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L’evoluzione della specie

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Fisicamente parlando, di quanto si è evoluto il tennis negli ultimi quarant’anni? Il tennista PRO negli anni Ottanta quanto era diverso dal suo coetaneo non giocatore? C’era un divario, e se sì di quanto? Scandagliando fra gli archivi WTA e ATP si giunge a una conclusione sorprendente. Che non ci piacerà.

You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati

Per la X Generation, la mia (per favore non chiamateci boomers, quelli arrivano fino al
1964!) tutti i campioni di tennis erano altissimi e magrissimi, oltre che naturalmente
bellissimi. E rappresentavano insieme ad altri sportivi il modello fisico cui tendere ed
ispirarsi. Normale, direte voi, è un fatto generazionale, nel senso che le generazioni più
giovani guardano a quelle immediatamente precedenti come a un modello da emulare, e
se possibile superare. E con questo movimento imitativo, replicato su vasta scala, si
innescano meccanismi di cambiamento che poi si riflettono a loro volta sulla popolazione.

È la vita. È l’evoluzione stessa. Vero. In saecula saecoulorum. Ma se si prova a osservare
il tennis con una lente un po’ più ampia di quella del giovane adorante, e si scende sul
terreno dei freddi numeri così come mostrati dalle schede storiche dei giocatori in attività,
si scopre qualcosa di interessante. Ci si accorge infatti che a cambiare non sono stati
soltanto i materiali, le superfici o le velocità medie degli scambi, ma che è cambiata,
progressivamente e quasi senza rumore, la morfologia del protagonista. In maniera
divergente rispetto alla popolazione di appartenenza. Vediamo come.

Per comprendere davvero la trasformazione occorre fare un passo indietro e mettere in fila
tre momenti: 1986, 2006 e 2026. Non per nostalgia, ma per capire in quale direzione si sia spostata la selezione dell’élite.

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1986: il Campione è uno di noi

Nel 1986 il corpo del campione non era troppo distante da quello dell’uomo occidentale
medio in buona forma. Björn Borg quando era in attività era accreditato dall’ATP per 180
cm e 73 kg, John McEnroe di 180 cm per 75 kg. Ivan Lendl, più strutturato, arrivava a 188 cm; Boris Becker superava il metro e novanta. Tuttavia, queste misure non costituivano uno spartiacque netto rispetto alla popolazione generale. L’uomo occidentale medio degli anni Ottanta si collocava infatti attorno ai 176–177 cm. Il divario esisteva, naturalmente, ma non era consistente. Il tennis selezionava individui nella parte alta della curva di distribuzione tipologica, senza ancora creare una distanza antropometrica evidente.

Ciò che distingueva il campione non era la sua conformazione antropomorfica quanto la qualità tecnica, la capacità di allenamento, la tenuta mentale. La morfologia aiutava, ma non rappresentava ancora un filtro sistemico.

2006: la soglia si sposta

Vent’anni dopo, nel 2006, la trasformazione non è ancora clamorosa, ma appare già
riconoscibile. Roger Federer e Rafael Nadal sono entrambi 185 cm. Andy Roddick è 188 cm. Le altezze nella fascia 1.85–1.90 diventano frequenti ai vertici del ranking maschile. I giocatori sotto l’1.80 iniziano a essere meno numerosi nelle posizioni di dominio, pur non scomparendo del tutto. Il fenomeno non è ancora radicale, ma è chiaramente in atto.

Il sistema inizia a premiare in modo più sistematico leve più lunghe, che consentono un punto d’impatto più alto e una maggiore economia nella copertura del campo. Nel circuito femminile la coesistenza è ancora evidente. Maria Sharapova e Lindsay Davenport, entrambe 188 cm, incarnano la crescente verticalità del gioco, ma nello stesso periodo Justine Henin, 167 cm, riesce a imporsi grazie a tecnica, anticipo e straordinaria intelligenza tattica. Il 2006 rappresenta, in questo senso, una fase di transizione: la potenza cresce, ma la varietà morfologica è ancora preservata.

2026: Esseri diversi

Nel presente la tendenza appare più marcata. Daniil Medvedev è accreditato a 198 cm,
Jannik Sinner a 191 cm, Taylor Fritz a 196 cm. Le altezze prossime o superiori al metro e novanta sono ormai frequenti nella parte alta del circuito maschile. Ma nel frattempo, la
statura media dell’uomo occidentale non è aumentata in modo significativo rispetto a
vent’anni fa. Ciò che è cresciuto, invece, è il peso medio della popolazione, spesso per
effetto di una maggiore adiposità. Il tennis professionistico, al contrario, ha visto
aumentare la statura dell’élite mantenendo il peso relativamente contenuto e la
composizione corporea altamente ottimizzata.

