Richard l’artista, Fabio il ribelle, Kyle e il suo dritto anticarro, Rohan l’eterno. Quattro modi diversi di lasciare il circuito, un’unica scia di memoria
L’anno che si chiude ha portato via più di un campione. Non soltanto quattro giocatori, ma quattro modi diversi di attraversare il tennis, di interpretarlo, di restituirlo al pubblico. C’è chi ha lasciato la scena sulla terra di casa, chi ha salutato dopo una vita passata a discutere con il proprio talento, chi ha negoziato troppo a lungo con un ginocchio capriccioso, chi ha percorso il mondo fino all’ultimo giorno possibile. In comune hanno avuto una cosa: la capacità, rara, di coccolare preventivamente la memoria che sarà.
Richard Gasquet
La Francia lo aspettava prima ancora che diventasse un uomo. Copertine, titoli profetici e quel rovescio che sembrava un cimelio uscito da una galleria impressionista. Gasquet ha interpretato il mestiere coltivando l’unica vera forma di resistenza al tempo che passa che il tennis conosca: la bellezza. Per quasi diciannove anni consecutivi è rimasto dentro la Top 100 con un picco al numero 7 toccato nel luglio di 18 anni fa, vincendo 16 titoli e 609 partite da pro, record nazionale francese nell’era ATP.
Il suo ultimo ballo, al Roland Garros contro Sinner, ha avuto il sapore dell’inevitabile. Ma Gasquet non è mai stato uomo dei finali: era la trama, non l’epilogo. Meticoloso fino al dettaglio maniacale — il grip rifatto a ogni cambio campo, il timing chirurgico — e capace di inventare angoli che sembravano un atto di cortesia verso il pubblico. Un esteta, ma anche un lavoratore segreto della geometria.
Fabio Fognini
Fognini ha incarnato per anni l’eterna contraddizione dell’artista: talento fuori scala, nervi a intermittenza, poesia e autolesionismo che si rincorrevano come due biglie impazzite in un autodromo-giocattolo scavato nella spiaggia (ligure). Ha chiuso con 426 vittorie, nove titoli, un best ranking da numero 9 e quel trionfo di Monte-Carlo nel 2019 che resta uno dei momenti più pirotecnici del tennis italiano.
L’addio, arrivato a Wimbledon dopo aver trascinato Alcaraz al quinto set, è stato un gesto da consumato uomo di scena. “Era il modo perfetto per salutare“, ha detto Fogna commentando la circostanza conclusiva della sua carriera. E in effetti non si poteva immaginare qualcosa di più fognesco: una partita folle, oscillante, generosa, spettacolare come poche se ne vedono oggigiorno. Ha attraversato l’era dei mostri sacri, Federer–Nadal–Djokovic, con l’atteggiamento del guastatore: non avrà vinto uno Slam, ma ha lasciato duelli e immagini che resteranno per sempre impressi nei ricordi dei veri appassionati del gioco del tennis, che tende a essere diverso dal tirassegno. Qualcuno ha detto Fognini-Nadal a New York nel 2015?
Kyle Edmund
Il britannico nato a Johannesburg appartiene invece alla categoria dei rimpianti. Nel 2018 sembrava l’uomo nuovo del tennis UK: semifinale all’Australian Open, vittorie pesanti su Anderson e Dimitrov, primo titolo ad Anversa, best ranking alla 14 ATP. Poi il corpo si è preso la scena, prima con prudenza, poi con crudeltà: tre interventi chirurgici fra il 2020 e il 2022, anni passati a inseguire un livello che arretrava sempre di un passo.
“Ho provato e riprovato, per cinque lunghi anni, ma non sono più riuscito ad avvicinarmi ai miei obiettivi“, ha ammesso il povero Kyle. Edmund lascia ad appena trent’anni, con due titoli in bacheca e un itinerario sportivo che somiglia a una lunga trattativa con il medico chirurgo. In fondo, il ragazzo ha lasciato lì quella che a suo modo è una forma di compostezza: sapere quando non è più il momento di restare.
Rohan Bopanna
Se gli altri tre hanno lasciato il circuito per esaurimento naturale, Bopanna lo ha fatto per compimento. Cresciuto fra le colline del Coorg tra le piantagioni di caffé, Rohan ha impiegato vent’anni per scalare il mondo in doppio, fino ad arrivare a guardare tutti dall’alto a 43 anni diventando il più “anziano” numero 1 del ranking nella storia del gioco. Tra i suoi 26 titoli, compreso l’Australian Open 2024 vinto insieme a Matthew Ebden, soffia l’eco di un tennis costruito sul mestiere, sulla pazienza, sulla capacità di gestione e, soprattutto, su una mano fatata.
Ha raccolto l’eredità dei Paes, dei Bhupathi, degli Amritraj, attraversando con gentilezza e classe venticinque anni di tennis e due generazioni di colleghi. “È stato un percorso oltre ogni immaginazione,” ha confessato. In una disciplina che brucia carriere, Bopanna ha fatto l’opposto: la ha allungata assaporando il dolce proprio alla fine, come si conviene.




