Ve lo immaginate John McEnroe che dice al giudice di sedia che gli ha chiamato fuori la famosa pallina “In effetti sono un po’ stanchino?”. E Connors che chiede scusa a Barazzutti dopo avergli cancellato il segno sulla riga per poi andare da sua mamma a piangere? Probabilmente no, e forse per questo la scenetta di Alcaraz quasi in lacrime che vuole solo tornare dalla famiglia e dagli amici vi fa sorridere. Ma le cose, al giorno d’oggi, non stanno esattamente così
You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati
A Miami Carlos Alcaraz perde da un Sebastian Korda in grandissimo spolvero: 6-3 5-7 6-4, al terzo turno, nel classico pomeriggio in cui al numero uno al mondo viene brutalmente rammentato che il tennis resta uno sport democratico solo nel sadismo. Dopo la partita, però, la notizia non è stata soltanto la sconfitta, ma il suo effetto.
Alcaraz, che già aveva dato segni evidenti di disagio durante il match, ha detto di voler tornare a casa e stare un paio di giorni con famiglia e amici. Per “resettare la mente” e “ricaricare le batterie” prima della stagione sulla terra. Non un addio, non una crisi esistenziale, non una fuga dal lavoro, non il lamento disperato della canzone di Mina: una pausa, una vacanza, l’equivalente per noi di un fine settimana di relax dopo una settimana infernale al lavoro.
Una cosa che, in qualsiasi professione civile, verrebbe definita buon senso. Non diffidereste di un capo o un collaboratore che in vacanza non ci vanno mai e poi mai? Io sì. Nel tennis, invece, il desiderio di staccare viene spesso letto come confessione di debolezza.
Staccare è un po’ morire?
Ed è proprio qui, all’intersezione fra l’impegno assoluto che richiede lo sport di alto livello e la necessità di rigenerarsi che pretendono fisico e mente che nasce la domanda interessante: questo bisogno di staccare è davvero un tratto dei ragazzi di oggi, più fragili dei loro coetanei – ad esempio – di venticinque anni fa? Oppure siamo noi, spettatori e commentatori, a essere rimasti fermi a un’idea di atleta eroico che va avanti senza mai fermarsi, idea che non ha mai descritto fino in fondo la realtà?
La storia recente del tennis suggerisce che il tema non sia affatto nuovo. Nel 2008 Justine Henin, numero uno del mondo, si ritirò improvvisamente a venticinque anni; all’epoca si parlò apertamente di ritorno del dibattito sul burnout, e il suo allenatore spiegò che aveva semplicemente perso il “fuoco” che la spingeva al successo. Nello stesso periodo anche Kim Clijsters, altra big dell’epoca, aveva deciso di averne abbastanza. Pochi anni dopo, nel 2010, persino l’ATP ammise la necessità di ripensare il calendario per allungare l’off-season e concedere più tempo a riposo, preparazione e recupero, dopo le lamentele di Rafael Nadal su una stagione troppo lunga. Ecco il punto: il logorio non è stato inventato da TikTok, né dagli psicologi sportivi, né dalla generazione Z. Era già talmente evidente sedici anni fa da spingere il circuito a parlarne ufficialmente.

