Il tennista australiano Omar Jasika, dopo la pena ridotta a un mese per Nick Kyrgios per gli stessi illeciti, è tornato a parlare della propria sospensione di due anni
Il nome di Omar Jasika sarà forse sconosciuto ai più. Classe 1997, nato a Melbourne e con un best ranking di numero 204 al mondo, Jasika non ha mai preso parte a un tabellone principale Slam se non nella sua Australia, dove si spinse al massimo al secondo turno nel 2016. Due anni dopo, nel 2018, la squalifica di due anni per un test positivo alla cocaina e carriera compromessa. Una storia poco felice, tornata agli onori della cronaca nelle ultime ore “grazie” a un commento dello stesso Omar sul connazionale Kyrgios.
Liberazione per Kyrgios, il paragone d’obbligo
La notizia della riduzione di pena per Nick Kyrgios ha provocato, a ragione, non pochi mugugni nell’ambiente tennis. I tre mesi di sospensione come da regolamento pare infatti siano stati ridotti a uno, con il tennista australiano di fatto già abile per tornare in campo grazie alla promessa di intraprendere un percorso riabilitativo. E Jasika? La notizia della sospensione della pena inizialmente sembra aver riacceso il senso di ingiustizia nell’animo del 29enne, che però ci ha subito tenuto a precisare la questione: “In primo luogo, questo non è un attacco contro Nick. È un mio amico e, sinceramente, lo sostengo in questo processo“.
Le parole di Jasika
L’australiano si è così espresso con educazione e positività riguardo l’accaduto. Jasika non ha però nascosto un senso di ingiustizia e di amarezza per una carriera che sarebbe potuta essere totalmente diversa, soprattutto per uno grado di vincere lo US Open junior sia in singolare che doppio nel 2014.
“Sono contento che abbia l’opportunità di entrare in un programma di riabilitazione, e di andare avanti con la sua vita e la sua carriera. Ma vedere le notizie di oggi ha fatto riaffiorare molte cose dentro di me.
Nel 2018 ho ricevuto una squalifica di due anni dopo essere risultato positivo alla stessa sostanza. Mi sono assunto la responsabilità delle mie azioni e ho scontato ogni singolo giorno di quella sospensione. Poiché il COVID è arrivato poco dopo il momento in cui sarei dovuto rientrare, in pratica ho perso quasi quattro anni di carriera durante alcuni degli anni più importanti della mia vita.
Oggi le regole sono cambiate. Un giocatore in una situazione simile può ricevere un mese di squalifica entrando in un programma di trattamento approvato.
Non sto dicendo che Nick avrebbe dovuto ricevere una squalifica più lunga. Non lo credo affatto. Sto dicendo che avrei voluto che lo stesso aiuto e la stessa comprensione fossero stati disponibili anche per me.
Ho commesso un errore e meritavo delle conseguenze, ma perdere due anni di carriera è stato incredibilmente difficile. All’epoca non mi fu offerto alcun trattamento né un percorso chiaro per rientrare. Sono stato semplicemente allontanato dallo sport e lasciato da solo ad affrontare tutto ciò che ne è derivato. Sono contento che il sistema sia cambiato e che ora si concentri di più sull’aiutare i giocatori, ma è difficile non chiedersi quanto diverse avrebbero potuto essere la mia vita e la mia carriera se quelle stesse opzioni fossero esistite per me.
Non si tratta di me contro Nick. Si tratta di chiedermi se la punizione che ho ricevuto sia stata giusta e se le persone colpite dalle vecchie regole non mefino che i loro casi vengano riesaminati”.




