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Appunti sparsi sul logorio del tennis moderno

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Sinner, Alcaraz, il calendario che implode, la Davis che evapora: cronache di una stagione troppo lunga per chiunque

Finita. Campanella. Urla in corridoio: si va in vacanza, almeno quelli che non partecipano alla Davis, in pratica, quasi tutti i primi della classe. Prima, però, si comprano i libri per le vacanze, che verranno aperti — forse — a metà dicembre. Adesso è tempo di Cancún, Maldive, Miami, i luoghi dove va chi può e chi vuol far vedere che può. È stata una stagione lunga, forse troppo lunga, e anche un po’ monca: stiracchiata, a tratti esaltante ma per lo più stanca e sincopata. Una stagione che ha chiesto più del dovuto e restituito meno del previsto.

Jannik Sinner l’ha chiusa da Maestro e, per dodici mesi ancora, presiederà il collegio docenti. Ma l’anno lo ha finito da numero due, dietro Alcaraz. Il computer non gli ha assegnato punti nei tre mesi di sospensione per la turbolenta vicenda Clostebol: altrimenti chissà. Tutti dicono che avrebbe chiuso primo, ed è possibile, anzi probabile, ma qui siamo osservanti ortodossi della chiesa di Luis Borges, secondo la quale ogni evento accaduto o non accaduto genera infinite linee di universo differenti. Il “se” non è un rifugio: è un labirinto.

Dopotutto ci si può pure accontentare. L’annata è stata quella che è stata, ma si può cascare decisamente peggio. Oltre alle Finals, Sinner ha vinto due Slam, è stato per tre volte a una pallina dal battere Alcaraz per prendersi anche il Roland Garros e sempre dietro all’acerrimo amico murciano è arrivato secondo pure a New York. Alcaraz, ancora Alcaraz e sempre Alcaraz, quello che quando va in picco deflagra e fa danni, ma troppo spesso, troppo spesso secondo gli osservatori, si perde nella spasmodica ricerca dello spettacolo, come se cercare di offrirne, di spettacolo, fosse pratica negativa o perlomeno stravagante.

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Mala tempora currunt, signora mia. E intanto il ragazzo, nel 2025, ha vinto 71 partite, due Slam, altri sei tornei ad abundantiam e fatto finale a Wimbledon e Torino, chiudendo l’anno con più di dodicimila punti, quinto nella storia dopo i Fab Four. C’è chi vorrebbe di più: la forza dell’insoddisfazione altrui non conosce recessioni.

Dietro ai due califfi — o tiranni, o reggenti del circuito — un vuoto siderale, cosmico, immenso. Il terzo, Sascha Zverev, distrutto in conferenza stampa dopo l’ultima sconfitta di una stagione mesta (quella con Felix Auger-Aliassime che lo ha eliminato nel girone delle Finals), ha chiuso a 5160 punti: 6340 meno di Sinner e 4511 più dell’ottimo Tristan Schoolkate, ultimo dei primi cento. Numeri che non necessitano d’interpretazione perché fanno male anche senza.

In generale, il calendario non ha aiutato. I Masters 1000 spalmati su dodici giorni sono diventati il simbolo della modernità che si morde la coda: profitti altissimi, defezioni crescenti, partite vuote. Una macchina produttiva che assomiglia più a un centro commerciale aperto sempre, con i dipendenti che sognano la serranda abbassata. I tornei si dividono ormai per peso specifico più che per prestigio: il Mille e mezzo di Indian Wells, i Mille stabili, i mezzi Mille. Tornei bellissimi nella brochure, provati dal vivo restituiscono l’idea di prodotti adulterati.

Spiace introdurre ricordi amari in giornate che si vorrebbero dedicate al giubilo, ma l’anno è stato congestionato da querimonie continue, in massima parte partorite dai cosiddetti top player. I Masters allungati non piacciono ai mammasantissima della racchetta: troppi primi turni insignificanti, livello medio tendente a sud, troppi giorni lontano da casa. Il prezzo dell’abbondanza è la noia.

E all’incolpevole osservatore balena spontaneo un ragionamento semplice: L’ATP, nata come sindacato per difendere i giocatori, organizza gli stessi tornei che i suoi iscritti detestano. La PTPA osserva. E allora, una domanda: possibile che nessuno dei signori della racchetta abbia pensato che scegliere meglio i propri rappresentanti sarebbe un primo passo verso la pace sociale?

Le vacanze incipienti, al netto dei contratti con sponsor e tornei che perpetueranno lo status quo ancora per chissà quanto, arrivano a fagiolo. I nervi si distenderanno e, a gennaio in Australia, saremo tutti ben disposti a ricominciare con la tiritera di impegni coattivi e conseguenziali geremiadi. Il tennis vive di lamentele: senza, non sarebbe sé stesso.

Ma per qualcuno non è ancora tempo di aeroporti e acque turchesi. Perché questa settimana c’è la Coppa Davis, anche lei con il suo bel carico di polemiche. Di Sinner e Musetti che non ci vanno hanno parlato tutti, e quando diciamo tutti, intendiamo proprio tutti. Ma la novità dell’ultimo mese è che anche i primi della classe hanno ritrovato la voce, mostrando un’insofferenza crescente verso la versione attuale del campionato del mondo per nazioni.

Sinner, Alcaraz e Zverev hanno caldeggiato idee controriformiste, denunciando nostalgie per qualcosa che non hanno mai davvero vissuto: l’epica della vecchia Davis, le trasferte impossibili, i tifosi che ululano contro i forestieri, le superfici malandrine scelte apposta dai padroni di casa per mettere nel sacco gli ospiti. Jannik si è spinto dove forse non era mai arrivato, provocando qualche scricchiolio coronarico ai corifei delle federazioni: La vera Davis non l’ho mai giocata,” ha detto — tuonando pur sussurrando — il numero due del mondo.

Una presa di posizione decisa che offre l’occasione per un ragionamento: la Davis attuale è un piatto servito tiepido, un po’ televendita, un po’ Fuorisalone, un po’ tennis liofilizzato per spettatori dallo span attenzionale ridotto ai minimi termini. Non aveva molto sapore all’inizio, e ogni anno sembra perderne ancora un po’.

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