La strage dei dominanti
La lista dei campioni che sono in qualche maniera “saltati” è assai lunga anche senza scomodare il ritiro di Bjorn Borg a ventisei anni nel 1983. Ashleigh Barty, per distacco la giocatrice più forte della sua generazione, si allontanò dal tennis dopo gli US Open 2014 perché il tour le era sembrato troppo opprimente; Reuters scrisse che la “grind” (la macina) del circuito le era risultata eccessiva negli anni da teenager e che aveva cercato una vita più normale appena diventata adulta, salvo poi tornare e vincere tutto. Naomi Osaka, nel 2021, disse in lacrime di non sapere quando avrebbe giocato di nuovo e annunciò una pausa, dopo mesi in cui aveva collegato il rapporto con il tennis a depressione, ansia e pressione mediatica. Amanda Anisimova nel 2023 si è fermata per burnout e salute mentale, raccontando poi quel periodo come una vera pausa necessaria per ritrovare equilibrio. Mardy Fish, già in un’altra generazione ancora, visse un’interruzione lunghissima legata a un grave disturbo d’ansia.
Il giorno in cui Mardy Fish disse “non gioco”
Ah, questi giovani!
Dunque, la tesi “i giovani di oggi sono più fragili” regge solo in parte, e soprattutto regge male se applicata in modo moralistico. Non è vero che un tempo i campioni non sentissero il bisogno di fuggire dal tennis. Lo sentivano eccome. Semplicemente lo dicevano meno, lo confessavano peggio, oppure lo mascheravano con parole più nobili: stanchezza, infortuni, saturazione, anno sabbatico, problemi personali. L’atto è simile; cambia il lessico. E cambia il contesto.
Oggi ogni sconfitta è seguita da telecamere, social, clip virali, analisi istantanee, fan che arrivano all’uscio di casa, scommettitori che di casa conoscono indirizzo e abitanti, giudizi emotivi che toccano il profondo. Puoi essere resistente finché vuoi, ma alla lunga la paghi. Il giocatore contemporaneo non porta solo il peso del ranking: porta anche il dovere di recitare una versione televisivamente soddisfacente e commercializzabile di sé stesso. È un lavoro supplementare che i ventenni del 2000 non avevano, almeno non in questa forma.
Si può allora rovesciare la prospettiva. Forse i ragazzi di oggi non sono più fragili: sono solo meno ipocriti sulle proprie condizioni. Alcaraz non ha detto “basta, il tennis mi opprime, ritiro spirituale in una grotta”. Ha detto una cosa quasi banale: torno a casa, sto coi miei per qualche giorno, resetto la testa, poi riparto. È una frase adulta, non infantile. Anzi, a ben vedere è più preoccupante il tennista che non avverte mai il bisogno di fermarsi, perché il professionismo contemporaneo ha una tendenza molto moderna: convincere i giovani che la disponibilità totale sia una virtù. Sempre pronti, sempre esposti, sempre performanti, sempre grati. Una religione inflessibile in tuta Nike.
Un doveroso distinguo
Dice la leggenda che uno dei motivi per i quali gli attriti fra Sinner e Piatti esplosero per diventare insanabili e portare alla rottura, fu la diversa interpretazione data dai due al concetto di off-season, e quindi di riposo. Il coach insisteva per una lunga sosta fra Melbourne e Indian Wells, sosta da dedicare al recupero, al relax e alla preparazione fisica. Meccanismo rodato dal tempo e dall’esperienza che aveva prodotto gemme come la crescita stratosferica di campioni quali Novak Djokovic, Ivan Ljubicic, Richard Gasquet, Milos Raonic, Borna Coric e Andreas Seppi. Il giocatore invece preferiva dedicarsi allo swing delle esibizioni e dei tornei emiratini, molto remunerativo. Come andò a finire lo sapete, e la scelta è diventata uno standard.
Risultato, un Pro di alto livello di fatto si ferma qualche giorno dopo Paris Bercy (sempre che non abbia le Finals), e poi tira dritto fino a Wimbledon incluso. Considerata la preseason australiana, con annesse evitabili esibizioni, sono sette mesi filati di tornei, con quasi tutti i mille e quattro Slam. Senza riposo. Chi è causa del suo mal…

Una questione di prospettiva
Al di là delle scelte di portafoglio, resta qualche dubbio sulla minore tolleranza alla frustrazione nelle generazioni più giovani, o almeno viene percepito così da molti adulti. Ma nel tennis il materiale storico non consente una sentenza semplice. Henin, Clijsters, Barty, Osaka, Anisimova, Fish raccontano che il bisogno di scendere dalla giostra non è una moda recente: è una costante del circuito. Semmai oggi è più nominabile, più visibile e meno coperta dalla vergogna. Questo non prova che i giovani siano più forti; prova però che il vecchio mito del campione granitico era, in larga misura, propaganda ben organizzata.
Il punto finale, allora, è quasi paradossale. A preoccuparsi non dovrebbe essere Alcaraz che dice di voler staccare due giorni. Dovrebbe preoccuparci il fatto che una frase del genere faccia ancora notizia. Perché significa che continuiamo a pretendere dai ventenni – che siano tennisti o meno – una stoicità da romanzo ottocentesco in uno mondo super-dinamico, globale e nervosamente iperconnesso come quello attuale. E quando uno confessa il più umano dei bisogni — respirare — c’è subito qualcuno pronto a sussurrare che una volta i ragazzi erano fatti di un’altra pasta. Forse. Oppure una volta si rompevano in silenzio, che è una cosa molto diversa e per nulla migliore.
Quasi quasi prendo Carlito sottobraccio e lo porto con me, a vedere il cantiere appena aperto qui vicino.

You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.




