In mezzo al diluvio di notizie e articoli su Sinner che vince le ATP Finals, prendiamoci un momento per riflettere non sugli aspetti tecnici o le curiosità che lo riguardano, ma su quello che davvero lui sta facendo per tutti noi.
Quand’è l’ultima volta che qualcuno vi ha fatto sentire orgogliosi?
Voglio dire, PERSONALMENTE orgogliosi di qualcosa cui non avete contribuito neanche in minima parte? Qualcosa di GRATUITO, dal punto di vista dell’impegno e forse per questo ancora più prezioso, perché collegato al semplice fatto di essere italiani? Nel mio caso, Sinner escluso, per ricordare questa splendida sensazione devo tornare con la mente all’arrivo di Samantha Cristoforetti sulla Stazione Spaziale Internazionale nel 2015, o a Fabiola Gianotti nominata Direttrice Generale del Cern incontrata nel 2019. A parte Sinner.
A parte Sinner.
Perché il ragazzo dall’italiano incerto ma dal passaporto più che certo è questo che fa per me, e penso per molti di voi: regalare un’emozione da orgoglio, peraltro proprio nel momento di disgrazia dell’altro generatore di felicità comunitaria, la Nazionale di calcio. Non la politica, impegnata da anni con debordante successo nella Coppa Davis del declino intellettuale. Non l’industria, ormai ridotta al ricordo di sé stessa dopo anni di politiche suicidarie e difesa da pochi avamposti di eroi imprenditoriali. Non la cronaca, trasformatasi in un assillante bombardamento di vergogne quotidiane. Ci pensa Sinner.
Ci aggrappiamo al momento a un ragazzo con la racchetta, che già per ventiquattro volte ci ha fatto tirare fuori il tricolore dal cassetto in cui fisicamente o mentalmente l’abbiamo cacciato per lungo tempo, nel mio caso dalla notte di Berlino nel 2006. Per una sera intera o per tre minuti di highlights non importa. Tutti insieme, a gridare Forza Italia!
Oltre l’orgoglio
Mettiamo ora per un attimo da parte l’eucarestia celebrativa, più che giustificata, di questi giorni e concentriamoci su noi stessi, voglio dire su noi appassionati di tennis … A.S.V. (Ante Sinner Victoriosus). Il roscio di San Candido è riuscito nel miracolo di trasformarci tutti, da cosplay di uno sport minore quale eravamo, in ricercatissimi esperti tuttologi della racchetta che neanche Vittorio Sgarbi ai tempi del suo ciuffo assassino. Certe volte, in questi giorni ma non solo, quando un amico o amica mi chiede fra una chiacchiera e l’altra un pronostico sulla finale di Torino, mi sentivo un po’ come Forrest Gump quando il Tenente Dan gli diceva di aver investito profitti della pesca dei gamberi in un’azienda di “frutta”, la Apple. Successo senza merito, ma con il merito di averci creduto sin dall’inizio. E quindi ecco che siamo a due cose che il rosso ha fatto per me e per noi in questi anni disgraziati.

Di nuovo pieni, i campi
La terza cosa, imponente, è riempire di nuovo i campi da tennis come non succedeva dai tempi di Panatta, e a voler ben vedere, come non è mai successo prima. La Federazione Italiana Tennis e Padel, cui va grande merito nella crescita ragionata di un movimento che dieci anni fa era completamente avvitato su sé stesso, ha pubblicato numeri impressionanti. Oltre ventimila nuovi bambini ogni anno si avvicinano al tennis, le scuole sono piene, i campi sono talmente saturati in giro per l’Italia che se il loro prezzo fosse deciso non dal Maestro del Circolo ma dall’Algoritmo di Booking.com, un’ora di singolo alle sette di sera a Milano costerebbe come una notte in Bed&Breakfast a casa di Dolce & Gabbana. Una meraviglia assoluta per gli occhi e per i cuori di chi come me tre anni fa i campi li vedeva semivuoti e temeva la padelizzazione (malattia altamente infettiva che ha colpito una vasta parte di gestori di impianti sportivi, in alcuni casi in maniera letale) anche per loro. Il tutto con l’intelligente complicità di una Federazione che è cresciuta e gestisce il movimento in maniera sempre più strutturata. Giusto ieri ho assistito a una riunione tecnica federale nella quale si analizzavano le percentuali di risposte in campo (indovinate chi è il Pro con la più alta percentuale in questo parametro …) nei giocatori e nelle giocatrici Under 16 per poi impostare i programmi tecnici di miglioramento di questo fondamentale. Dietro le quinte, in maniera professionale e a suon di risultati siamo diventati il punto di riferimento per tutte le federazioni del mondo, quando tempo fa altri paesi ci guardavano dall’alto in basso senza troppe remore.

