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    Ma chi è Rafael Nadal?

    Nadal riscrive la storia al Roland Garros. E il fatto non finisce certo qui! Salvo infortuni, il maiorchino tornerà nei prossimi mesi numero uno, posizione che manterrà almeno fino al febbraio 2023. La prima volta dello spagnolo al vertice del tennis mondiale occorreva nell’agosto 2008. Così, a mio avviso, Rafael arriverà a firmare sedici stagioni agonistiche, in termini di estensione tra la prima e l’ultima volta al comando. Mai nessuno come il “Matador”! Senza entrare nell’assurda discussione sul tennista più forte di ogni tempo lui ribadisce, malgrado sia ancora in attività, il proprio posto tra gli immortali del tennis.

    Ma più ancora, illustra l’arte del gioco in modo diretto anche a quelle tante menti ipnotizzate dagli onnipresenti hightlights televisivi. In diverse interviste rilasciava dichiarazioni circa uno stato di forma instabile e sulle difficoltà nel creare gioco con la sua chela mancina. Difatti, contro Aliassime, Djokovic e Zverev veniva spesso surclassato negli scambi, sovente privi di quella profondità necessaria per evitare guai. Sballottato da una parte all’altra del campo come una scricchiolante scialuppa tra le onde della tempesta, così appariva Nadal anche agli occhi meno attenti. Eppure, il Signore della terra battuta, polvere rossastra testimone vitale del respiro del gioco, riusciva a non perdersi dentro il labirinto della partita. Affrontava la materia oscura, quell’essenza capace di far calare le tenebre rendendo le giornate buie, difficili. Senza lasciare spazio a brutti pensieri digeriva gli errori con maestria, cucendo sapientemente la trama sul fondo campo: il giardino di casa. Riusciva a opporre una resistenza formidabile dilatando la tempistica dell’incontro. Tra una parabolica e un fendente, tra una rotazione e una tagliatella, cambiava ritmo e profondità ad ogni azione.

    Arditi quanto improvvisi attacchi di servizio e volée completavano un gioco a tutto campo, novello specchio deformante dentro al quale gli antagonisti riflettevano progressivamente timori e insicurezze. Del resto, il capolavoro per eccellenza, quello di sopravvivenza compiuto nel secondo set contro Djokovic, è già parte della letteratura del tennis. Una sublimazione in grado di superare l’immaginazione di Alexandre Dumas, in quel conte di Montecristo prigioniero nello Chateau d’If. Vinto il primo set e in vantaggio nel secondo per tre a zero con l’incontro tra le mani, subiva il ritorno perentorio del Nole furioso. Così, il Djoker, consumava il rivale infilando in rimonta sei giochi a uno, per conquistare il secondo parziale per sei game a quattro. In quegli attimi, quando la sorte sorrideva benevola al serbo, occorreva il miracolo passato inosservato a molti addetti ai lavori. Nel momento dominato dal gioco avversario, Rafael cedeva il set in oltre ottantacinque minuti di gioco, ma non si spezzava. Una prestazione eccezionale!

    Com’è possibile saper perdere in questo modo, resistendo a una situazione tanto avversa per un tempo così lungo, subendo un violento bombardamento tennistico? Cari amici appassionati, è proprio questo l’evidente marchio di fabbrica, la grande meraviglia capace di illustrare l’immensa psicologia di Rafael Nadal, alimentata da una passione inesauribile. In tal maniera, proprio mentre lo spagnolo perdeva, trovava la chiave per la vittoria. Dimostrava nuovamente come la disciplina “dei gesti bianchi” sia soprattutto basata sulla mente, in cui ballano gli aspetti emotivi e cognitivi. Molti robotici colleghi e colleghe di racchetta, provvisti del solo piano “A”, in una tale circostanza arriverebbero a perdere anche un torneo, vien da pensare. Di certo non si limiterebbero a concedere un solo set! Così, “Rafa”, rientrava nella contesa trascinando il “Djoker” dentro una regale, quanto a suo modo lusinghiera, lotta nel fango. A tutti gli effetti, solo i campioni autentici conoscono gli irti sentieri che caratterizzano le partite infinite, le sole in grado di restare nella memoria degli appassionati per sempre.

    Concetti forse del tutto ignoti al marketing, così come ai tempi televisivi nei quali oramai anche l’arte del gioco pare assumere i connotati dello spot pubblicitario. Grazie all’impresa di Nadal crollano gli hightlights dei colpi vincenti, superficiale illusione mediatica attraverso la quale viene illustrata la disciplina.  Cadono i falsi dei, stritolati nel complesso labirinto della partita: la casa del vero tennis. La NextGen è ancora la ExGen, il resto è la solita cronaca di diritti e di rovesci.

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