TennisTalker MagazineNewsIl paradosso di Alcaraz: fermarsi a ventitré anni per non consumarsi troppo presto
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Il paradosso di Alcaraz: fermarsi a ventitré anni per non consumarsi troppo presto

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Lo stop per la tenosinovite al polso destro sta costringendo lo spagnolo a uno stop molto lungo. Ma l’infortunio riapre una domanda che accompagna da tempo il fenomeno murciano: quanto può durare una parabola professionale spinta sempre al massimo dei giri?

Il quadro ormai lo conosciamo bene: Carlos Alcaraz fuori dal Roland Garros e da Wimbledon, lontano dai due teatri costruiti su misura per esaltare il suo tennis. La spiegazione ufficiale parla di una tenosinovite al polso destro, un problema che lo accompagna dalla primavera e che ha imposto uno stop più lungo del previsto. Ma la sensazione è che la questione vada oltre il singolo infortunio.

Da tempo, infatti, nel circuito si discute di un tema che riguarda il campione spagnolo più dei suoi risultati. Alcaraz gioca a un’intensità che pochi riescono a sostenere. È il segreto del suo successo, ma potrebbe diventare anche il suo problema principale.

Il suo tennis vive di accelerazioni improvvise, rincorse disperate, cambi di direzione e continue esplosioni atletiche. È uno spettacolo che entusiasma il pubblico e spesso lascia senza risposte gli avversari. Però ogni spettacolo ha un costo, e negli ultimi anni il fisico del murciano ha presentato il conto con una certa regolarità.

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L’infortunio che lo ha fermato quest’anno arriva dopo altri stop che avevano già interrotto la sua continuità nelle stagioni precedenti. Il punto non è la gravità dei singoli problemi, ma la loro frequenza. Ed è qui che il paragone con Rafael Nadal torna inevitabilmente d’attualità. Proprio come succedeva a Rafa, gli ultimi mesi di ogni stagione vedono il fenomeno da El Palmar sostanzialmente al piccolo trotto, se non a passeggio. Quale versione di sé presentava Rafa sotto i tetti di Bercy, delle Finals, della Davis? Una versione economica, sempre se si presentava e nonostante poche luminose eccezioni. Carlos sembra voler – o essere costretto a – proseguire nella stessa direzione.

Del resto, per quanto fenomeno, il sette volte campione Slam, esattamente come l’illustre predecessore, è catalogato (file under, direbbero gli anglofoni) sotto la categoria “essere umano”. E allora esplosivo sì, elastico al massimo delle capacità naturali conferite all’uomo, ma uomo, pur sempre, e quindi costretto a selezionare, a rinunciare, a conservare. Per non spaccare la macchina. Perché l’officina costa. E non è detto che il meccanico riesca a intervenire in tempi brevi. O a riparare completamente il guasto

Proprio come il suo giovane erede, anche il campionissimo da Manacor ha costruito la propria leggenda su una fisicità fuori scala e ha convissuto per anni con acciacchi e limitazioni. La differenza è che Nadal, con il passare del tempo, imparò a selezionare sempre meglio gli obiettivi e a gestire il calendario come un patrimonio da preservare. È una lezione che oggi riguarda anche Alcaraz. Il quale ha tutto il tempo per impararla, non dubitiamo.

A ventitré anni può sembrare paradossale parlare di risparmio energetico. Eppure il tennis moderno obbliga a farlo. Le stagioni sono sempre più lunghe, le richieste del circuito sempre più pressanti e Carlos non disdegna le munifiche esibizioni quando ci sarebbe un minuto per riposare. E tutte queste incombenze, intersecate le une alle altre, formano un gigantesco trappolone per il fisico.

C’è poi il versante meno visibile della questione. Negli ultimi mesi lo stesso Alcaraz ha lasciato trasparire una certa stanchezza mentale. Non tanto verso il tennis, quanto verso tutto ciò che lo circonda: le aspettative, i punti da difendere, gli obblighi di presenza e la continua pressione di chi lo considera il volto del futuro. Per questo, anche per questo, Carlitos ha lasciato il mentore Ferrero: perché il tecnico valenciano diceva essenzialmente una cosa: “Vuoi diventare il più grande di sempre? Accetta di dedicare dieci anni della tua vita totalmente al tennis“. A Carlos è esplosa la testa, a un certo punto. Ha deciso che un weekend a Ibiza o una comparsata-lampo al Gran Premio del Bahrein non gliel’avrebbe negata nessuno. Se è stata una scelta positiva o negativa solo il tempo lo dirà; ciò che già ora è certo è che al ragazzo la testa sotto pressione frigge.

Per questo il vero tema non è il polso. Il polso guarirà. La domanda riguarda piuttosto il modo in cui Alcaraz e il suo team decideranno di gestire i prossimi anni. Perché il rischio più grande non è perdere qualche torneo. È arrivare troppo presto al limite.

Il paradosso è tutto qui: uno dei giocatori più esplosivi e spettacolari del circuito potrebbe aver bisogno, proprio adesso, di imparare a togliere il piede dall’acceleratore. Per continuare a correre più a lungo degli altri.

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