Classifica semiseria e ragionata dei principali tipi di giocatori da torneo, visti cogli occhi del Giudice Arbitro. Dallo “Starlink” al “Vogue”, tutti i soggetti che popolano i sonni agitati dei nostri Ufficiali di Gara
You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati
“Per chi tifa il Giudice Arbitro? “Per quello che vince il primo set!”. Questo semplice e conosciutissimo (appunto, fra i Giudici) adagio racchiude e definisce alcuni dei pensieri che animano le menti degli Ufficiali di Gara prima, durante e dopo un torneo individuale come una competizione a squadre.
Si tratta, è giusto dirlo una volta per tutte, di un ruolo piuttosto ingrato. Responsabilità elevate, anche in sede penale, competenze richieste sempre più articolate, remunerazione che rimane nell’ambito amatoriale, orari e impegni lunghissimi. Alcuni Giudici sono stati così tanto tempo in giro a dirigere tornei e competizioni a squadre tutte le sere e tutti i weekend che a un certo punto si sono trovati ad arbitrare la partita di ragazzi che non conoscevano, ma che avevano il loro stesso cognome. Erano i loro figli. Solo che non li avevano visti crescere e non sapevano chi erano.
Scherzi a parte, è davvero un mestiere difficile quello del Giudice, spesso peraltro svolto nel più pieno luogo comune italiano sull’arbitraggio, e cioè la presunzione di colpevolezza e l’assoluta o quasi assenza di aiuto da parte di giocatori, coach, spettatori. Sono stato io stesso un Giudice per sette anni, ruolo che sono stato orgoglioso di ricoprire, e a mio Giudizio, ogni 4NC prima di fare qualsiasi torneo dovrebbe prestare servizio per un mese come Giudice. Imparerebbe a conoscere le Regole e a farle rispettare, per poi rispettarle lui stesso.
Tuttavia, fra una palla rubata e una pausa in bagno che dura più del dovuto, si trova il tempo per riderci sopra. Ecco quindi, con articoli maschili e femminili quasi rigorosamente alternati, la top ten degli archetipi più visti, e meno apprezzati, sui campi di gara del nostro Paese.
10: Il Berlusca
Indaffarato come il Silvio anche senza le sue “cene eleganti”, si presenta in campo per il torneo trafelato e in ritardo, accampando come scusa imprecisati, ma improrogabili e importantissimi impegni di lavoro. Ne ho in mente uno in particolare, che ogni volta si scusava – neanche troppo – dicendo sogghignante che aveva dovuto intervistare l’uno o l’altro politico, questo o quello sportivo. Il suo avversario ovviamente lo guarda con la stessa comprensione che noi tutti riserveremmo al tizio che ci frega l’ultimo parcheggio disponibile cinque minuti prima che chiuda il Centro Commerciale alla Vigilia di Natale. Il Giudice alza gli occhi al cielo e lancia la monetina. Non per il sorteggio. Per decidere fra sé e sé se squalificarlo subito o discutere con lui dopo, o non squalificarlo e discutere subito col suo avversario.
9: Le Vestali
Archetipo in uso soprattutto nelle competizioni a squadre, specie nelle serie minori, dove il Giudice peraltro si trova a fronteggiare da solo una dozzina di persone fra giocatori e giocatrici, capitani, talvolta pubblico rappresentato da parenti e sodali della squadra di casa. Considerano il Tennis come la propria ragione di vita, e sono disposte al più alto sacrificio per la vittoria. Nelle competizioni a squadre trovano appunto il proprio habitat naturale, potendo aggiungere al sacrificio personale quello fatto in nome del proprio circolo, del quale peraltro talvolta non ricordano neanche il nome esatto. Ritengono il Regolamento un fastidioso contrattempo che non le riguarda, e infatti non lo conoscono né se ne curano. Una volta un collega sbagliò gli accoppiamenti e mandò in campo le partite coi giocatori invertiti. Nessuno si accorse dell’errore e richiamò l’attenzione della Giudice di Gara per correggerlo. Partite aspre e lunghissime vennero combattute, tutte destinate a essere ripetute. Quando un Giudice riconosce le Vestali arrivare, ha solo una speranza: la pioggia, e una nuova designazione che lo destini altrove.
