TennisTalker MagazineEditorialiSenza Sinner, Alcaraz e Djokovic, Montreal è il 1000 di chi cerca la prima vittoria
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Senza Sinner, Alcaraz e Djokovic, Montreal è il 1000 di chi cerca la prima vittoria

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Per quattro anni di fila, l’Open di Canada è stato il torneo di chi non aveva mai vinto prima un Master 1000. Da Auger-Aliassime a Cobolli, da Musetti a Jodar, tutti i candidati per una tradizione che potrebbe essere estesa anche al 2026

Francis Bacon sosteneva che “le occasioni appaiono enormi quando si presentano”. Difficile trovare una citazione più adatta per descrivere il Masters 1000 di Montreal. Con Jannik Sinner, Carlos Alcaraz e Novak Djokovic fuori dal tabellone, il cemento canadese si trasforma in una rara finestra di opportunità per chi, finora, ha sempre visto il titolo sfumare davanti ai giganti del circuito. Per molti sarà semplicemente un Masters 1000. Per altri potrebbe essere il torneo destinato a cambiare una carriera.

L’Open di Canada, negli ultimi anni, si è costruito quasi involontariamente un’identità ben precisa: quella del torneo delle prime volte. Dal 2022 in avanti, infatti, ogni edizione ha incoronato un campione che non aveva mai conquistato un Masters 1000. Pablo Carreño Busta aprì la serie sorprendendo tutti; nel 2023 fu Jannik Sinner a sollevare il primo “1000” della sua carriera, preludio a un’ascesa che lo avrebbe portato ai vertici del tennis mondiale. Poi Alexei Popyrin nel 2024 e Ben Shelton nel 2025. Una sequenza che sembra raccontare come il Canada sia diventato il luogo ideale per rompere un tabù.

La domanda, allora, è inevitabile: la tradizione continuerà anche nel 2026? I candidati non mancano.

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Tutti gli occhi su Auger-Alassime e de Minaur

Partire da Felix Auger-Aliassime è quasi obbligatorio. Giocare in casa, davanti al pubblico canadese, da testa di serie numero 2 rappresenta un’occasione irripetibile. Il talento non è mai stato in discussione, così come il curriculum: due finali Masters 1000 perse e una carriera che aspetta ancora il titolo capace di cambiare definitivamente la percezione del suo valore. Il dubbio riguarda semmai la gestione della pressione, quella che inevitabilmente accompagnerà ogni suo match.

Nella lista dei pretendenti c’è anche Alex de Minaur, uno dei giocatori più continui del circuito. A Montreal conosce bene il sapore dell’occasione sfumata: nel 2023 si arrese soltanto in finale contro Sinner. Da allora ha continuato a costruire il proprio tennis sulla solidità, sulla resistenza e su una costanza che, in un torneo così aperto, potrebbe trasformarsi nell’arma decisiva. Anche l’Italia presenta più di una candidatura credibile.

Cobolli e Musetti: l’Italia sogna

Flavio Cobolli, ormai stabilmente tra i migliori del mondo, ha compiuto un salto di qualità evidente. Gli manca ancora il grande titolo, ma il suo percorso racconta di un giocatore sempre più pronto a sedersi al tavolo dei protagonisti. Un Masters 1000 forse appare ormai come una questione di tempo più che di possibilità. Discorso simile per Lorenzo Musetti. Il talento non si discute e il bagaglio tecnico è quello di un campione capace di adattarsi anche al cemento quando la condizione fisica lo sostiene (e gli ottimi segnali al ‘500’ di Washington fanno ben sperare). Molto dipenderà proprio da questo: arrivare a Montreal completamente recuperato dopo mesi condizionati da problemi fisici che hanno minato la sua continuità.

Dietro di loro scalpitano profili che sul duro possono diventare estremamente pericolosi. Jiří Lehečka e Arthur Fils possiedono un tennis aggressivo, esplosivo, perfettamente compatibile con queste superfici, mentre Francisco Cerúndolo ha ormai dimostrato di essere molto più di uno specialista della terra battuta. Il suo tennis, stagione dopo stagione, ha assunto una completezza che gli permette di essere competitivo praticamente ovunque.

Per tutti loro Montreal rappresenta qualcosa di più di un semplice torneo. Vincere un ATP 500 certifica una crescita; conquistare un Masters 1000 cambia la prospettiva. È il tipo di successo che modifica lo status di un giocatore, che lo proietta stabilmente tra coloro destinati a contendersi i grandi appuntamenti della stagione. Ma c’è una narrazione ancora più affascinante.

La Next Gen è arrivata: Fonseca e Jodar

E se il prossimo campione non fosse uno dei giocatori ormai consolidati nell’élite, bensì uno dei talenti destinati a guidare il tennis del futuro? È impossibile non pensare a João Fonseca, il nome che più di ogni altro rappresenta la nuova generazione. Il brasiliano possiede una potenza naturale e una capacità di imporre il proprio ritmo che sul cemento possono diventare devastanti. Il suo limite, almeno per ora, non è tecnico ma di esperienza: riuscire a mettere insieme cinque o sei vittorie consecutive contro avversari di primissima fascia è una sfida completamente diversa.

Più intrigante che probabile, invece, l’ipotesi Rafael Jódar. Lo spagnolo continua a essere uno dei prospetti più interessanti del panorama internazionale e affronta la tournée nordamericana con la possibilità di accelerare il proprio percorso di crescita. L’esperienza maturata negli Stati Uniti e i progressi mostrati negli ultimi mesi potrebbero renderlo un avversario scomodo, anche se immaginarlo già in grado di arrivare fino in fondo significherebbe chiedergli un salto forse ancora prematuro.

In fondo è proprio questo il fascino di Montreal. Per una settimana, il torneo canadese smette di essere il preludio dello US Open e diventa un crocevia. C’è chi cerca il titolo che manca a una carriera già importante, chi vuole entrare definitivamente nell’élite e chi sogna di anticipare il proprio futuro. Per una volta, senza Sinner, Alcaraz e Djokovic a occupare il centro della scena, il copione non è già scritto. Ed è proprio questa imprevedibilità a rendere il Masters 1000 canadese uno dei tornei più affascinanti dell’estate.

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