Mirra Andreeva apre il 2026 col passo giusto: batte Gadecki dopo aver perso il primo set e poi chiarisce un paio di aspetti sul pericoloso concetto di aspettativa
Primo match dell’anno, primi brividi e primo sorriso. A Brisbane, nella città che inaugura la sua stagione, Mirra Andreeva si è tirata su le maniche e ha fatto il lavoro sporco: 4-6 6-1 6-2 a Olivia Gadecki, rimontando dopo un set difficile da masticare. “Non è mai facile iniziare la stagione, ma sono felice di essermi presa la vittoria”, ha raccontato dopo l’incontro il baby prodigio da Krasnojarsk, fresca di qualificazione al duello contro Linda Noskova, domani, per un posto nei quarti.
La storia della partita è stata semplice da leggere e complicata da vivere: Gadecki che picchiava da tutte le parti, Andreeva che ha boccheggiato, chiesto un toilet-break per resettare, poi è tornata in campo e cambiato spartito. Più coraggio, più anticipo, e soprattutto niente favori gratuiti alla rivale. Il risultato? Controllo totale negli ultimi due set.
Ma la parte interessante è arrivata dopo la partita. Chiusa la giornata di lavoro, Andreeva ha parlato di pressione, di titoli conquistati quando nessuno se lo aspettava e di quei mesi del 2025 in cui sembrava che lei, ragazzina russa sostanzialmente alle prime armi, dovesse sollevare trofei ogni singolo weekend. “Dopo i successi a Dubai e Indian Wells tutti pensavano che dovessi vincere anche a Miami, Madrid e Roma, ma semplicemente non è possibile. Può essere devastante imporsi di dover vincere sempre solo perché gli altri ritengono che tu possa farlo”, ha detto Mirra con un filo di sorriso sulle labbra: come dire che le aspettative ci sono e sono inevitabili, ma vanno maneggiate, possibilmente con cura.
E qui nasce il messaggio – destinato a far discutere – alla prossima stella promessa del tennis australiano: Emerson Jones, la diciassettenne che ieri ha infiammato la Pat Rafter Arena nel corso del match vinto contro Tatjana Maria, e che oggi è stata battuta da Liudmila Samsonova al secondo round del Brisbane International, non deve farsi travolgere dal mito del paragone. E se lo dice Mirra, una che da quando ha quindici anni viene indicata come sicura pluri-campionessa Slam, conviene starla ad ascoltare. “Come io sono solo Mirra Andreeva, lei è solo Emerson Jones. Non sarà la nuova Ash Barty”, ha scandito davanti al microfono.
Barty si è ritirata, Jones è appena partita: “Ha una sua strada davanti, deve percorrerla senza pesi inutili. I modelli vanno bene, e vanno tenuti presenti. Ma le ossessioni possono alterare le carriere, o addirittura guastarle”. Aggressiva, piccola ma con un braccio che graffia, Andreeva intravede un futuro brillante per la collega aussie, ma le toglie – e si toglie – il peso che grava su tutte le promesse obbligate.
Poi, uno sguardo allo specchio. Che cos’è una carriera riuscita? “Per qualcuno è restare sano negli anni mantenendo sempre un buon livello, per altri vincere dieci Slam”. Lei, che in cameretta ha ancora i poster di Roger, Serena e Rafa, si è messa tra parentesi: “Io do il massimo, mi godo il momento e vediamo dove porta. Ne riparliamo tra un anno”.
La fine dell’anno scorso è stata complicata, per la giovane Andreeva, forse proprio a causa delle gigantesche aspettative provocate da una prima parte di 2025 deflagrante. Adesso lo sguardo sembra tornato quello buono. Quello che potrebbe guidarla lontano già a partire da Melbourne. Potrebbe. E comunque i paragoni stiano alla larga: se Emerson deve restare Emerson, Mirra deve restare Mirra.




