elevato a forma d’arte. Figure come John McEnroe, Jimmy Connors o Ilie Nastase non rappresentano semplicemente una deviazione rispetto a un modello ideale, ma una componente essenziale del tennis di quegli anni, in cui l’espressione individuale – anche nella sua forma più ruvida – era tollerata, quando non esplicitamente incoraggiata.

McEnroe, in particolare, non è stato un incidente di percorso, ma un prodotto perfettamente coerente con il suo tempo: un’epoca in cui il talento poteva permettersi di essere imperfetto, e in cui il pubblico accettava, se non addirittura cercava, quella tensione emotiva che oggi verrebbe immediatamente filtrata, analizzata e, in molti casi, sanzionata anche fuori dal campo.

Superfluo ricordare che il Foro Italico degli anni di Panatta ribolliva come neanche la sala imbarchi di Malpensa all’annuncio della cancellazione di un volo, roba per cuori forti. Ma era, questa la teoria, il tennis che portava in campo o sugli spalti il suo vero carattere, oppure era proprio il contrario, e cioè era la società durissima di quell’epoca che debordava sulle righe della terra battuta?

Una vita tranquilla

Il confronto con il presente, a questo punto, diventa inevitabile. Oggi il tennis sembra aver trovato una forma di equilibrio più controllata, in cui la dimensione agonistica resta intatta ma viene incanalata dentro un sistema di aspettative molto più rigido, costruito non solo dal circuito ma anche dall’ambiente mediatico e commerciale che lo circonda.

In questo contesto, giocatori come il nostro Flavio Cobolli – “maybe next time you stay home” dice alla fidanzata ridendo dopo la finale persa a Monaco, facendo scoppiare a ridere il pubblico – diventano interessanti non tanto per i risultati, quanto per il modo in cui si muovono dentro questo ecosistema, mostrando una naturalezza espressiva che non sfocia mai nell’eccesso e una capacità di relazione con il pubblico che appare spontanea ma, allo stesso tempo, perfettamente compatibile con le esigenze di un professionismo globalizzato. Non è più solo una questione di educazione personale; è una competenza implicita del ruolo, una forma di intelligenza situazionale che ogni giocatore deve possedere per restare competitivo – e mediaticamente interessante quindi spendibile – anche fuori dal campo.

Sign of the Times

Ed è proprio qui che il tennis, quasi senza volerlo, diventa un indicatore dei tempi che attraversa, come nella canzone di Prince. Negli anni Ottanta, la coesistenza di figure elegantissime e di personalità esplosive raccontava una società più tollerante verso il conflitto e meno ossessionata dalla coerenza dell’immagine pubblica. Oggi, la prevalenza di giocatori che uniscono prestazione e controllo comportamentale riflette un contesto in cui la visibilità è continua, la reputazione è fragile e la deviazione dalla norma viene amplificata in tempo reale.

Non si tratta di stabilire se il tennis sia diventato “migliore”, o addirittura “più buono”, ma di osservare come si sia adattato: meno spazio all’imprevedibilità caratteriale, più attenzione alla sostenibilità dell’immagine, meno genio indisciplinato, più professionista integrato in un sistema complesso. Alla fine, ciò che resta non è tanto la distinzione tra buoni e cattivi, quanto la soglia di tolleranza che un’epoca decide di adottare nei confronti dell’uno e dell’altro. E in questo senso il tennis, con la sua apparente leggerezza, continua a offrire una lettura sorprendentemente precisa: non ci dice solo chi siamo quando vinciamo, ma soprattutto cosa siamo disposti ad accettare mentre qualcuno, dall’altra parte della rete o di fronte a noi in campo, mostra il suo vero sé stesso. Ogni riferimento al calcio è puramente non casuale.

Lo sport del diavolo

Dicono che il tennis tira fuori il vero io di una persona. Io sono convinto che se può, tira fuori la parte peggiore”, scrivevo ormai qualche anno fa. Col senno di poi, dovessi riscrivere questo concetto, probabilmente lo riadatterei. Il tennis interpreta il suo tempo rendendolo traslucido. I giocatori in campo si comportano in maniera coerente con il contesto che li circonda. Impeccabili o quasi nei tornei maggiori, dove l’incubo Social e l’etichetta contemporanea inducono a prossemiche samaritane, ai limiti della Crime Scene Investigation quando l’importanza del torneo scende, i riflettori si spengono, gli avversari si fanno più vicini. Con questo non voglio dire che – bombardati come siamo da delitti e violenze assortite già dal primo telegiornale del mattino – dobbiate presentarvi al prossimo 4NC armati di tirapugni e Taser per difendervi dalle intemperanze del vostro avversario o avversaria. Per carità, assolutamente no. Basterà uno spray al peperoncino.

YCBS-Paolo Porrati


You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.

- Advertisement -
Classifica Super Simulata FITP esclusiva TennisTalker
Ricerca avanzata giocatori TennisTalker

Instagram Gallery

Tennistalker Club - 15% sconto su Tennis Warehouse Europe