Il serbo fa un passo indietro dall’associazione dei giocatori da lui stesso fondata nel 2020: divergenze su governance, trasparenza e linea politica alla base del distacco, mentre il fronte legale contro Tour e Slam si surriscalda
Novak Djokovic ha deciso di farsi da parte. Non dal tennis, almeno non ancora, ma dalla Professional Tennis Players Association, l’organizzazione dei giocatori che aveva co-fondato cinque anni fa con l’idea di cambiare i rapporti di forza nel sistema. L’annuncio è arrivato domenica, affidato ai social, con parole misurate ma definitive.
“Dopo un’attenta riflessione, ho deciso di fare un passo indietro in modo completo dalla PTPA”, ha scritto il serbo. “La decisione nasce da preoccupazioni persistenti su trasparenza, governance e sul modo in cui la mia voce e la mia immagine sono state rappresentate”. Djokovic rivendica l’idea originaria, quella di “dare ai giocatori una voce forte e indipendente”, ma ammette che la direzione attuale non rispecchia più i suoi valori.
Il tempismo non è casuale. L’uscita di scena di Djokovic arriva nel momento più delicato della storia della PTPA, impegnata in una causa antitrust contro i pilastri del tennis mondiale: ATP Tour, WTA, la International Tennis Federation e le autorità antidoping. Un’azione legale avviata a marzo e poi rimodellata a settembre, quando l’associazione ha deciso di includere nel j’accuse anche gli organizzatori dei quattro Slam, Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open.
Djokovic, però, non ha mai firmato quell’atto. E già a Miami, in primavera, ne aveva prese le distanze spiegando di non condividere ogni punto della strategia legale. Una posizione – sostenere la battaglia di principio senza voler diventare il volto di una guerra totale contro il sistema – che racconta bene il suo disagio.
Nel frattempo la causa ha perso pezzi e guadagnato complessità. A dicembre la PTPA ha annunciato un accordo – dai contorni non resi pubblici – con Tennis Australia, mentre ATP e WTA hanno chiesto l’archiviazione del procedimento, definendolo rispettivamente “privo di fondamento” e “inconsistente”. Il direttore esecutivo Ahmad Nassar ha inoltre tenuto a precisare che l’obiettivo non è mai stato giungere a una sentenza, ma piuttosto forzare le riforme, soprattutto sulla programmazione del calendario e sulla distribuzione dei ricavi introitati dai padroni della pallina mondiale.
Ed è proprio lì che la battaglia resta aperta. Oggi i giocatori ricevono tra il quindici e il venti per cento delle entrate generate dagli Slam, una quota lontanissima da quella di altri sport professionistici nordamericani, dove grazie alla contrattazione collettiva si arriva intorno al cinquanta per cento. Un tema su cui Djokovic, dentro o fuori dalla PTPA, non ha mai cambiato idea.
La distanza tra lui e l’associazione, però, covava da tempo. Man mano che la PTPA assumeva toni sempre più conflittuali verso i tour, Djokovic iniziava a sentirsi ingabbiato in un ruolo che non voleva più interpretare. Ogni mossa dell’organizzazione veniva automaticamente associata al suo nome, anche quando lui cercava di costruirsi un finale di carriera più dialogante che barricadero.
Non è un caso che il distacco sia diventato pubblico quando il serbo ha rifiutato di essere uno dei ricorrenti nella causa antitrust. La PTPA lo voleva in prima linea, ma Djokovic ha scelto di restare a metà strada: leader morale, non capopopolo giudiziario.
Nole aveva lasciato intendere un certo scollamento con le modalità d’azione patrocinate dalla “sua” PTPA già agli US Open dell’estate scorsa, quando aveva parlato della necessità di smetterla con le geremiadi multi-direzionali e di dedicare maggiore impegno alle attività volte a provare a portare a casa qualche risultato tangibile. “Bisogna investire tempo ed energie nelle conversazioni e nelle decisioni”, disse, ricordando quanto fosse rimasto solo nel 2021 quando provò a opporsi all’allungamento dei Masters a dodici giorni. “Quando c’era da partecipare davvero, molti giocatori non c’erano”.
Oggi Djokovic ha trentotto anni, viene da una stagione in cui ha raggiunto le semifinali di tutti e quattro gli Slam senza vincerne nessuno, e dal diciotto gennaio inseguirà in Australia il venticinquesimo titolo major. La sua priorità sembra chiara: chiudere la carriera da protagonista, senza essere il simbolo di una guerra che non sente più sua.
La rottura con la PTPA è una vittoria politica per tour e Slam, forse la più netta dell’anno. Ma non chiude il dibattito. Djokovic esce di scena, il tema resta. E nel tennis moderno, le partite più lunghe non sempre si giocano sul campo.



