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    Di mamma (non) ce n’è una sola

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    Una vecchia battuta dice che dietro ogni grande uomo c’è una donna che alza gli occhi al cielo. È così anche nel tennis? La strada verso la parità di genere nel tennis passa anche attraverso una narrazione più equilibrata sul ruolo delle mamme nel successo di campioni e campionesse. Dietro di loro, infatti, non ci sono solo padri tenaci e spesso ingombranti, ma donne eccezionali e insostituibili. Divise per categorie

    You Cannot Be Serious – A cura di Paolo Porrati

    Nel tennis, sport individuale per eccellenza, ogni giocatore è solo quando entra in campo. Ma non è mai solo prima e dopo. Se i “padri-ombra” popolano spesso le cronache, la verità è che moltissimi fuoriclasse devono la loro identità sportiva e umana a figure materne che ricoprono un ruolo non soltanto affettivo, ma formativo. Le storie sono tante, ma i modelli ricorrenti. In questo articolo, che vuole anche essere un omaggio, proviamo a raccontarle in base al tipo di contributo che hanno fornito al successo tennistico della propria progenie.

    1. Le Mamme-Coach: quelle che insegnano, guidano, correggono… e vincono

    Ci sono madri che non si limitano a firmare autorizzazioni per i tornei: prendono la racchetta, scendono sul campo, impostano colpi, ritmi, routine. Non urlano: insegnano. Sono donne che hanno evitato ai figli una carriera con allenatori sbagliati, improvvisando – o perfezionando – una competenza tecnica propria.

    Gloria Connors, madre di Jimmy, è forse l’archetipo della categoria: fu lei, e non un padre-padrone, a trasformare un bambino di East St. Louis nel guerriero più feroce degli anni ’70. Jimmy lo ripeteva spesso: «Io sono l’unico campione del mondo allenato da una donna». Dietro ogni sua risposta di rovescio, c’era una lezione di Gloria. “Se perdi, non tornare a casa” è una delle frasi con le quali era solito motivare il figlio. Risultato raggiunto, chiedere a Corrado Barazzutti per referenze…     

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    Lo stesso vale per Melanie Molitor, che ha modellato Martina Hingis come una scultrice. Diede alla figlia il nome “Martina” in omaggio alla Navrátilová, la mise in campo a due anni, la seguì fino alla vetta, raggiunta a sedici. Non era un progetto tecnico: era un’osmosi. La Hingis stessa lo riconoscerà in seguito: «Con mia madre al mio angolo, vado più lontano».

    Oppure Rauza Islanova, madre di Marat Safin e Dinara Safina. Due figli portati al numero uno del mondo, forse l’unico “doppio successo materno” della storia del tennis. Una madre che conosceva lo sport lo insegnava bene e, soprattutto, sapeva quando farsi da parte.

    Oggi questa categoria ha un volto contemporaneo molto noto: Aneke Rune, la madre del giovane fuoriclasse danese Holger Rune. Aneke è stata la prima allenatrice, la prima manager e spesso anche il primo scudo emotivo del figlio. La sua frase più famosa sintetizza meglio di qualsiasi manuale cosa significhi essere una mamma-coach moderna: «Il mio lavoro è proteggerlo mentre impara a proteggersi da solo». In un’altra intervista, spiegando perché fosse così presente nel suo team, ha detto: «Holger ha bisogno di sentire che chi gli sta accanto crede in lui senza condizioni

    Muovendosi sullo stretto sentiero che separa il bene dal male, la crescita dall’eterna adolescenza dei propri figli, le mamme-coach non creano soltanto automatismi tecnici, creano fiducia. Nella loro versione più riuscita, sono la mano sulla spalla mentre si impara a sbagliare, e poi a vincere. In quella oscura, la campana di vetro che fa appassire anche il più bello dei fiori.

    2. Le Mamme-bussola: il cuore stabile nella tempesta

    Non tutte le madri insegnano il diritto o la biomeccanica del servizio. Molte insegnano qualcosa di più sottile e determinante: la gestione dell’ansia, l’umiltà, la normalità. Sono le mamme-bussola, quelle che mantengono la rotta dei campioni.

    Quando Serena Williams parla della madre Oracene Price, la definisce «la spina dorsale della famiglia». Non il baricentro tecnico – quello era Richard – ma la voce calma che teneva insieme due fenomeni e un sistema mediatico vorace. Oracene non insegnava colpi: insegnava proporzioni, dignità, silenzi. Era la bussola emotiva delle sorelle Williams, l’ingrediente segreto e insostituibile di una ricetta destinata a produrre un dolce impareggiabile e apprezzato per lunghissimo tempo.

    Un ruolo analogo lo incarnava Lynette Federer, che diede al figlio Roger una base di valori da svizzera solida ed imperturbabile. Era lei a ricordare che il tennis è importante, ma non più importante dell’educazione e del rispetto. Quel Federer che dalla maturità sportiva in poi non ruppe mai una racchetta è, in buona parte, figlio suo.

    Oppure Ana María Parera, la madre di Rafael Nadal: una donna che non ha mai voluto entrare nel circolo delle celebrità, preferendo restare radicata nella quotidianità maiorchina. A costo di rinunciare al nirvana fiscale disponibile poche centinaia di chilometri più in là. Nadal lo ha ripetuto mille volte: «La mia famiglia mi tiene con i piedi per terra».

