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L’aiuto da casa

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Dai suoi albori fino a poco tempo fa, le cose del tennis si regolavano in campo. I giocatori e le giocatrici dovevano sbrigarsela da soli per trovare il modo di vincere. Niente aiuto da casa, o dall’angolo, niente coach. I tempi cambiano, le situazioni cambiano, il mondo cambia. Ma è sempre un bene?

You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati

US Open 2018, in campo Serena Williams. Durante la finale contro Naomi Osaka, l’arbitro Carlos Ramos le infligge un warning per coaching, interpretando un gesto del coach Patrick Mouratoglou come indicazione tattica. Il che è vietato. Serena nega, si infuria, e da lì nasce un’escalation che porterà a penalità di gioco e a una delle polemiche più forti degli ultimi anni. Mouratoglou, a posteriori, ammetterà di aver effettivamente cercato di comunicare con la sua giocatrice. Il punto, però, non era tanto il gesto in sé, quanto il principio: il francese non era fuori dal coro, il suo era un comportamento adottato anche da molti altri colleghi, ma solo qualcuno veniva punito.

Altro giocatore, altro tipo di storia. Stefanos Tsitsipas, ben prima di avvitarsi nella crisi che tuttora lo attanaglia, è stato più volte richiamato per coaching ricevuto dal padre in tribuna. In particolare, agli US Open 2021 le comunicazioni – spesso anche vocali – sono state talmente evidenti da generare proteste da parte degli avversari e richiami ufficiali. Il tema, in quel caso, non era la legalità ma la modalità. Il coaching non era nascosto, ma quasi ostentato.

Venendo a casa nostra, Fabio Fognini in più occasioni ha ricevuto warning per interazioni con il proprio angolo, spesso in contesti emotivamente accesi. Qui il coaching si intreccia con la gestione del comportamento, rendendo il confine ancora più sottile.

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Questi episodi raccontano una realtà semplice: il coaching fino a poco tempo fa era vietato ma diffuso, e soprattutto era percepito come parte integrante del gioco, anche se formalmente non lo era.

Regole e spettacolo

Fino a poco tempo fa, appunto. Per anni il coaching nel tennis è stato una sorta di zona grigia regolamentare. Formalmente vietato dal codice di condotta ATP e WTA, in particolare nella versione storica della ATP Official Rulebook – Code of Conduct (Coaching) e nelle norme equivalenti WTA, nella pratica è stato tollerato in forme indirette: gesti, sguardi, segnali più o meno criptici dalle tribune. Un divieto difficile da far rispettare, perché strutturalmente ambiguo.

La svolta arriva nel periodo post-pandemico. Nel 2022 ATP introduce il coaching “off-court” in forma sperimentale, consentendo comunicazioni limitate tra coach e giocatore, inizialmente solo nei tornei minori. Nel 2023 la misura viene estesa anche agli Slam, con il supporto dell’International Tennis Federation, che modifica progressivamente il proprio approccio regolamentare. Dal 1° gennaio 2025 l’ITF ha modificato le Rules of Tennis per consentire l’off-court coaching nelle competizioni in cui l’ente organizzatore decide di permetterlo.

Parallelamente, la WTA adotta una linea ancora più permissiva, arrivando a consentire coaching anche durante i cambi di campo. Il passaggio da eccezione a regola è rapido. Ma ciò che colpisce è il salto ulteriore: il coaching diventa contenuto.

Alle Next Gen ATP Finals si arriva alla forma più estrema: coach microfonati, comunicazione in cuffia, pubblico coinvolto nell’ascolto delle indicazioni tattiche. Non è più solo un supporto tecnico, è un elemento narrativo. Questa evoluzione risponde a una logica precisa: rendere il tennis più accessibile, più comprensibile, più “televisivo”. Ma introduce una frattura con la sua tradizione. Il tennis nasce come sport di autonomia decisionale, e questa trasformazione lo avvicina a modelli più tipici degli sport di squadra, dove la conduzione tecnica e tattica dell’evento non è individuale ma distribuita.

Serve o non serve?

