In un’intervista riportata dalla testata spagnola Punto de Break, l’ex numero 7 ATP riflette sul passaggio dall’era Federer-Nadal-Djokovic al presente dominato da Alcaraz e Sinner
David Goffin è una delle poche voci che possono permettersi un confronto diretto tra le due grandi epoche del tennis contemporaneo. Ha incrociato il cammino del Big Three quando erano nel pieno della loro parabola e oggi, ben oltre la soglia dei trent’anni, continua a misurarsi con una generazione che ha fatto della potenza e dell’atletismo un tratto identitario. Nel corso di un’intervista ripresa dalla testata spagnola Punto de Break, il belga ha provato a spiegare cosa è cambiato davvero nel tennis del nuovo millennio tra un lustro e l’altro, andando oltre i classici luoghi comuni.
Reduce da un 2025 segnato da inevitabile discontinuità ma anche da lampi dell’antica classe – su tutti la vittoria contro Carlos Alcaraz a Miami – Goffin non nasconde il piacere di sentirsi ancora competitivo. Padre da poco più di un anno, Davidino continua a “spremere ogni goccia” della propria carriera, come lui stesso ama raccontare, partecipando anche a contesti alternativi come l’UTS di Londra per tenere alto il ritmo in vista del 2026.
Secondo il ragazzo vallone, il primo vero spartiacque tra le generazioni è la dimensione fisica del gioco. “Oggi i giocatori sono più fisici, più rapidi, più preparati”, spiega, sottolineando come la qualità del lavoro atletico e dei team sia cresciuta in modo esponenziale. “Scivolate sul cemento, recuperi estremi, accelerazioni continue: elementi che un tempo erano eccezioni, oggi sono la norma“.
Sul piano tecnico, però, Goffin invita a non semplificare troppo. Il tennis, dice, resta tennis. A forzare importanti cambiamenti sono stati soprattutto gli strumenti. “I materiali delle racchette permettono di colpire la palla a velocità impensabili fino a pochi anni fa”, osserva, lì ritrovando la vera radice della trasformazione stilistica. Più che le palle o le superfici, sono telai e corde ad aver spinto il gioco verso una dimensione più aggressiva.
Da qui il confronto diretto tra passato e presente: “Prima il tennis era un po’ più tattico. Oggi si va a cercare il punto subito”. Goffin cita esplicitamente Jannik Sinner e Alcaraz come esempi estremi di questa evoluzione: colpi vincenti da ogni zona del campo, pressione costante, margini di manovra ridotti, soprattutto per tutti gli altri.
La conclusione è pragmatica, quasi artigianale: per restare competitivi bisogna insomma adattarsi. Cambiare materiali, rinforzare il fisico, accettare il nuovo ritmo. “Guardare le racchette di Roger Federer agli inizi e confrontarle con quelle attuali“, spiega Goffin, “è sufficiente per capire quanto il tennis sia cambiato, ma anche per comprendere come abbia continuato a essere se stesso“. Come dire che la transizione del nostro sport da un’epoca a un’altra è soprattutto una questione di adeguamento.
Il 2026 dirà se per David ci sarà ancora posto nello spazio concesso da questi nuovi standard. Per ora, la parola “ritiro” resta sullo sfondo, tenuta a distanza dalla voglia – quella sì, rimasta inalterata – di stare in campo. Con quali materiali e attrezzi, non è importante.