    Perfino in famiglie più “rumorose” la madre resta spesso l’elemento di equilibrio: Dijana Djokovic, per esempio, è il contrappeso al padre Srdjan. È la voce che smorza, che non invade, che sostiene senza proclamare. Novak la chiama «la mia roccia».

    In questa categoria rientra anche Judy Murray, ma per un motivo diverso rispetto al suo ruolo di coach. Quando non era in campo con le racchette, Judy diventava la definizione vivente di “equilibrio emotivo”. Una sua frase — molto più rivelatrice di mille articoli — spiega il suo rapporto con Andy: «Il mio lavoro non è dire ad Andy cosa deve fare in campo. Il mio lavoro è ricordargli chi è quando tutto attorno a lui diventa troppo.» E Andy lo ha confermato più volte: «Quando parlo con mia madre, non parlo con un coach: parlo con la persona che mi riporta a terra.» E ancora, in uno dei momenti più difficili della sua carriera: «Se ho bisogno di qualcuno che capisca davvero come sto, quella persona è lei.» Judy è il paradigma della mamma equilibratrice: ti aiuta a tenere la barra dritta quando la pressione diventa tossica. Non giudica, non invade: stabilizza.

    Queste madri non allestiscono il campo, rafforzano la personalità. Senza di loro, molti campioni forse avrebbero vinto lo stesso, ma non così a lungo.

    3. Le Mamme-Sante: quelle che non allenano, ma rendono possibile il miracolo

    Ci sono madri che non sanno insegnare un rovescio, e magari non si sentono adatte al ruolo di equilibratrice. Ma senza di loro il destino di molti campioni e campionesse non si sarebbe mai compiuto. Sono le mamme-sostegno, quelle che lavorano due turni, che rinunciano alle proprie aspirazioni, che trasformano sacrifici materiali in opportunità sportive.

    Una storia profondamente simbolica è quella di Tamaki Osaka, madre di Naomi. Per anni ha sostenuto il progetto tennistico delle figlie facendo lavori durissimi, mentre la famiglia si trasferiva dalla prefettura di Osaka agli Stati Uniti. Naomi lo dice con una semplicità che commuove: «Ho visto mia madre lavorare incredibilmente duro. Ha messo i nostri sogni davanti ai suoi.» E la campionessa è diventata non solo n.1, ma un modello di sensibilità e gratitudine.

    Lo stesso vale per Sybil Smith, madre di Sloane Stephens. Non era allenatrice, né manager: era un esempio. Ex atleta, disciplinata, resiliente. Crescere Sloane quasi da sola è stato il suo capolavoro. Alla vittoria degli US Open, Stephens corse subito da lei: «Mia mamma è tutto. Senza di lei non sarei qui».

    Queste madri non portano il nome sulla targa di Montecarlo come Julia Apostoli, né i figli a due anni sui campi come Molitor. Ma hanno costruito i campioni con materiali più rari: tempo, rinunce, e un amore non negoziabile.

    4. Le Mamme-Eredità: il precedente agonistico che diventa identità

    Alcuni campioni nascono già immersi nel tennis. Non perché costretti, ma perché la madre ci è passata prima di loro. Queste sono le mamme-eredità, che trasferiscono al figlio non solo tecnica, ma una cultura sportiva intera.

    Julia Salnikova Apostoli, madre di Stefanos Tsitsipás, è un esempio perfetto: ex giocatrice sovietica, vincitrice a Montecarlo, ha trasmesso al figlio un tennis elegante, classico, fatto di rovesci monomani e discese a rete. Stefanos lo ammette senza pudore: «Tutto del mio gioco viene da mia madre».

    Allo stesso modo Angelikí Kanellopoúlou, ex top 50, ha dato a Maria Sakkari la struttura mentale per sopravvivere al professionismo. Non le insegnava i colpi – non più – ma la aiutava a respirare dentro l’ansia dei tornei: «Se ho un dubbio, chiamo mia madre. Mi capisce come nessuno»

    Queste madri incarnano la trasmissione culturale: non fanno solo crescere atleti, ma continuazioni di sé stesse.

    Conclusione: quale mamma crea i campioni?

    Tutte queste categorie hanno prodotto fuoriclasse. Ma se dobbiamo individuare quale tipo di madre influenzi di più il successo, emergono tre elementi ricorrenti:

    1. La presenza stabile, non invadente, non autoritaria, ma costante.

    2. La capacità di proteggere il figlio o la figlia dalle pressioni esterne, che siano i media, il ranking o un padre troppo coinvolto.

    3. La creazione di un clima emotivo sano, che permetta al talento di sbocciare senza bruciarsi.

    In altre parole: la madre più “vincente” non è necessariamente la più tecnica né la più organizzata, ma quella che riesce a essere baricentro emotivo. E infatti molti campioni costruiti da padri-coach aggressivi hanno dovuto recuperare equilibrio da adulti. Chi invece cresce con una madre che funge da stabilizzatore – Oracene, Lynette, Sybil, Vera – raramente crolla sotto pressione.

    Nel tennis, la madre più decisiva non è quella che corregge il rovescio: è quella che corregge la vita attorno al rovescio. È quella che, mentre il mondo corre verso i trofei, ricorda ciò che conta: non diventare un fenomeno, diventare sé stessi.

    Non è quello che fa ogni mamma?

    YCBS-Paolo Porrati


    You cannot be serious è la nuova rubrica settimanale di Tennistalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals Davis e Olimpiadi. Il suo romanzo giallo “Lo Sport del Diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e ambientato nel mondo del tennis, è stata la sorpresa letteraria sportiva dello scorso anno.

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