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Niente di personale

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Mentre calano le prime ombre della sera sul Montecarlo Country Club, migliaia di tennisti agonisti vanno col pensiero alla stagione di tornei che sta iniziando, e agli impegni di classifica che li attendono. Questa è una storia non solo personale e non troppo seria per riflettere su quel che serve per godersi un’altra maledettissima stagione di partite ad alta tensione!

You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati

Accade che la stagione agonistica si avvicini all’apertura, e con essa si risvegli in me quella sacra e indomabile fame di punti che alberga nell’animo di qualsiasi giocatore agonista, specie se frequentatore dei pericolosi bassifondi della classifica nazionale, la famigerata Quarta Categoria.

La partenza del torneo di Montecarlo segna per noi frequentatori di questo acquario quello che lo sbocciare dei primi fiori di primavera rappresenta per gli orsi temporaneamente letargici in qualche caverna ancora non aggredita dal disgelo o dal turismo Social: la ripresa della vita. È un momento bellissimo, nel quale le prime epiche battaglie monegasche scuotono la terra rossa del Principato come quella dei circoli di tutta Italia, trasmettendo ad anima mente e cuore l’impulso vitale che andrà crescendo fino all’estate, per poi sostare e riprendersi in vista dei punti di classifica necessari, in autunno.

L’anima vagheggia di miglioramenti maturati e probabilmente invisibili quanto ininfluenti, maturati in ore costose e massacranti di lezioni private o corsi collettivi. La mente si lascia sedurre da calcoli di classifica orgogliosamente sottratti alle brame dell’Intelligenza Artificiale e sempre generosi nel prospettare cambiamenti di categoria singoli, doppi, multipli. Il cuore e il fisico si preparano a sforzi indomiti e spesso inutili, su campi dove la sofferenza può protrarsi per ore in mezzo a nuvole di polvere rossa e bar chiusi per assenza di avventori con dentro bibite rinfrescanti e integratori rivitalizzanti.

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Accade che per dare l’avvio all’epifania sportiva occorra tuttavia il riconoscimento formale della mia idoneità fisica, da riconfermarsi ogni anno per tramite di un meccanismo di verifica basato su prove fisiche di idoneità. Sino a pochi anni fa la Visita Medica Agonistica, questo il nome della prova, si sostanziava in blandi esercizi ginnici svolti su un’attrezzatura sportiva non proprio all’avanguardia (chi non ha mai visto i mitici “gradoni” alzi la mano), con modalità alquanto sbrigative, in un clima di generale rilassatezza che trasformava l’ottenimento dell’ambito certificato in una rapida formalità.

Questo paradiso della prevenzione si è rapidamente trasformato in qualcosa di molto diverso, con macchinari sempre più sofisticati, medici sempre più aggiornati e prove fisiche pericolosamente prossime allo sforzo supremo, con alcune derive da waterboarding assolutamente sinistre. I bei tempi se ne sono definitivamente andati, questo l’abbiamo capito da un pezzo, il tutto a causa di qualche scriteriato sovrappeso che ha visto bene di sentirsi male proprio in campo invece che a casa sua o a Torino durante le Finals. Il tutto, con un aumento dei costi della visita, specie per gli Over55, degno del prezzo del gasolio dopo la crisi dello Stretto di Hormuz.

Accade che il Medico Sportivo mi fissi, mentre scendo affannato dalla maledetta bicicletta coperto di diodi che neanche Robocop subito dopo l’impianto bionico, e mi inviti a stendermi di nuovo sul lettino. La sua espressione, senza alterarsi, si fissa sul visore dell’elettrocardiogramma con un’espressione che in un lampo televisivo ricordo di aver visto sul viso di Hugh Laurie in Doctor House, quando viene fulminato da un’illuminazione diagnostica. So di aver patito sullo strumento di tortura, ma so anche di esser reduce da una sosta vacanziera non proprio all’insegna dell’equilibrio alimentare e della cura fisica. E ora so anche che il tracciato cardiaco rivela qualcosa di anomalo sia nella fase di sforzo che di recupero, e che lo scrupoloso discepolo di Ippocrate mi consiglia di approfondire con accertamenti, invitandomi a tornare da lui successivamente. Rimandato. Per la prima volta in carriera. Mi tornano in mente almeno un paio di romanzi in cui la vita del tennista promettente cambia traiettoria dopo un verdetto analogo, e la cosa non mi piace.

