TennisTalker MagazineEditorialiDjokovic immortale, Alcaraz risorge. Cosa ci lasciano le semifinali dell’Australian Open?
    Pubblicato in:

    Djokovic immortale, Alcaraz risorge. Cosa ci lasciano le semifinali dell’Australian Open?

    - Advertisement -

    L’eterno Novak Djokovic supera Jannik Sinner e torna in finale a Melbourne tre anni dopo, Carlos Alcaraz risorge e rimonta Alexander Zverev al termine di un quinto set folle. Cosa ci dicono le due epiche semifinali dell’Australian Open?

    Alla vigilia delle semifinali dell’Australian Open la stragrande maggioranza degli appassionati di tennis ha pensato che domenica mattina ci saremmo trovati davanti all’ennesimo capitolo dell’infinita rivalità tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Di fronte a quello che sarebbe stato il primo atto in Australia. Se lo spagnolo ha timbrato il cartellino lottando contro il proprio fisico e un ottimo Alexander Zverev (che si è sciolto sul più bello), l’altoatesino non l’ha seguito.

    Novak Djokovic ha vinto, ma non solo contro Sinner. L’eterno campione serbo ha battuto, di nuovo, il tempo. È uscito di nuovo vincitore dall’interminabile lotta contro la clessidra, da chi brama il suo ritiro e da chi dice che non può più competere ad alti livelli. Di sabbia nella clepsamia ne manca ancora tanta, perché finché vedi il classe 1987 di Belgrado giocare a questi livelli, non puoi fare altro che guardarlo ammirato. E applaudire alla sua infinita resilienza. Novak Djokovic ci lascia, o meglio ci insegna, la forza di volontà, la necessità e la voglia di non mollare mai. Di guardare in faccia il tempo e voler avere l’ultima parola. Perché sarà Djokovic, il ventiquattro volte campione Slam e numero 1 al mondo per 428 settimane, a decidere quando fermarsi. E nessun altro può farlo al posto suo, nemmeno Crono.

    Alcaraz risorge, Zverev ancora incompiuto?

    Se prendiamo lo Zverev del 2025 e lo mettiamo accanto a quello visto in semifinale contro Carlos Alcaraz, sembra quasi di parlare di due giocatori diversi. La notizia più bella è che il tedesco ha giocato uno dei match migliori della sua carriera: intensità, coraggio, qualità nei colpi, presenza mentale. Tutto quello che per anni gli è stato chiesto nei momenti che contano.

    - Advertisement -

    La notizia meno bella, però, è che non è bastato. E fa ancora più male se pensiamo che dall’altra parte della rete c’era un Alcaraz lontano dalla sua versione migliore per buona parte dell’incontro, limitato da un problema all’adduttore destro. Ma affrontare Carlos, anche quando non è al top fisicamente, resta un rompicapo. Gioca quasi da fermo eppure riesce a tirare vincenti da ogni angolo, alternando accelerazioni violentissime a smorzate delicate, precise al millimetro. Ti toglie ritmo, certezze, fiato.

    Poi arriva il quinto set, ed è lì che Zverev tocca vette altissime. Il suo livello diventa quasi irreale: profondità, servizio, aggressività controllata. Sembra davvero il suo momento. Quando si porta avanti 5-3, con la partita in pugno, tutto lascia pensare che stavolta la storia stia per cambiare.

    E invece no. Proprio sul più bello, qualcosa si spezza di nuovo. La tensione, i fantasmi del passato, la consapevolezza di essere a un passo da un’impresa enorme: Zverev si irrigidisce, perde fluidità, e da lì in poi subisce un parziale durissimo di quattro giochi consecutivi. Si ritrova anche a servire per il match, ma l’occasione sfuma.

    Dall’altra parte, Alcaraz sente l’odore del sangue sportivo e si riaccende. Stringe i denti, alza il livello nei momenti chiave e ricorda al mondo perché è il numero 1. Quella che sembrava una semifinale stregata diventa l’ennesima dimostrazione della sua fame e della sua grandezza.

    Ora lo aspetta la storia, domenica sfiderà Novak Djokovic con in palio qualcosa di enorme: diventare il più giovane di sempre a completare il Career Grand Slam. E intanto, a Zverev rimangono una prestazione gigantesca e l’ennesimo rimpianto che pesa come un macigno, ma una gioia Slam il ragazzone di Amburgo la meriterebbe forse più di chiunque altro.

    Sinner: cosa non è andato?

    Dopo due anni Melbourne avrà un nuovo padrone. Jannik Sinner ha abdicato, cedendo lo scettro australiano. Nel 2024 lo Slam in terra Down Under aveva iniziato a diventare casa sua quando aveva battuto Novak Djokovic (campione regnante) in semifinale. Due anni più tardi la perdita della corona arriva proprio contro Nole, proprio a un passo dalla finalissima.

    La sensazione è che il match contro Eliot Spizzirri non sia stato un caso isolato, ma un’avvisaglia. Nel terzo turno contro lo statunitense, Sinner si era già trovato a un passo dall’eliminazione. Pativa il caldo infernale di Melbourne Park, ma anche il tennis di Spizzirri che gli toglieva costantemente il tempo e il ritmo. Quella gara era stata un campanello d’allarme, su una condizione fisica lontano dai suoi fasti migliori.

    C’è poi un’altra sensazione che si fa sempre più strada quando si guarda Jannik Sinner nei tornei dello Slam. L’altoatesino dà il meglio di sé quando riesce a prendere in mano il match fin dall’inizio, quando impone ritmo, accorcia gli scambi e viaggia a velocità altissime. In quel tipo di partita diventa una macchina: preciso, lucido, quasi inesorabile.

    Quando però l’incontro si trasforma in una maratona, quando i game si allungano, le pause si fanno più pesanti e ogni punto diventa una piccola battaglia mentale oltre che tecnica, qualcosa cambia. Il suo tennis resta di qualità, ma perde un filo di brillantezza e, soprattutto, fatica a reggere l’usura emotiva dei match che si trascinano per ore.

    I precedenti iniziano a comporre un disegno fin troppo chiaro. Le battaglie con Alcaraz, la lotta estenuante con Altmaier sulla terra rossa di Parigi, le sfide infinite con lo spagnolo e con Zverev a New York. Poi la maratona contro Medvedev a Wimbledon, i duelli tiratissimi con Tsitsipas e Shapovalov a Melbourne fino all’ultima, durissima sfida con Djokovic.

    C’è un dato che colpisce e che pesa: nei nove match Slam andati oltre le tre ore e cinquanta minuti, Sinner è sempre uscito sconfitto. Non è un limite tecnico in senso stretto, ma una questione di gestione, di resistenza fisica e mentale. Di capacità di restare aggrappato al match quando non scorre più sui binari ideali.

    È come se Sinner, quando riesce a suonare il suo spartito, sia tra i migliori al mondo. Ma quando la partita diventa rumore, caos, sopravvivenza punto su punto, debba ancora compiere l’ultimo passo per diventare davvero completo. Sicuramente, però Sinner farà di tutto per colmare anche questo, da immenso campione qual è.

    - Advertisement -
    Classifica Super Simulata FITP esclusiva TennisTalker
    Classifica Armonizzata FITP esclusiva TennisTalker

    Instagram Gallery

    Tennistalker Club - 15% sconto su Tennis Warehouse Europe
    ;