A livello professionistico, il coaching non è una concessione folkloristica, ma risponde a esigenze concrete. Il tennis moderno è diventato un sistema complesso, in cui la componente tattica ha raggiunto un livello di sofisticazione paragonabile a quello degli sport di squadra e il coach in campo svolge tre funzioni principali. La prima è l’aggiustamento tattico in tempo reale: individuare pattern, leggere le variazioni dell’avversario, suggerire alternative. La seconda è la gestione emotiva: stabilizzare il giocatore nei momenti di rottura della partita. La terza è la semplificazione decisionale: ridurre la complessità a poche indicazioni operative.

Prendiamo Carlos Alcaraz. Il suo tennis è esplosivo, creativo, ma anche esposto al rischio di dispersione. In alcune partite si è visto come l’intervento del coach possa servire a canalizzare l’energia, a evitare che la varietà diventi confusione. All’opposto, Jannik Sinner rappresenta un modello più lineare, ma proprio per questo può beneficiare di input esterni quando l’avversario rompe il ritmo e lo costringe a uscire da schemi consolidati.

Fin qui i vantaggi. Il problema emerge sul piano sistemico. Il coaching introduce una forma di deresponsabilizzazione progressiva. Non immediata, non evidente, ma strutturale. Il giocatore, sapendo di poter ricevere indicazioni, tende a sospendere parte del proprio processo decisionale. Non si tratta di incapacità, ma di abitudine. È un cambiamento cognitivo: si passa da “devo risolvere da solo” a “posso essere aiutato a risolvere da qualcun’altro”.

Questo ha un impatto diretto sulla qualità dell’autonomia. Nei momenti in cui il coaching non è disponibile, o non è efficace, il giocatore rischia di trovarsi meno attrezzato rispetto alle generazioni precedenti. In altre parole, il coaching migliora la prestazione nel breve periodo, ma può indebolire la capacità adattiva nel lungo.

Altri tempi

Il confronto con la generazione di Roger Federer e Rafael Nadal non è nostalgico, ma strutturale. In quell’epoca il coaching in campo era vietato e, soprattutto, culturalmente rifiutato. Il giocatore doveva essere autosufficiente. Non per ideologia, ma per necessità. E Federer rappresentava il paradigma dell’adattamento intuitivo, era in grado di modificare strategia e ritmo quasi in modo organico, come se la partita fosse un’estensione del suo pensiero. Nadal, invece, costruiva il proprio adattamento attraverso un processo iterativo di aggiustamenti progressivi, ripetizione, pressione costante. Due modelli diversi, ma accomunati da un elemento centrale, in quanto la soluzione nasceva dall’interno del giocatore e non dal suo entourage. E questo elemento non era accessorio, ma parte integrante della loro grandezza. Il pubblico non assisteva solo a un confronto tecnico, ma a una sfida mentale individuale in diretta.

Con il coaching in campo, questo processo viene in parte esternalizzato. Non scompare, ma cambia natura. La partita diventa una combinazione di lettura interna ed esterna. E questo modifica anche la percezione del merito della faccenda. Quando un giocatore trova la chiave tattica, resta sempre una domanda implicita: è una sua intuizione o il risultato di un input ricevuto? E quando il suggerimento arriva, dove termina la discrezionalità del giocatore nell’utilizzarlo a meno? Non è una questione di purezza, ma di identità del gioco e di integrità del processo decisionale e della sua formazione. Viene spontaneo un parallelo con l’attuale, acceso dibattito sull’Intelligenza Artificiale. Quando l’Algoritmo propone una soluzione a un problema, dobbiamo adottarla acriticamente, approfondirla o respingerla? Se la accettiamo sempre, siamo noi a dominare la macchina, l’esternalità, o viceversa? Siamo giocatori o robotini telecomandati?

Sì ma gli altri?

Va detto che gli sport individuali il coaching in gara non è un’anomalia, ma la sua forma varia molto in funzione della struttura della competizione. Nel pugilato, ad esempio, il coaching è parte integrante del sistema, l’allenatore interviene tra un round e l’altro, con indicazioni tecniche e motivazionali. È un momento codificato, previsto dal regolamento e perfettamente integrato nella dinamica della gara. Lo stesso avviene nelle arti marziali e negli sport da combattimento in generale: pause brevi, coaching intenso, ruolo decisivo dell’angolo. Situazione simile nel ciclismo, dove il corridore è costantemente in contatto radio con il team. Qui però il coaching assume una dimensione strategica collettiva: non si tratta solo di supportare l’atleta, ma di orchestrare una squadra. Anche nel golf esiste una forma di coaching in gara, attraverso il caddie. Non è un allenatore in senso classico, ma svolge una funzione chiave, suggerisce strategie, legge il campo, contribuisce alle decisioni.

