La tennista italiana ha mostrato sui social il segno lasciato da un prelievo di sangue effettuato durante gli US Open: “L’addetta non è riuscita a trovare la vena e ha continuato a muovere l’ago”
Il torneo di Lucrezia Stefanini agli US Open si è concluso al secondo turno, dopo il successo su Dayana Yastremska e la sconfitta nel derby italiano contro Jasmine Paolini. Un buon percorso, iniziato dalle qualificazioni, che la tennista toscana ha però raccontato anche per un episodio avvenuto lontano dal campo.
A una settimana dalla fine del torneo, Stefanini ha pubblicato sui social una foto del vistoso ematoma comparso sul braccio dopo un prelievo di sangue effettuato nell’ambito di un controllo antidoping.
Secondo il racconto della giocatrice, il problema sarebbe nato durante il tentativo di trovare la vena: “L’addetta non è riuscita a trovare la vena e, invece di cambiare approccio, ha continuato a muovere l’ago all’interno del braccio”.
Il risultato, ha spiegato Stefanini, è ancora evidente a distanza di giorni.

“Mi fa male anche nelle cose quotidiane”
La tennista ha mostrato l’evoluzione dell’ematoma, spiegando che il dolore non è rimasto limitato al momento del prelievo: “Questo bellissimo ematoma che, a distanza di una settimana, è ancora qui”.
E poi ha aggiunto: “Ovviamente mi fa male anche nelle cose quotidiane”.
Per una tennista professionista, un problema a un braccio può essere particolarmente fastidioso, soprattutto quando arriva nel corso di una stagione in cui allenamenti e partite si susseguono senza grandi pause. Stefanini, però, non mette in discussione la necessità dei controlli antidoping. Il punto sollevato dalla giocatrice riguarda piuttosto le modalità con cui vengono effettuati i prelievi.
Il dubbio sollevato da Stefanini
È proprio su questo aspetto che la tennista ha voluto richiamare l’attenzione, ponendo una domanda sulla qualità delle procedure e sulla loro uniformità: “Mi chiedo: è normale che un controllo antidoping venga effettuato in questo modo? E soprattutto, è lo stesso trattamento riservato a tutte le giocatrici?”.
Un interrogativo che non mette in discussione l’importanza dei controlli, ma porta l’attenzione su un altro aspetto: anche quando una procedura è necessaria, deve essere eseguita con la massima attenzione nei confronti dell’atleta.




