La campionessa dello US Open 2015 ed ex numero 6 WTA è la prima ospite della seconda stagione del podcast di Tennis Talker. Molti i temi trattati nella lunga chiacchierata con i nostri conduttori: dall’Open d’Australia appena concluso al concetto di partita perfetta, ma c’è anche spazio per qualche salutare schiaffo ai… colleghi maleducati
Una conversazione lunga, laterale, piena di deviazioni intelligenti. Flavia Pennetta guarda il tennis di oggi con l’occhio di chi ci è stato dentro davvero, ma senza nostalgia programmata. Ne esce un racconto fatto di dettagli piccoli e rivelatori, che più che spiegare il gioco… ne raccontano l’aria. Flavia è stata sicuramente tra le più grandi tenniste italiane della storia: quale madrina migliore per il battesimo della nuova stagione (con tanto di studio rinnovato!) di Players Lounge?
Gli argomenti trattati in più di un’ora di chiacchiere assortite non si contano; qui proviamo a estrapolarne qualcuno.
C’è un’immagine che apre tutto, ed è un’immagine sentimentale. Perché per Flavia Pennetta il torneo australiano è stato prima di ogni altra cosa la magia di rivedere Roger Federer in campo. “Rivedere Roger all’Australian Open è stato veramente emozionante, è stato lui a riempire i primi giorni, le prime pagine e il cuore di tutti”, dice, e già così sposta il baricentro dal tabellone al sentimento.
Poi arriva il tennis vero, quello che pesa. L’epopea di Novak Djokovic, capace di piegare il presente pur avendo l’età del passato. “È veramente incredibile che a trentanove anni Nole abbia potuto tirar fuori un torneo simile e addirittura battere Sinner in semifinale”, racconta, subito aggiungendo il dettaglio tecnico che vale più di un’analisi da studio tv: “Ha modificato il proprio modo di giocare diventando molto più offensivo, perché si è reso conto che alla sua età Alcaraz e Sinner non li avrebbe potuti battere correndo a fondocampo per tutta la partita”.
Nole è riuscito ad avere la meglio su Sinner in semifinale dopo una lunga serie di scontri diretti persi male – “non pensavo proprio potesse spuntarla” – e anche in finale se l’è giocata alla grande, selezionando con cura le armi migliori per infastidire il numero uno del mondo in relazione alla benzina che gli restava nel serbatoio. “Ha giocato un primo set fantastico, poi nel secondo e nel terzo è calato. Ma se avesse convertito quella palla break sul quattro pari nel quarto set non so come sarebbe finita, perché non vedevo Carlos proprio rilassatissimo“.
Il capitolo sugli sprechi porta ovviamente dritti al paragrafo riguardante Sascha Zverev, i cui sperperi sono evidentemente ben più sanguinosi dei pochi compiuti da Nole. Qui Pennetta cambia tono e scena: dal grande stadio al bar davanti alla scuola. “Mi sono messa a guardare il quinto set al bar con gli altri genitori dopo aver lasciato i bambini a scuola. In un certo senso ero convinta che non ce l’avrebbe fatta a condurre in porto il match”. La diagnosi è secca: “È un campione, ma gli manca sempre qualcosa per chiudere a suo favore i grandi appuntamenti”. E sulla protesta per l’ingresso del fisioterapista quando Alcaraz è stato vittima di crampi, affiora il sorriso domestico: “Immagino cosa avrebbe fatto mio marito” (ovviamente Fabio Fognini, NdR), “avrebbe tirato giù il mondo”.
Proprio i crampi diventano una chiave per leggere il tennis contemporaneo. “Io non mi ricordo di aver mai avuto i crampi durante una partita, mi vengono adesso, ma quando dormo!”, ride. E poi la spiegazione, più sociologica che medica: “Oggi i giocatori sono macchine programmate al millesimo e basta il minimo imprevisto per far saltare tutto. O forse una volta, senza social network, certe notizie nemmeno arrivavano al pubblico”.
Quando si commenta l’idea di portare al meglio dei cinque set anche i match femminili – partorita dal direttore degli Australian Open Craig Tiley – la risposta è netta. “Ho la percezione che siano solo provocazioni. Dovremmo giocare tre set su cinque per giustificare il fatto che prendiamo gli stessi soldi degli uomini? Mi pare una stupidaggine. Dicono: gli uomini stanno in campo molto di più, ma a ben guardare quante sono le partite maschili che vanno oltre le quattro ore? Ben poche, la maggior parte durano un’ora e mezza o due ore, esattamente come i match femminili“.
E di Naomi Osaka cosa vogliamo dire? Agghindata in modo eccentrico, certo, ma non è quello il problema. Il problema semmai è esultare in faccia a un’avversaria – Sorana Cirstea, nell’occasione – quando quest’ultima sbaglia una prima di servizio. Flavia è lapidaria, quando si parla dei vari aspetti dell’osare: “Ha forse osato un po’ troppo vestendosi così, ma il mercato asiatico risponde a criteri che non capiamo completamente. Se invece avesse osato esultare per un errore altrui al servizio ai miei tempi, sarebbe stata appesa al muro“.
Voltando pagina, si scivola sul terreno più psicologico dell’approccio mentale, e nello specifico del ‘maniavantismo‘, la giustificazione preventiva essendo da sempre non solo precauzione retorica, ma indispensabile benzina per molti professionisti. Anche per i campionissimi come Rafa Nadal: “Di solito già dai primi turni si lamentava del posto, del proprio tennis, e poi vinceva il torneo. Alle Olimpiadi di Pechino lo ricordo sdraiato per terra nel suo appartamento, cupo. Ha vinto l’oro“.
La negatività, se ben diretta, diventa protezione. “Indian Wells è un torneo che ho sempre detestato”, racconta, “e nel 2014 ho finito per vincerlo. Forse proprio perché i pensieri neri avevano cancellato la zavorra delle aspettative”.
La parte più tecnica è anche la più spietata. “Le partite perfette sono meno di cinque all’anno. La differenza la fai vincendo i match in cui sei al trenta per cento”. Ovviamente le giornate baciate dal Dio del tennis ogni tanto si manifestano; se succede il giovedì in cui è in programma una semifinale Slam, meglio. “La famosa partita a New York contro Simona Halep è una di quelle in cui ti senti invincibile, ma sono arrivata fin lì sfangando match giocati così così“.
Alla fine, quando le si chiede cosa le manchi davvero del tennis agonistico, la risposta spiazza. “Zero”, dice. E poi Flavia corregge il tiro, come si fa quando si vuole essere onesti fino in fondo: “Mi manca la routine, il mio allenamento quotidiano, il mio staff. Non mi manca l’adrenalina in campo”. Paradossalmente, l’adrenalina la provava guardando il marito. “Prima della finale di Montecarlo 2019 sono dovuta andare due volte in bagno per la tensione”, ricorda.
Sono solo alcuni dei temi toccati nella conversazione integrale. Nella puntata completa – che vale davvero la visione – c’è molto di più: storie, retroscena e analisi lucidissime sul tennis di oggi e di ieri. Tutto quello che dovete fare è cliccare sul tasto play giusto qui sotto.
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