TennisTalker MagazineNewsLjubicic premia il modello italiano: "Progetti individuali e tornei a km zero"
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Ljubicic premia il modello italiano: “Progetti individuali e tornei a km zero”

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Dal Roland Garros, il tecnico croato – consulente della Federazione Francese Tennis (FFT) – spiega il segreto del nostro Rinascimento: “Non è una fabbrica di campioni in serie, ma il trionfo di progetti individuali. Ecco cosa dobbiamo imparare”

C’è un equivoco di fondo quando all’estero guardano al boom del nostro tennis, e a spazzarlo via ci ha pensato Ivan Ljubicic direttamente dai corridoi del Roland Garros. L’attuale responsabile del settore tennis di alto livello per la federazione francese (FFT) spiega che il Rinascimento tricolore non è figlio di una fabbrica statale che stampa giocatori in serie, ma dell’esatto opposto: la valorizzazione del progetto tecnico individuale.

Perché il modello Italia vince

Secondo il tecnico croato, all’estero si tende a pensare che i successi azzurri siano dovuti ad un “metodo federale” che prepara i tennisti a competere nel circuito ATP. La realtà è però diversa. L’Italia vince perché ha smesso di centralizzare il talento scegliendo il decentramento: la Federazione è un ente che supporta, finanzia e agevola la crescita tramite i tornei sul territorio, ma lascia saldamente il volante in mano ai team privati.

Jannik Sinner, Lorenzo Musetti, Matteo Arnaldi e Flavio Cobolli non condividono lo stesso schema biomeccanico o la medesima impostazione tattica. Sono prodotti di laboratori artigianali separati.

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“L’Italia dispone di numerosi giocatori di alto livello. Dobbiamo capire nel dettaglio che cosa hanno fatto per arrivare a questo punto”, ha spiegato Ljubicic ai giornalisti presenti al Roland Garros. “Conosco piuttosto bene l’ambiente italiano e ogni giocatore ha seguito un percorso differente. Sinner è cresciuto con Riccardo Piatti, Berrettini con Vincenzo Santopadre, Arnaldi a Sanremo. Ognuno ha avuto una formazione specifica. La Federazione Italiana ha sicuramente svolto un lavoro positivo, ma non è stata necessariamente il motore diretto dei singoli progetti individuali. Sono convinto di una cosa: i progetti solidi sono sempre progetti individuali”.

Secondo l’ex numero 3 del mondo, il successo di un atleta non può essere attribuito esclusivamente all’azione federale, ma nasce da un perfetto equilibrio di forze: “Non saremo mai responsabili al 110% del percorso di un tennista. Servono il giocatore, la famiglia, l’allenatore e poi il supporto della Federazione. Il successo è sempre il risultato di un lavoro collettivo. Flavio Cobolli si è allenato fin dall’inizio con suo padre. Ha ricevuto sostegno dalla Federazione, ma non in modo determinante”.

Per scalare il ranking serve un abito cucito su misura, non una divisa di taglia unica.

Un movimento piramidale

Anche in questo Roland Garros, l’Italia ha confermato di essere molto più del solo Jannik Sinner. La forza sta nella numero cospicuo di giocatori che sgomitano dalle qualificazioni dei tornei minori fino ai tabelloni principali dei Masters 1000.

Questa struttura garantisce che dietro ogni top player ci sia un vero e proprio plotone di seconde e terze linee pronte al sacrificio, cresciute nei tornei minori e abituate a lottare. Il sistema si auto-alimenta, sfruttando il volano dei tornei organizzati sul territorio nazionale per garantire punti ed esperienza internazionale a chi sta muovendo i primi passi nel professionismo. Inoltre, la presenza di un faro come Sinner fa da traino psicologico per tutti gli altri.

“È molto più semplice quando si ha un punto di riferimento come Jannik“, ammette Ljubicic. “Il suo successo ha spinto molti altri giocatori a credere di poter raggiungere lo stesso livello. Questo è fondamentale. Servono modelli di riferimento, e questo vale in modo particolare per il tennis femminile”.

Il modello francese e la mentalità di Kouamé

Il ragionamento di Ljubicic nasce dalla necessità di dover modificare il modello transalpino. La Francia, storicamente legata ad un sistema centralizzato, fatica a produrre ricambi all’altezza dei vecchi moschettieri. A Parigi le teste di serie maschili parlavano francese solo in due casi, mentre nel tabellone femminile si è registrato uno zero assoluto.

A questo si aggiunge la sfortuna legata ad Arthur Fils, fermato da un problema alla schiena: “Ovviamente sono preoccupato” ha confessato Ljubicic. “Dopo Roma la situazione non sembrava grave, ma alla fine non è riuscito a giocare qui. Resta un grande giocatore, fa parte dell’élite mondiale ed è un peccato non averlo avuto nel torneo di casa”.

Per invertire la rotta, la Federazione Francese ha deciso di copiare una delle strategie chiave dell’Italia: dall’anno prossimo la Francia aumenterà i tornei ITF da 15.000 e 25.000 dollari per permettere ai giovani di competere in casa senza dover affrontare trasferte onerose.

Le basi per ripartire non mancano. Il croato ha puntato i riflettori su Moise Kouamé, il diciassettenne che a Parigi ha rubato la scena a nomi più accreditati dimostrando una mentalità fuori dal comune.

Dopo il primo turno, il ragazzo ha dichiarato apertamente di sentirsi in grado di vincere il torneo. Un atteggiamento che Ljubicic difende a spada tratta: “In Francia dichiarazioni del genere vengono talvolta interpretate come arroganza. Io invece mi chiedo: perché no? Bisogna avere il coraggio di puntare in alto. Nella sua mente non ci sono limiti. Alcuni vedono una mancanza di umiltà, ma io sono felice di come vive le partite. Gli indizi sono molto interessanti, ma non dobbiamo avere fretta. Lavoreremo insieme al suo team per sostenerlo“.

Il messaggio che arriva da Parigi è chiaro: per costruire un campione serve un cantiere aperto 24 ore su 24, gestito dal team privato che vive il giocatore quotidianamente.

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Vanna Rizzo
Vanna Rizzo
Vanna Rizzo, giornalista e Direttrice di TennisTalker Magazine. Laureata in Architettura nella splendida cornice di Venezia, per anni ho diviso la mia vita tra l'interior design, l'organizzazione di eventi e la terra rossa. Il tennis è da sempre un "vizio" di famiglia: gioco e respiro l'aria dei circoli fin da quando ero bambina, e appena posso preparo la valigia per scappare a vedere un torneo, unendo lavoro e diletto. Oggi ho messo da parte le planimetrie per impugnare solo la penna (e qualche volta anche la racchetta). In fondo, guidare un magazine sul tennis è un po' come progettare una casa: serve una base solida, tantissima passione e, soprattutto, la grinta giusta per scendere a rete e chiudere il punto!
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