Tutto è tennis
Vedo bimbi con magliette da tennis, ragazze e donne con le Stan Smith sotto i Jeans di Roy Roger’s, vecchietti che disertano i cantieri per andarsi a vedere il doppio dei loro coetanei al circolino sotto casa, il Fan Village delle ATP Finals a Torino alle quattro del martedì era più affollato di Madre Teresa Street a Calcutta alle sei del pomeriggio. Una gioia totale per i miei occhi, spero anche per i vostri, e pazienza se si sta un po’ esagerando. Il tennis, ne abbiamo già parlato, sta diventando la lounge music di questo periodo, un piacevole sottofondo che si trova un po’ dappertutto, e questo è il quarto lascito della meravigliosa onda anomala che ci sta travolgendo. Ieri sera ho visto Pierfrancesco Favino fare il co-conduttore col mago Forest nel Gialappa’s Show. Era lì per promuovere Il Maestro (a proposito, datemi retta, andate a vederlo, è fatto molto bene), e questo la dice lunga sullo stato dell’arte tennistica al momento. Uno dei big del panorama cinematografico nazionale era in una delle trasmissioni culto della comicità attuale (che peraltro fino a qualche settimana ironizzava proprio su Sinner con una delle imitazioni meno riuscite della scorsa stagione) con una maglietta da tennis addosso, una fascia antisudore in testa e due Babolat Aero Drive in braccio. Un’immagine che vale più di mille parole.
Cosa possiamo fare noi per Sinner?
Insomma, le cose che il rosso ha fatto per me tennista sono molte, per cui ho iniziato a domandarmi (nota: il tennis era lo sport preferito di John Fitzgerald Kennedy) non che cosa Sinner può fare (di più) per il me tennista, ma che cosa io posso fare per Sinner. Che cosa noi appassionati miracolati possiamo fare.
Beh, apparentemente nulla, in realtà moltissimo. Possiamo prendere tutto il buono che questo momento genera, e renderlo ancora migliore. Lo possiamo fare nelle conversazioni private, quando l’amico ci chiede un pronostico, per raccontagli bene come si guarda una partita e la differenza fra il tifo del calcio e il nostro (avete visto l’ondata di applausi ad Alcaraz domenica? Quello è il tennis, non i tizi che si levano la medaglia d’argento dal collo subito dopo la premiazione). Lo possiamo fare al Circolo, dicendo al genitore che suo figlio giocando a tennis come gioca probabilmente non diventerà mai un campione (“sei una pippa”, dice Raul Gatti – Pierfrancesco Favino al suo giovane allievo, “è giusto che te lo dica io”), ma quasi sicuramente diventerà un fantastico essere umano. Lo possiamo fare legandoci le mani dietro la schiena prima di scrivere un post offensivo a Berrettini perché ha perso un’altra volta, e tenendole ben salde invece sulla tastiera (magari col vocabolario di Italiano di fianco) quando interveniamo su una pagina Facebook per tappare la bocca al miserabile odiatore da sala scommesse che insulta la Paolini chiamandola mezza giocatrice.
Quanta bellezza
Nel monologo finale di American Beauty, il personaggio di Lester Burnham (Kevin Spacey), descrive l’accettazione della sua vita e della bellezza che lo circonda, culminando in un’espressione di profonda gratitudine: “e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita”. Da appassionato di tennis.
E ora scusatemi, vi devo lasciare, si è liberata un’ora al Circolo vicino casa, vado a bloccarla prima che sia troppo tardi.

You cannot be serious è la nuova rubrica settimanale di Tennistalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals Davis e Olimpiadi. Il suo romanzo giallo “Lo Sport del Diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e ambientato nel mondo del tennis, è stata la sorpresa letteraria sportiva dello scorso anno.



