“Senza l’intervento del governo sarebbe finito altrove nel 2017”: l’ex CEO di Tennis Australia ripercorre i momenti più delicati prima di volare alla guida della USTA
Melbourne ha rischiato seriamente di perdere l’Australian Open. A rivelarlo è stato Craig Tiley, che a pochi giorni dall’annuncio del suo passaggio alla guida della United States Tennis Association ha raccontato un retroscena della storia dello Slam australiano.
Dopo quasi vent’anni al vertice di Tennis Australia, Tiley ha spiegato che, a metà degli anni 2010, il futuro del torneo non era affatto scontato. Con il contratto di ospitalità in scadenza nel 2016 e l’interesse crescente di altre metropoli internazionali, Melbourne si trovò improvvisamente in una posizione delicata.
“Sarebbe stato perso nel 2017”
Intervenendo nel un programma radiofonico sportivo SEN Whateley, Tiley è stato molto chiaro: senza un investimento strutturale del governo dello Stato di Victoria, il torneo avrebbe cambiato sede. “Se non ci fosse stato un investimento per l’ulteriore riqualificazione, sarebbe stato perso entro il 2017”, ha dichiarato, ricordando come città come Sydney e Shanghai stessero valutando concretamente l’ipotesi di subentrare nell’organizzazione.
La svolta arrivò nel 2010 con un impegno da 363 milioni di dollari per il rinnovamento di Melbourne Park, primo passo di un piano di trasformazione molto più ampio. Quell’investimento iniziale si è poi ampliato fino a raggiungere circa un miliardo di dollari complessivi: metà destinati direttamente alle strutture per i giocatori, metà alla modernizzazione generale del Melbourne Park precinct, cioè le zone per il pubblico, gli spazi commerciali e i servizi all’interno di Melbourne Park.
Una decisione che, col senno di poi, si è rivelata strategica. Oggi il torneo è saldamente ancorato alla città: l’edizione 2026 ha superato 1,3 milioni di spettatori complessivi tra qualificazioni e tabellone principale, mentre nell’ultimo decennio l’impatto economico per lo Stato di Victoria ha sfiorato i 3,5 miliardi di dollari.
Il secondo momento critico: la pandemia
Non è stato però l’unico passaggio a rischio. Durante la pandemia di Covid-19, con l’Australia isolata da rigide restrizioni ai confini, anche la continuità del torneo tornò in discussione.
Tennis Australia mise sul piatto l’intera riserva di cassa da 80 milioni di dollari e contrasse un prestito da 40 milioni pur di garantire lo svolgimento dell’edizione 2021, posticipata e organizzata tra voli charter e rigidi protocolli sanitari. Per Tiley, non disputare nemmeno un’edizione avrebbe potuto compromettere la percezione del torneo, soprattutto considerando la distanza geografica dell’Australia dai principali centri del tennis mondiale.
“Era fondamentale farlo andare avanti”, ha spiegato, sottolineando come un’eventuale cancellazione avrebbe potuto rafforzare l’idea, tra i giocatori, che la trasferta australiana fosse troppo complicata.
Oggi l’Australian Open ha un contratto che lo lega a Melbourne fino al 2046. Ma le parole di Tiley – pronto ora a trasferirsi negli Stati Uniti – ricordano quanto sia stato sottile il confine tra stabilità e addio definitivo. Una storia di investimenti, politica e visione strategica che ha permesso alla città di conservare il suo Slam.




