La campionessa Slam a dicembre rifiutò un test antidoping a sorpresa, nella difesa si parla di una reazione acuta da stress e disturbi d’ansia
Si torna a parlare di doping nel tennis, e anche questa volta il caso è tutt’altro che limpido da analizzare. Soggetto sotto i riflettori la tennista ceca Markéta Vondroušová, accusata di aver rifiutato un test antidoping a sorpresa lo scorso dicembre.
Dall’accusa ai fatti, sì perché la campionessa di Wimbledon 2023 ha già ricevuto la sentenza comminata da un tribunale indipendente: sospensione di quattro anni. Una stangata non indifferente per una professionista di 26 anni, che resterebbe quindi fuori dal circuito nel periodo di massima maturità atletica per una tennista. Di fatto un amaro finale di carriera.
La ricostruzione della vicenda e la difesa
Il 3 dicembre 2025, alle 20:00 circa, un commissario dell’agenzia antidoping tedesca si presenta a casa della tennista per raccogliere un campione biologico. Vondroušová si rifiuta di aprire la porta poiché, a suo dire, l’addetto non si era identificato adeguatamente riportandole alla mente l’aggressione subita in casa dalla connazionale Petra Kvitova nel 2016.
Il controllo, avvenuto in tarda serata presso il suo appartamento di Praga e fuori dalla finestra oraria indicata nell’applicazione ADAMS, l’aveva spaventata. “La decisione del tribunale si basa su un principio chiave della lotta al doping“, spiega l’International Tennis Integrity Agency, “il rifiuto di sottoporsi a un test viene trattato alla stessa stregua di una positività“.
La versione dell’accusa
Le parole di Nicole Sapstead, direttrice senior del programma antidoping dell’ITIA, tracciano una dinamica del tutto diversa. L’incaricata del prelievo, un’unica addetta donna, non è rimasta ad aspettare dietro una porta chiusa a doppia mandata. La giocatrice sarebbe uscita dal proprio appartamento per portare a spasso il cane e, trovandosi faccia a faccia con l’addetta, le avrebbe comunicato a chiare lettere la volontà di sottrarsi al prelievo dei campioni biologici.
A quel punto, la prassi impone che l’addetta illustri in modo cristallino le conseguenze del gesto. L’ufficiale non ha il compito di anticipare l’entità esatta della sanzione, ma ha l’obbligo di avvertire l’atleta che un rifiuto equivale a una violazione gravissima. Vondrousova ha ascoltato, ma ha comunque firmato il modulo di rifiuto direttamente in strada, confermando la propria scelta in piena consapevolezza.
“Chiediamo ai nostri funzionari di essere il più chiari possibile quando interagiscono con i giocatori. Non spetta a loro indicare cosa accadrà in caso di rifiuto. Viene sempre spiegato in modo molto chiaro che il rifiuto di un controllo può comportare conseguenze anche molto significative. Questo è stato comunicato chiaramente alla giocatrice. Era evidente che non volesse prendere parte alla procedura”.
Da Londra alla squalifica: la parabola della ceca
Solo tre anni fa Vondroušová sollevava il Venus Rosewater Dish sul Centre Court dell’All England Club, diventando la prima giocatrice non testa di serie a vincere il torneo di singolare femminile a Wimbledon. Il suo tennis mancino fatto di variazioni e rotazioni insidiose, aveva scardinato le certezze di ogni avversaria, portandola fino alla sesta posizione del ranking mondiale. Un traguardo che si aggiungeva alla finale del Roland Garros raggiunta nel 2019 e all’argento olimpico di Tokyo 2020.

Il team legale della tennista, guidato dall’avvocato Jan Exner, aveva espresso fiducia in un proscioglimento, basando la difesa sulle perizie mediche che certificavano lo stato di fragilità emotiva della giocatrice. La sentenza dell’ITIA ha smontato questa linea difensiva, ribadendo la priorità del protocollo antidoping su qualsiasi altra variabile non strettamente legata all’impossibilità fisica di fornire il campione.
La vicenda chiude di fatto la carriera ad alti livelli della ventiseienne di Sokolov, precipitata ormai oltre la centesima posizione del ranking WTA dopo mesi di inattività per infortunio. La squalifica della ceca solleva interrogativi sulla tenuta psicologica dei professionisti fuori dal campo, ma ribadisce la rigidità di un protocollo che non fa sconti al palmarès.
Il tennis odierno richiede una reperibilità totale e una collaborazione assoluta con gli organi di vigilanza. L’idea che basti una dichiarazione di innocenza a posteriori o l’assenza di precedenti positività per sanare un rifiuto sul momento è stata respinta dai vertici dell’integrità sportiva. La firma apposta su quel modulo, tra il marciapiede e il guinzaglio del cane, resta un’infrazione formale che i regolamenti attuali puniscono con la massima severità.
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Vondrousova Solidarity: lo spogliatoio WTA fa scudo contro la squalifica
La linea dura degli organi di controllo equipara il rifiuto volontario alla positività accertata. Una rigidità burocratica che lo spogliatoio femminile fatica a digerire. La tedesca Eva Lys è stata la prima a rompere le righe, definendo la sentenza “completamente folle“. Nel giro di poche ore, il muro del silenzio istituzionale è crollato sotto il peso di decine di messaggi di supporto. Da Coco Gauff a Karolina Muchova, passando per Paula Badosa, Sorana Cirstea e Marta Kostyuk, l’élite del tennis femminile ha compattato i ranghi.
Muchova ha sintetizzato il pensiero di molte atlete sottolineando come, pur rispettando la lotta per uno sport pulito, una punizione di tale entità appaia sproporzionata rispetto alle dinamiche dei fatti. La percezione interna al circuito è che le autorità abbiano voluto dare un segnale forte, ignorando totalmente le attenuanti cliniche e psicologiche del caso.