Accade che per eccesso di scrupolo io decida di consultare non uno ma tre cardiologi, spinto da una vocina interna che mi dice di non lasciar perdere per ripresentarmi dallo stesso medico fra qualche tempo, sicuro di passare la prova sotto sforzo come lo studente che si ripresenta all’esame senza aver studiato, contando sulla sola probabilità che le domande siano diverse e più favorevoli. Scrupolo interessato, visto che i trascorsi paterni in tema di colesterolemia e bypass inducono a una certa qual prudenza. Segue una sequenza di rassicuranti esami del sangue, holter, elettrocardiogrammi, tutti unanimemente improntati a una regolarità indegna di nota. E seguono due verdetti incoraggianti, sebbene bizzarri nelle motivazioni: “era stanco al momento dell’esame” e “la macchina era tarata male”, con annesso suggerimento a ritentare per essere certamente più fortunato. Quante volte abbiamo atteso la risposta che volevamo per poi prendere la decisione che speravamo? La stagione incombe, la forma fisica migliora, i match in TV stimolano l’appetito agonistico.

Accade tuttavia che il terzo medico si frapponga fra me e il PUC. “Non sono convinto, vatti a fare una TAC”. Disciplinato e prudente, obbedisco se non altro per completezza di indagine. Prenoto, mi presento puntuale e puntuale entro nell’enorme macchinario per la veloce analisi pensando ai tornei in programmazione da giocare, e in televisione da vedere. È l’ultimo passo prima di potermi ripresentare dal Medico Sportivo con una carriolata di documentazione a supporto sufficiente per giocare i 1000 ormai imminenti. Lo sguardo dell’infermiera appena sceso dal lettino e la rincorsa del radiologo per agguantarmi mentre mi rimetto la camicia mi fanno capire prima ancora che sia detta una parola, che le cose andranno diversamente. “Lei non va da nessuna parte” è la frase che ricorderò per sempre, e che per un comprensibile meccanismo dell’anima mi sarà anche più cara dei rari “mi ritiro, hai vinto tu” ascoltati dall’avversario in un turno qualsiasi di un Limitato 4.2.

Accade che la situazione è critica, il ricovero urgente, l’operazione immediata. Coi medici durante le tre ore di operazione ragioniamo di tennis e di futuro, mentre io penso che il prossimo a parlarmi male del nostro Servizio Sanitario Nazionale mi costringerà a cambiare la racchetta, perché la mia gliela fracasserò in testa. Qualche giorno di ospedale, qualche settimana di riposo, qualche pillola per sempre e sono di nuovo lì, in campo, felice per una pallina che balla sul nastro e va di là come lo sono sempre stato. Con calma e senza tornei, senza dubbio, ma anche senza incubi.

Accade che in breve io mi trasformi nella Favola della Prevenzione, raccontando la mia storia agli amici e ai conoscenti come sto facendo con voi. In breve, sviluppo anche un superpotere inatteso: dopo venti secondi del mio storytelling sono in grado di definire senza margine di errore se la persona che mi sta ascoltando si deciderà o meno a prenotare quella visita cardiologica specialistica che ha per tanto tempo rimandato. Quasi sempre, la risposta è sì.

Accade che il tennis vada avanti, i Quarta e le competizioni a squadre riprendano. A Montecarlo c’è il sole e fa caldo, è bellissimo. Il prossimo punto è importante, la prossima partita è determinante. Prepariamoci a giocarla, prendendoci cura di noi stessi.

YCBS-Paolo Porrati


You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.

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