Il cuore del Peque, la classe di Nando, l’epopea di Nicolas e la solidità di Albert: altri quattro commiati illustri che lasciano il tennis odierno un po’ più povero
La stagione 2025 ha continuato a sfoltire una generazione che per vent’anni ha dato forma, colore e contraddizioni al tennis globale. Dopo Fognini, Gasquet, Edmund e Bopanna, un altro quartetto ha scelto di posare la racchetta: quattro storie lontane fra loro per stile e geografia, ma unite dalla stessa cifra emotiva. In ognuna c’è un gesto che resta, un tratto di carattere, un modo particolare di abitare il campo.
Diego Schwartzman
Il “Peque” lascia un vuoto molto più grande della sua statura. L’argentino, 170 centimetri di puro ardore competitivo, ha costruito una carriera capace di smentire ogni previsione, spingendosi fino al numero 8 del mondo e sollevando quattro trofei. Non gli è bastato essere un combattente: “Essere solo un lottatore non ti porta in cima: devi avere colpi, movimenti, tennis vero“, ha scritto nel suo toccante congedo. È stato tutto questo assieme: ordine, tenacia, una specie di ostinazione creativa che lo ha portato a “stare dove contava”, come dice lui. Nessun regalo, nessuna scorciatoia: solo la fatica nuda, resa elegante dal modo in cui l’ha raccontata.
Fernando Verdasco
Verdasco ha avuto il passo sul palcoscenico dei grandi attori: generoso, melodrammatico, sempre disposto a incendiare la scena. L’ultimo giro lo ha concesso in doppio, a Doha, accanto all’amico Djokovic. Vent’anni di carriera, sette titoli in singolare, 559 vittorie, un picco da numero 7 e tre Davis conquistate con la Spagna più grande di sempre. E una notte australiana del 2009 che, ancora oggi, brucia nelle retine: cinque ore e 14 minuti contro Nadal, semifinale epica e forse il suo miglior autoritratto. In doppio, ha chiuso con eleganza: otto titoli e il sigillo delle Finals 2013 insieme a David Marrero. “La Davis in Argentina resta il ricordo più speciale“, ha confidato. Non è difficile credergli.
Nicolas Mahut
Mahut ha vissuto due carriere in una: quella in singolare, più che buona e punteggiata da quattro titoli, e quella in doppio, decisamente da campione, con 37 trofei, cinque Slam e due Finals insieme a Pierre-Hugues Herbert. C’è poi l’eternità guadagnata suo malgrado: Church Road 2010, tre giorni di tennis contro John Isner, 11 ore e cinque minuti che lo hanno consegnato alla mitologia del gioco. “Ho trovato un modo per essere legato per sempre a Wimbledon, il posto che amo di più“, ha detto ricordando di averci poi anche trionfato. E forse è questo il riassunto che meglio descrive l’ex ragazzo da Angers: un uomo che ha trasformato la tenacia in poesia rallentata.
Albert Ramos-Vinolas
Il catalano ha salutato il circuito al Challenger di Valencia, con la sincerità disarmante che lo ha sempre accompagnato: “Il cuore vorrebbe continuare, ma la testa sa che tutto deve finire“. Quattro titoli ATP, una finale a Monte-Carlo, 923 partite tra Tour principale e Challenger e una fedeltà alla terra battuta degna dei grandi affezionati al laterizio: Albert ha chiuso i conti a 200 vittorie sul rosso, più di ogni altro giocatore ancora in attività prima del ritiro. Nel 2017 ha toccato il numero 17 del mondo e steso Murray – allora numero 1 – a Montecarlo, impresa da incastonare nella bacheca di casa tra una coppa e l’altra. Una carriera senza rumore, ma piena di sostanza: come chi sa che l’eleganza sta nel dettaglio, quasi mai nel clamore e non sempre nella pura estetica sciorinata dai grandi divi della racchetta.



