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Il passato conta, ma solo finché il presente vince: il “caso” Sinner e la memoria corta nel tennis

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Alcune considerazioni sull’eccessiva pressione a cui sono sottoposti Sinner e Alcaraz, che fa sembrare ogni sconfitta poco proporzionata al loro reale valore

Nel tennis di alto livello il successo non concede pause. Quando un giocatore abitua alla vittoria, ogni sconfitta porta a dubbi, alcuni leciti, altri meno. A soli 24 anni, Jannik Sinner ha vinto già quasi tutto quello che c’era da vincere: 2 Australian Open, Wimbledon, lo US Open, 2 ATP Finals, 5 Masters 1000 e 2 Coppe Davis. Aggiungiamo a questi titoli le 65 settimane al numero uno del ranking mondiale e abbiamo già un palmarès stellare, considerando anche che – sulla superficie dove non ha ancora vinto grandi titoli, ovvero la terra – ha sfiorato la vittoria al Roland Garros. Infine, ai numeri di Sinner aggiungiamo che nelle ultime due stagioni ha ottenuto una percentuale di vittorie superiore al 90%. Dati che descrivono un giocatore con pochi eguali nella storia recente.

Eppure… è bastata la sconfitta in semifinale agli Australian Open contro Novak Djokovic per riaprire una serie di interrogativi.

Del resto lo stesso trattamento era capitato poco tempo fa ad Alcaraz, giudicato come “troppo distratto”, “poco continuo”, un giocatore “non da cemento”. Oggi invece si parla della possibilità che conquisti il Grande Slam, impresa riuscita solo a Rod Laver nell’era Open.

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Nel caso di Sinner c’è chi oggi parla di problemi fisici giudicando come errore la decisione di licenziare Panichi; c’è chi ha messo in discussione la sua corporatura, troppo fragile per competere in certe condizioni climatiche; c’è chi considera, dati alla mano, che superate le quattro ore (3 ore e 50 per la precisione) le sue prestazioni calino anche dal punto di vista mentale e c’è anche chi ha indicato nel tifo contrario un ulteriore ostacolo nei match contro Djokovic e Alcaraz.

Tutte considerazioni che, prese singolarmente, potrebbero essere valide, dato che è difficile arrivare ad una verità, ma il punto è capire perché emergano con tanta forza solo ora che ha perso con Djokovic. Gli stessi elementi potevano essere presenti anche quando Sinner batteva Alcaraz a Wimbledon o alle ATP Finals, o quando superava quota 12.000 punti in classifica. 

Lo stesso discorso si potrebbe fare a parti invertite con Alcaraz, giudicato nel momento in cui ha perso la sua terza finale a Wimbledon. Analizzare in modo critico una sconfitta è corretto, anzi doveroso, ma non bisogna correre il rischio di trarre conclusioni affrettate. Perché rispolverare episodi lontani nel tempo, come per esempio il KO dell’azzurro con Shapovalov agli Australian Open 2021, per sostenere l’esistenza di un problema di fondo?

Così come non è lecito paragonare il percorso di Sinner a quello del suo rivale, soprattutto nel momento migliore di quest’ultimo. Alcaraz ha già completato il Career Grand Slam ed è stato il più giovane a riuscirci: un dato oggettivo, che oggi lo pone un gradino al di sopra sotto questo profilo. Ma elogiare uno, sminuendo l’altro è un gioco tipico delle rivalità, non sempre corretto. La storia del tennis – da Federer e Nadal a Borg e McEnroe – ci insegna che il valore di un campione non si misura solo per differenza aritmetica di titoli.

C’è tanto da migliorare in Jannik Sinner, come normale che sia vista la giovane età: servizio, scelte tattiche e componente atletica sono aree su cui lavorare, e Jannik ne è pienamente consapevole. Così come i numeri dicono che Alcaraz è avanti nei confronti diretti, ma tutto questo era vero anche prima della semifinale persa con Djokovic, non è diventato vero solo dopo.

E’ inevitabile pensare quanto poco sarebbe bastato per ribaltare alcuni risultati: gli US Open 2022 persi con Alcaraz dopo cinque ore e con il match point non sfruttato; la finale del Roland Garros 2025, sfumata dopo oltre cinque ore e tre match point consecutivi; gli ultimi Australian Open, con occasioni mancate nel quinto set contro Djokovic.

Senza contare che proprio a Melbourne Alcaraz è stato ad un passo dal perdere con Zverev. Episodi che avrebbero potuto cambiare la storia, ma che restano, appunto, ipotesi e come ricordava Nadal a Wimbledon: “If, if, if…doesn’t exist”.

La domanda interessante però è un’altra: “Se l’esito non fosse stato questo, ci sarebbero state opinioni diverse?” Probabilmente sì e del resto come diceva Woody Allen nel suo famoso film “Match point”: “A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde”. 

Tra Sinner e Alcaraz, al momento, il margine è spesso stato questione di centimetri: a volte la palla è andata avanti, altre volte è tornata indietro.

Nel tennis, come nello sport in generale, la memoria tende a essere corta, perché “il passato conta, ma solo finché il presente vince”. Un modo di pensare che può caricare di troppa pressione chi compete ai massimi livelli, costretto a dimostrare continuamente di meritare ciò che ha già costruito con la sensazione di vivere in un eterno presente.

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