Ne deriva un doppio scarto: in altezza, perché l’élite si colloca stabilmente nella fascia alta della distribuzione; in efficienza corporea, perché la popolazione generale tende ad aumentare di massa senza un corrispondente miglioramento della qualità muscolare. E non si tratta semplicemente di “allenarsi meglio”, si tratta di un processo di selezione progressiva che privilegia, a parità di talento, chi parte con un vantaggio strutturale.

Una selezione sempre più fine

La globalizzazione dello sport ha ampliato enormemente il bacino di reclutamento. Il tennis
contemporaneo non attinge più soltanto a una parte ristretta del mondo occidentale, ma a
una platea globale di milioni di praticanti. Quando la base si allarga, la selezione diventa
più stringente. Le caratteristiche premiate sono chiare: altezza sopra la media,
coordinazione fine, elasticità, capacità di mantenere percentuali di grasso molto basse per
lunghi periodi. Non sono qualità comuni nella popolazione generale, sono qualità che si
collocano nella parte alta della distribuzione fisiologica.

Nel 1986 poteva bastare appartenere al 75° o 80° percentile per essere competitivo ai massimi livelli. Oggi, per alcune caratteristiche, si tende verso il 90° o 95° percentile. Il tennis, in altre parole, non si limita più a riflettere la popolazione, ma ne isola progressivamente la porzione più favorevole dal punto di vista biomeccanico.

L’eccezione italiana

In questo contesto Jasmine Paolini, 1.63 cm secondo la WTA, assume un significato che va oltre la semplice narrazione romantica. La sua statura la avvicina più a Justine Henin che
alle molte sue contemporanee oltre l’1.80. Tuttavia, il contesto è cambiato; Henin operava
in un circuito in cui la densità di giocatrici sopra l’1.82 era inferiore. Paolini compete in un
ecosistema dove la verticalità è più diffusa. Il suo successo, quindi, non smentisce la
tendenza; la rende più evidente, perché dimostra quanto margine tecnico e atletico sia
necessario per compensare un vantaggio geometrico strutturale.

Sinner e Musetti: due declinazioni del presente

Jannik Sinner, 191 cm per 77 kg secondo l’ATP, rappresenta un modello di longilineità
moderna: leve lunghe, peso relativamente contenuto, grande mobilità. Non è il gigante
statico di un tempo, ma un atleta alto capace di muoversi con fluidità e di generare
potenza in modo ripetuto. Lorenzo Musetti, 185 cm per 78 kg, incarna una dimensione che nel 2006 sarebbe stata quasi standard ai vertici. Oggi si colloca nella fascia intermedia
dell’élite contemporanea. La sua presenza testimonia che la varietà non è scomparsa, ma il baricentro si è spostato.

Traslare il passato nel presente

Se si immaginano Borg o McEnroe nel circuito attuale, non si deve concludere che
sarebbero fuori contesto. Con i loro 180 cm rientrerebbero ancora nella fascia competitiva.
Tuttavia, non rappresenterebbero più la misura tipica del dominatore. Sarebbero, piuttosto,
parte di quella minoranza che deve compensare con rapidità, anticipo e gestione dello
scambio un ambiente mediamente più alto. Carlos Alcaraz, 183 cm per 74 kg, offre oggi
un riferimento contemporaneo di quella fascia dimensionale. La differenza è che attorno a
lui la concentrazione di giocatori oltre il metro e novanta è più elevata rispetto agli anni Ottanta.

Evoluzione 3 - Paolo Porrati "You Cannot Be Serious"

Una distanza crescente

Il punto centrale, quindi, non è che il tennis abbia prodotto “giganti”. È che ha
progressivamente selezionato individui nella parte più favorevole della distribuzione fisica, mentre la popolazione occidentale, mediamente, si è mossa in una direzione diversa, aumentando di peso senza un corrispondente miglioramento della qualità corporea. Nel 1986 il campione era una versione migliore dell’uomo medio, nel 2006 più alta, nel 2026 migliore.


Il tennis non ha semplicemente accelerato. Ha raffinato il proprio criterio di selezione. E
osservando questa evoluzione si intravede qualcosa di più ampio: quando una disciplina
altamente competitiva amplia il proprio bacino globale e applica una selezione continua, il
risultato non è soltanto un gioco diverso, ma un protagonista diverso. La popolazione, nel
complesso, non lo ha fatto nella stessa misura, ed è in questo scarto che si misura la vera
trasformazione.

YCBS-Paolo Porrati


You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.

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