Dopo il derby ceco vinto contro Muchova a Wimbledon, Drahos Nosek racconta una storia fatta di sacrifici, difficoltà economiche e dolore, fino all’inizio dell’avventura al fianco della figlia Linda, oggi fra le Top Ten del circuito
Durante la finale femminile di Wimbledon, oltre alle due tenniste impegnate in campo, c’era un signore, spesso inquadrato dalle telecamere, che ha rubato la scena in più di un’occasione. Vestito con una maglietta blu completamente fradicia di sudore, a ogni punto della giocatrice più giovane esultava o si disperava come se non ci fosse un domani. Quell’uomo è Drahos Nosek e, mentre sua figlia Linda metteva a segno il match point più importante della sua vita, lui raccoglieva idealmente i pezzi di un’intera esistenza fatta di sacrifici, per poi lasciarsi andare a un pianto di gioia.
Poco dopo la storica finale tutta ceca che ha visto Linda Noskova imporsi su Karolina Muchova, Drahos ha rilasciato un’intervista al Magazine iDNES.cz. Non ha parlato solo di tennis, ma di treni, di fame, di freddo e di una promessa d’amore nata tra le lamiere di ferro vecchio e i binari della ferrovia. Quando gli è stato chiesto cosa provasse a essere il padre della nuova regina di Londra, ha candidamente risposto: “Io… sinceramente non lo so nemmeno. Non riesco a descriverlo. Non avrei mai pensato di vivere una cosa simile nella mia vita“.
Ripartire da sotto zero
La storia di Linda comincia con due divorzi. Entrambi i suoi genitori avevano alle spalle un matrimonio fallito e, scegliendo di costruire una nuova vita insieme, avevano lasciato gran parte dei loro beni ai rispettivi ex coniugi. Drahos e sua moglie Ivana si sono così ritrovati a ripartire da zero, o forse è meglio dire da sottozero dato che nel conto in banca i debiti superavano di gran lunga le entrate.
Drahos ha voluto ricordare quegli anni difficili, raccontando una vita di pura sopravvivenza: “Ci si potrebbe scrivere un libro. Siamo partiti dal nulla e siamo arrivati fino in cima. Quando io e la mia second moglie, Ivana, abbiamo iniziato la relazione, praticamente non avevamo né da mangiare né un posto dove vivere. Con la nascita di Linda, ogni mese ero in rosso di tremila corone. Mia moglie non aveva nulla, io lavoravo come capostazione e raccoglievo il ferro vecchio per poi rivenderlo e cercare di arrotondare. La situazione è migliorata soltanto dopo la morte dei miei genitori: vendemmo la loro casa e con quei soldi saldai i debiti. Finalmente potemmo comprare almeno un’automobile e cominciare a vivere un po’ meglio. Fino ad allora, lavorando nelle ferrovie, almeno viaggiavo gratis. Così andavamo a Praga in treno e dormivamo tutti e quattro in stazione spendendo appena cinquecento corone. Ricordo che ai tornei, a parte la figlia di un poliziotto e la nostra Linda, tutti le altre ragazze avevano padri benestanti che potevano permettersi tutto. Quello che abbiamo fatto noi due… è stato durissimo. Abbiamo davvero toccato il fondo pur di darle questa opportunità”.
Mentre gli altri si allenavano nei club privati sui campi riscaldati, la famiglia Nosek si affidava all’inventiva del padre, pronto a trasformare qualsiasi spiazzo di cemento in un campo da tennis di fortuna.
“Ricordo una volta in cui accompagnai Linda a scuola: era marzo ed erano caduti venti centimetri di neve. Io passai quattro ore a spalare un campo da tennis in un piccolo paese sperduto. All’una del pomeriggio eravamo gli unici ad allenarci in mezzo ai cumuli di neve. E Linda, in tutta la sua vita, non mi ha mai detto una sola volta che non aveva voglia di allenarsi“.
Il vuoto all’improvviso la forza di non mollare
Quella di Linda è anche la storia di un grave lutto. La madre Ivana è mancata due anni fa, spegnendosi poco prima che la ragazza potesse calcare i palcoscenici più importanti. Un dolore immenso che ha rischiato di travolgere e stravolgere le vite di Drahos e Linda, ma che ha trovato proprio nei campi da tennis un motivo per continuare a crederci.
“Io e mia moglie abbiamo dato il cento per cento. Per cinque o sei anni le abbiamo dedicato tutto ciò che avevamo. Ancora oggi mi vengono i brividi a pensarci, perché mia moglie si è sacrificata completamente per lei. Mi dispiace immensamente che oggi non sia qui con noi”.