8: La Vogue
Quando una Vogue arriva in campo, il cuore sensibile del Giudice sussulta. È di una tale perfezione stilistica da sembrare un clone di top 100, con attrezzatura recentissima e outfit quasi non ancora in commercio, arrivato direttamente dal centro stile di Adidas o Nike senza neanche passare per uno Slam. Di norma, il sussulto cardiaco si trasforma in aritmia già durante il palleggio preliminare, quando la pallina inizia a sfuggire dal controllo della sua racchetta che neanche un evasore totale davanti alla sede dell’Agenzia delle Entrate. La Vogue, generalmente compensa con l’eleganza infatti una caratura tecnica miserabile, che protrarrà nel tempo la durata del suo incontro, a tutto discapito della programmazione del torneo e delle extrasistoli dell’Ufficiale di Gara. Non rara la compresenza di due Vogue in campo, dettaglio che comunque non interessa più il Giudice, ormai deluso e lontano dal set (fotografico, o tennistico).
7: Il Paternoster
Sono i bestemmiatori, quelli che nonostante Regolamenti, Modelli Organizzativi e Codici di Condotta fanno del campo da tennis, specie in Torneo, il proprio personale confessionale, il luogo dove si è comunque ascoltati, e perdonati qualsiasi cosa si faccia o si dica. Particolarmente odiosi quelli che si esibiscono anche in presenza di minori, quasi pensino di essere su Nickelodeon invece che su un benedetto campo da tennis. Al riguardo, esistono diverse filosofie giudiziali: dal “laissez faire, laissez passer” alla sindrome da SSC (Sordità Selettiva di Convenienza). Io invece, ed è uno dei motivi per i quali ho smesso, ero posizionato più o meno come quel tizio che dice all’amico in procinto di gettarsi per il bungee jumping “Al mio tre, salta: Uno … due …” e poi lo spinge giù senza aspettare il tre. Alla prima Divinità evocata invano, espulsione e deferimento. Ho mandato via più gente io alla prima bestemmia che Manuel Agnelli alla prima stonatura su X-Factor. Senza pentirmi. Con alcuni poi siamo diventati amici, con altri no. Ma sono piuttosto sicuro che i ragazzini che in quelle occasioni erano in campo o nei campi di fianco, e i loro genitori, hanno apprezzato.
6: Le Starlink
Evoluzione moderna del moonballer, altrimenti detto “pallonettaro”. Durante gli scambi le sue parabole interrompono traiettorie satellitari, mettendo a rischio nello stesso tempo scudi missilistici e coronarografie degli avversari. Memorabile l’episodio capitatomi in una serata di torneo femminile. Ore 23.30, inverno pieno, ultimo incontro a entrare in campo. Una delle due giocatrici fissa il pallone pressostatico, ne saggia l’altezza (più che regolare) mi fissa e dice “un po’ basso per me. Sa, Signor giudice, io tiro alto”. Risultato, partita finita alle quattro del mattino.

5: I Richard
Sono il vero spauracchio degli indifesi Ufficiali di Gara. Si sentono, come Richard Williams, al tempo stesso depositari dell’Unico Vero Sapere Tennistico, e Unti del Signore per aver ricevuto in dono divino il talentuoso rampollo, o talentuosa rampolla, indiscutibilmente destinati a ridefinire l’intera grammatica del nostro sport. Abituati a esprimersi in diktat “lei deve, mio figlio ha diritto”, richiedono programmazioni delle partite in orari consoni alla genuina espressione del talento dei propri figli, trasformando la composizione dell’orario di gioco in un Sudoku senza soluzione. Durante le partite assumono comportamenti che giustificano l’esistenza dell’ICE, sia nei confronti dei Giudici Arbitri, che degli avversari, e purtroppo dei loro stessi figli. Una volta, lo racconto spesso, ho sentito un padre apostrofare la figlia tredicenne colpevole di aver perso il secondo set con la frase “tu non puoi essere mia figlia”. Risultato: partita poi persa, e ragazza che poco dopo ha smesso di giocare ed è andata in America.
