Ha appena sollevato il suo primo titolo ATP a Marrakech con una facilità che ha sorpreso un po’ tutti. Papà come coach, zero pressioni e una filosofia molto chiara in testa: “Il tennis non è un mestiere, scendo in campo per divertirmi”
Mentre l’Italia del tennis si gode la sua personalissima “Età dell’Oro”, la Spagna dimostra di non avere alcuna intenzione di fermarsi. Tra i mostri sacri del passato – Rafa Nadal – e i fenomeni del presente – Carlos Alcaraz – c’è un nuovo nome che sta facendo capolino e di cui sentiremo spesso parlare: Rafa Jódar.
Il giovanissimo iberico ha appena conquistato il suo primo titolo ATP sulla terra rossa di Marrakech, superando in finale Marco Trungelliti. Dopo la vittoria, Jódar ha parlato alla stampa spagnola, svelando una mentalità che ricorda molto la lucida freddezza tipica dei grandi campioni.
Il peso del paragone e i maestri d’eccezione
Chiamarsi Rafa, essere spagnoli e vincere sulla terra rossa porta inevitabilmente ad un solo, pesantissimo paragone. Ma Jódar non ha intenzione di farsi schiacciare dalle aspettative: “Io seguo la mia strada – ha dichiarato –. Non devo paragonarmi a nessuno, né guardare i risultati degli altri. Mi motiva il fatto che ci siano giocatori fortissimi nel circuito che ti pongono problemi durante le partite“.
E a proposito di giocatori fortissimi, Jódar gode di un privilegio raro: poter imparare direttamente dai due più grandi idoli di Spagna. Alla domanda se si ispiri più a Nadal o ad Alcaraz, il neocampione di Marrakech ha spiazzato tutti: “Io sto nel mezzo e approfitto dei consigli di entrambi. Non ne scelgo uno solo. Faccio tesoro di quello che mi dice Rafa quando ho l’occasione di parlargli, e lo stesso vale per Carlos. Quando mi danno un suggerimento, cerco di implementarlo nel mio tennis. Accetto tutti i consigli che mi arrivano dai grandi giocatori spagnoli“.
Il tennis? Un divertimento, non un “lavoro”
Ciò che colpisce di questo ragazzo è l’approccio scanzonato, ma al tempo stesso estremamente professionale, a questo sport. Nessuna ansia da prestazione prima della finale, solo la consapevolezza dei propri mezzi: “Non avevo alcuna pressione. Sapevo di dover fare le cose come le avevo fatte per tutta la settimana. Sono molto giovane, ho ancora tantissime partite per migliorare e il margine è grande“.
Una serenità che deriva da una visione molto chiara della sua vita da atleta: “Lo dico sempre: il tennis è una cosa che mi riesce bene fin da piccolo e di cui godo appieno. Prima tra gli juniores, ora nel circuito. Ma per me non è assolutamente un mestiere o un ufficio. Quando scendo in campo, che sia per un allenamento o per una finale, lo faccio per divertirmi. A volte i risultati arrivano, a volte no, ma questo non significa che io smetta di godermela là fuori”.
La famiglia al centro del progetto
Come spesso accade nelle storie di successo giovanili, il nucleo familiare gioca un ruolo chiave. Al momento, la guida tecnica è saldamente nelle mani di suo padre, e non ci sono rivoluzioni all’orizzonte: “Per ora non abbiamo in programma di inserire nuove figure. Quello che abbiamo fatto finora sta funzionando benissimo. Mi trovo perfettamente a mio agio in questo ambiente e con le persone che viaggiano con me. Avremo tempo in futuro per pensarci, ora voglio solo giocare e migliorare“.
Umiltà, piedi per terra e zero paura reverenziale. Jódar ammette che porsi degli obiettivi a lungo termine, in questo momento, “non è un bene, perché ti mette solo pressione“. Ma quando incrocia lo sguardo dell’avversario oltre la rete, il rispetto non diventa mai timore: “Chiunque entri in campo può vincere o perdere contro chiunque. Io vedo solo un avversario che cerca di mettermi in difficoltà, e io devo trovare il modo per uscirne e vincere. Questa è la mia mentalità. Voglio di più, voglio essere un giocatore migliore. Questo titolo è un sogno che si avvera, ma domani penserò già al prossimo torneo“.