Diverso il caso di sport come l’atletica leggera o il nuoto, o gli sport invernali in generale. Qui il coaching durante la prestazione è di fatto assente o irrilevante, l’atleta compete in una sequenza continua, senza interruzioni utili per ricevere indicazioni. La preparazione è totalmente delegata alla fase precedente. Il tennis, storicamente, è sempre appartenuto a questa seconda categoria: sport individuale puro, senza possibilità di intervento esterno. L’introduzione del coaching in campo lo avvicina oggi a modelli ibridi, più simili al pugilato o al golf che all’atletica. Ed è proprio questa transizione a renderlo un caso interessante: non tanto per il coaching in sé, ma per il cambio di identità che comporta.

Largo ai giovani

Nel circuito ITF World Tennis Tour Juniors 2025, l’off-court coaching (cioè, dall’angolo, mentre l’on court prevede l’ingresso del coach in momenti prestabiliti come il cambio campo) è permesso solo in circostanze specifiche, cioè nei match con chair umpire e secondo procedure dedicate; in tutti gli altri match i giocatori non possono ricevere né on-court né off-court coaching.

Ma se nel professionismo il coaching può essere considerato un’evoluzione funzionale, nel tennis giovanile il tema diventa decisivo. Qui non si tratta di ottimizzare la performance, ma di costruire competenze, e il match non è un fine, è uno strumento formativo. E in questo contesto, il coaching in campo deve essere valutato con estrema attenzione. Un intervento del coach può essere utile nelle fasi iniziali, per fornire punti di riferimento, per aiutare il giovane giocatore a non perdersi emotivamente. Ma se diventa sistematico, rischia di compromettere lo sviluppo di due competenze fondamentali che vanno ben oltre il tennis: la capacità decisionale e la gestione dell’errore.

Un ragazzo che riceve indicazioni continue durante il match non impara a leggere la partita, impara a eseguirla. E perde un’importante opportunità di sviluppo. E questa è una differenza sostanziale. Il tennis, più di altri sport, offre l’opportunità di sviluppare l’autonomia cognitiva. È uno sport senza tempo di gioco predefinito, senza sostituzioni, senza interruzioni strutturate. Il giocatore è responsabile di ogni scelta, e privarlo di questa responsabilità significa alterare il processo di crescita.

Per questo motivo, in ambito giovanile, il coaching in campo dovrebbe essere fortemente limitato, se non escluso nelle fasi più avanzate. Il coach deve lavorare prima e dopo il match, costruendo strumenti, non fornendo soluzioni in tempo reale. Un po’ come il personaggio interpretato da Pierfrancesco Favino ne “il maestro” fa col suo giovane allievo, preparandolo non alla partita, ma alla vita.

È il progresso, bellezza

Il coaching in campo rappresenta una delle trasformazioni più significative del tennis contemporaneo, ed è un cambiamento a mio avviso non reversibile. È una risposta a esigenze reali, ma anche una scelta che ridefinisce l’identità dello sport. Rende il gioco più leggibile, più moderno, più vicino alle logiche dell’intrattenimento. Ma introduce una variabile che il tennis, storicamente, non aveva: la condivisione della responsabilità decisionale.

La domanda, alla fine, non è se il coaching migliori il tennis, la domanda è se ci piace dove sta andando il tennis. Che tennis vogliamo, uno in cui il giocatore è supportato, guidato, ottimizzato da coach che per forze di cose non sono tutti bravi uguali e quindi fanno la differenza a seconda del loro compenso? O uno in cui, quando la partita sfugge di mano, resta solo una cosa da fare, e cioè trovare da soli il modo di riprenderla?

Ve lo giuro, non ho la risposta a questa domanda. Ma posso sempre chiederla al mio coach!

YCBS-Paolo Porrati


You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.

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