4: La Copilot
Come un algoritmo, vive di dati che regolano comportamenti. Elabora statistiche, calcola in anticipo i punti collegati alla partita che sta per giocare, ne proietta gli effetti ai fini del mantenimento o miglioramento della categoria. E come ogni algoritmo, finisce per essere vittima di allucinazioni. Consapevole di essere affetta da una turba psicologica, spesso si trasforma in materia invisibile. Nel senso che se dai suoi calcoli emerge una mancata convenienza a giocare, non si presenta in campo, di solito accampando scuse collegate alla famiglia, alla salute, al tempo. Tutto pur di non perdere quei dieci punti dai quali dipendono le sorti sue e forse del mondo. Un consiglio: con l’app di TennisTalker tutto sarebbe molto più semplice. Scaricala qui: GOOGLE PLAY – APP STORE
3: I Ramsete
In assoluto, i miei preferiti. Perché sono degli artisti. Si aggirano prevalentemente nei tornei rodeo, dove assumono un’aria dismessa, talvolta claudicante, in ogni caso affaticata, già al momento di varcare la soglia del circolo. Esordiscono quasi sempre con un “Signor Giudice, sono stanchissimo, non so se riesco a giocare, provo a iniziare poi se non riesco a giocare mi ritiro”, che alimenta speranze di guadagni sulle tempistiche del tabellone da parte dei giudici più inesperti. Speranze destinate a restare vane. Il Ramsete infatti di solito arriva fino in fondo al torneo, spesso lo vince e mai, ma proprio mai, si ritira. Degno della mummia risorta che neanche al Louvre, inscena pantomime che prevedono affanno, stanchezza, infarto simulato con corollario di paramedici familiari e talvolta sacramenti per poi risorgere, riprendersi e fulminare gli attoniti astanti. Le scene, che in alcuni casi mi sono sembrate degne di Nomination ai Grammy o almeno di ammissione per diritto al corso di arte drammatica presso la scuola di Eduardo De filippo, ha il solo scopo di intimidire e confondere due persone. In primis, l’avversario, specie se giovane, che in tanti casi ho visto perdersi e perdere proprio per gli effetti psicologici devastanti del sentirsi già vincitore di fronte a un avversario così gravemente menomato. La seconda, il Giudice, spesso in affanno cronico da programma in ritardo, anch’esso a rischio di SDPT (Sindrome da Disturbo Post Traumatico). Antidoti? I soliti. Esperienza, riconoscimento alla prima occhiata, disillusione preventiva. Magari condita da qualche finezza tipo il warning per l’Medical Timeout Violato (nel senso che non c’è, l’MTA, se hai i crampi e ti fermi perdi tutti i punti fino al cambio campo…).

2: Le Hoover
Il famigerato direttore dell’FBI, sempre alla ricerca di complotti, infiltrazioni, sovversivi e nemici interni, trova la sua trasposizione tennistica in un tipo da antologia. L’Edgar Hoover con la racchetta è sempre convinto che il Giudice viva per ordire oscure macchinazioni il solo scopo delle quali è privare l’Umanità del suo rifulgente talento. A tal fine, consulta compulsivamente orari dii gioco e tabelloni alla ricerca dell’inesattezza indicatrice di malafede, meglio se correlata da esempi – sempre di seconda mano e mai diretti – di analoghe nefandezze compiute dallo stesso soggetto ai danni di altri meritevoli. Di solito, se destinasse lo stesso tempo impiegato nell’investigazione all’allenamento, avanzerebbe di due categorie all’anno.
1: Gli Alex
I Giudici più esperti li percepiscono arrivare dalle vibrazioni nell’aria, come i nativi americani anticipavano il passaggio delle mandrie di bufali posando l’orecchio sul terreno. Emanano inconsapevolmente una vibrazione negativa inconfondibile per gli organi recettori ipersviluppati degli Ufficiali di Gara, affinati da anni di doloroso esercizio. Sono i piantagrane, i troublemaker, gli incontrollabili dannosi e nocivi, come l’Alex DeLarge di Arancia Meccanica. Ancora prima che presentino la tessera per il riconoscimento, sai che porteranno problemi. In realtà lo sai già perché hanno trasformato il tuo ennesimo panino trangugiato in piedi come cena volante prima di fare il tabellone in un bolo indigeribile, quando hai visto il suo nome fra gli iscritti. Sì, perché gli Alex li conoscono tutti. Deferiti o meno alla Giustizia Sportiva, tutti i Giudici ne conoscono nomi e gesta, e cercano di esorcizzarne la presenza usando rimedi casalinghi come aglio di campo o paletti di legno. Qualsiasi cosa tu faccia sai che non servirà a nulla: manderanno il tuo torneo, la tua tranquillità e sinanche il tuo stomaco a farsi benedire. Si lamenteranno dell’organizzazione, del campo, del tempo, pretenderanno trattamenti ingiustificati e ne terranno a loro volta di ingiusti, citeranno a casaccio articoli del Regolamento come fossero brani presi dal Nuovo Testamento, minacceranno ritorsioni e millanteranno conoscenze. E soprattutto, saranno scorretti in campo. Di quella scorrettezza malvagia e pericolosa che anima la giungla vietnamita e i sottosegretariati della maggioranza, qualcosa che non farà mai nascere nulla di buono, anzi peggiorerà l’esistenza complessiva dell’umanità. Rassegnato, il Giudice avvisa la moglie che farà tardi, il suo referente in Fitp che farà rapporto (non sa ancora per cosa, ma sa che finirà per doverlo fare) il suo Santo protettore che lo farà disperare (a suon di parolacce). Ma soprattutto, si disporrà serafico in attesa che si dia inizio alle danze con la più antica delle liturgie, e la più scontata delle orazioni: “Signor Giudice, la palla era fuori!”

You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.