Dal minatore Pavelka alla rigidità svizzera
Il tennis di Linda Noskova è nato sotto lo sguardo burbero e saggio di Jarda Pavelka, un ex minatore oggi ottantenne che concepiva lo sport come puro e faticoso lavoro d’officina. Drahos difende con orgoglio questo metodo antico, privo di fronzoli e basato sulla ripetizione ossessiva del gesto, mettendolo a confronto con le scuole contemporanee: “È stato Pavelka, tennisticamente parlando, a costruire Linda. Si è sacrificato completamente per lei. Quando oggi vado a vedere allenarsi mia nipote e osservo questi allenatori moderni, credo che il signor Pavelka, mi si passi l’espressione, li ammazzerebbe tutti. In un’ora palleggiano cento palline, parlano, scherzano… Lui invece gliene lanciava trecento o quattrocento dal cesto. Il metodo era semplice: ‘Forza, sbagliato, bene, continua!’. Allenamenti durissimi e tanto lavoro. Ma ne è valsa la pena”.
Accanto alla durezza di Pavelka, la racchetta di Linda ha incontrato anche il rigore svizzero di Melanie Molitor, madre della ex numero uno Martina Hingis: “La signora Molitor ci ha insegnato qualcosa di molto importante: l’assoluta professionalità. Una volta mia moglie e Linda arrivarono con tre minuti di ritardo all’allenamento. Per tre giorni ci spiegò che, se fosse successo ancora, non ci sarebbe stato più bisogno di tornare in Svizzera da lei. Era severissima. Ma ci ha insegnato che il tennis di alto livello è un lavoro durissimo e che non lo si può prendere alla leggera”.
In questo susseguirsi di guide tecniche, anche Drahos ha provato a fare la sua parte, studiando da autodidatta per aiutare la crescita della figlia, ma il suo aiuto è potuto arrivare solo fino ad un certo punto. “Ho prima imparato a giocare a tennis da autodidatta, un po’ come si fa con il ping pong. Ho preso il patentino da allenatore per poterle lanciare le palline dal cesto fino ai dieci-undici anni. Poi, quando lei ne aveva tredici, entrò in campo, prese la racchetta con la mano sinistra nonostante sia destrimane e mi rifilò un 6-0. A quel punto spaccai la racchetta e le dissi: ‘Tesoro mio, con te ho finito'”.
Una ragazza introversa che guarda oltre la rete
Linda viene descritta dal padre come una ragazza silenziosa, quasi impenetrabile, dotata di una corazza emotiva che le consente di non farsi scalfire né dalle vittorie né dalle sconfitte più dolorose: “È una grandissima introversa”.
Del resto, proprio a Wimbledon, era stata proprio la stessa Linda a dichiarare ai giornalisti: “Non ho paura di nulla”.
La pressione però sarà sulle sue spalle più adesso di prima: “La saprà gestire. Non è il tipo che da domani penserà di essere la padrona del mondo. Ha la testa sulle spalle. In autunno sta già programmando qualche altra grande esperienza fuori dal tennis: vuole buttarsi da una torre, fare volontariato in Africa o qualcosa del genere… Mi piace questo suo modo di vedere le cose, ha una prospettiva molto ampia”.
Il cerchio si è chiuso
Oggi, a settant’anni, con la pensione della ferrovia in tasca e la consapevolezza di avere una figlia che, dopo tanti sacrifici, è arrivata esattamente dove voleva arrivare, il cerchio per papà Drahos si è chiuso: “È completamente inutile parlarne. Basta un infortunio, oppure si innamora… No, seriamente, non ha senso fare programmi adesso. Andremo avanti passo dopo passo. Oggi Linda vive da sola a Prerov, ma torna sempre volentieri da noi in Moravia. Ci ritroviamo tutti insieme in famiglia, ed è questa la cosa più importante. Io ho già settant’anni, sono in pensione e, per essere felice, non mi serve davvero altro”.
Se prima il nome di Linda Noskova non era ancora conosciuto da tutti, dopo il trionfo a Wimbledon sarà difficile dimenticarlo. E l’intervista al padre ci permette di andare oltre il risultato sportivo: i sacrifici, il dolore, le rinunce e le regole ferree che hanno accompagnato il percorso della tennista ceca verso questo traguardo non vanno ignorati. Linda è una giovane tennista introversa che, per arrivare fin qui, non ha davvero avuto paura di nulla.




