Zverev, Alcaraz e gli altri hanno le gomme sgonfie, oppure il rispetto dello spirito sportivo suggerisce al gruppo di non approfittare dello stop imposto al capobranco? Di sicuro, nessuno degli alti graduati della racchetta vince più una partita
Sciocchi noi, diciamolo subito: avevamo capito che la punizione, la sospensione, insomma, come volete chiamarla, fosse stata comminata a Sinner. No, cari miei: a ragion veduta, si può serenamente affermare che il castigo sia stato inflitto a tutti gli altri, in particolare ai nemici più rumorosi del numero uno al mondo. Ma vi ricordate come eravamo messi lo scorso quindici febbraio? Subito dopo aver dato notizia dell’accordo intervenuto tra Jannik e la WADA, che prevedeva i famosi tre mesi di stop, tutti chini sul tavolo di lavoro, calcolatrici alla mano: quali cambiali scadranno a Sinner? E quanti punti dovranno difendere i suoi più accreditati avversari tra la coda dell’inverno e l’alba della primavera? Ma soprattutto: quanto avrebbe resistito il Nostro assiso sulla poltrona di leader del circuito senza giocare? Sarebbe miracolosamente riuscito a rientrare, peraltro proprio a Roma, impugnando ancora lo scettro del comando?
Un mese e mezzo dopo, possiamo ammettere, in pace con noi stessi, di aver buttato via del gran tempo. Gli aspiranti al sorpasso, non pervenuti, e la volpe rossa governa il ranking ATP con sigaretta in bocca, Agrapart in mano, ciabatte ai piedi e 2865 punti di vantaggio sull’allampanatissimo Sascha Zverev, il più immediato inseguitore. Carlitos, ragazzo sicuramente educato, sinceramente solare, non sembra ossessionato dalla voglia di guardare tutti dall’alto, francamente. “Tornerò numero uno se e quando giocherò bene a tennis,” ha recentemente dichiarato. Grazie per l’aiuto interpretativo, Carlos, ma l’atteggiamento, anche, nel caso, quello del corpo, non restituisce l’immagine di un giocatore roso dalla rabbia di essere numero tre nonostante quel po’po’ di Palmarès già messo insieme alla sua tenera età.
Alcaraz che, ricordiamolo, è ancora l’ultimo ad aver battuto Jannik in quella splendida finale a Pechino di metà ottobre, ormai quasi sei mesi fa, ha fatto in tempo a vincere il suo primo titolo sottotetto a Rotterdam pochi giorni prima del fatidico patteggiamento, poi, il vuoto. Come a voler passare la borraccia al rivale in panne, Carlitos si è astenuto dall’approfittarne: quarti a Doha gettando al fiume un cospicuo vantaggio con Jiri Lehecka; semifinale a Indian Wells – dove era bicampione in carica – persa contro il pur commendevolissimo Jack Draper, poi vincitore del titolo; clamoroso KO all’esordio a Miami contro un David Goffin comprensibilmente sulla via del Fernet. C’è di peggio, mi direte. Non se ti chiami Carlos Alcaraz, il quale, in uno dei pochi momenti in cui si è sentito di alzare la cresta, dopo la sedicesima vittoria consecutiva conquistata nel deserto della California si era azzardato a scrivere sulla telecamera “dovrei forse comprare casa qui?”. I soldi, almeno quelli, nel caso non gli mancherebbero.
Un alieno atterrato suo malgrado sul nostro Pianeta a fine gennaio, guardando ai risultati di Zverev stenterebbe a credere che il tedesco sia il numero due del mondo. Gli verrebbe spiegato che Sascha ha appena giocato una finale Slam, poi non si sa bene cosa sia successo. Già dalla conferenza stampa seguita al duello per il titolo di Melbourne, tra un “non sono abbastanza bravo” e un “su sei fondamentali del tennis Sinner ne esegue meglio sette”, il morale del povero Alexander ha iniziato a precipitare verso sud. Le scelte e le prestazioni hanno seguito a ruota. Della decisione di andare a giocare in Sudamerica abbiamo già avuto modo di parlare: pecunia extra? Irresistibile tentazione di tornare sulla terra (battuta) il prima possibile? Quello che ritenete, ma i risultati sono stati tristanzuoli come quelli raccolti in un mesto Sunshine Double, mortificato da un KO all’esordio di Indian Wells con Tallon Griekspoor e da un brodino di terzo turno a Miami ceduto ad Arthur Fils.
Per commentare tutti gli altri, occorre entrare nel campo dell’ondivago spinto. Rune, bersagliato da molti – anche da noi – per le spacconate verbali raramente seguite da fatti con la racchetta in pugno concretamente percepibili, si è provvisoriamente ridestato in California, dove ha mazzuolato Medvedev in semifinale prima di cedere di schianto alla sorpresissima Jack Draper nella partita per il titolo e di uscire al primo turno pochi giorni dopo in Florida, confermandoci nella sensazione che, al momento, due partite di alto livello (figuriamoci tre) da giocare, per l’appunto, “ad alto livello”, siano un po’ troppe per la versione attuale del danese. Jack ha brillato, ed è entrato pure nella top 10, ma sembra prestino per considerarlo un candidato al podio, mentre Danilone, per smarcarsi da ogni discorso relativo alle rivalità e ad antipatici pronostici stagionali, ha direttamente optato per salutare la compagnia uscendo dai primi dieci.
Alla fine, l’unico provvisto di spirito davvero competitivo rimane Djokovic, che però avrebbe sul groppone trentotto primavere: noncurante del documento d’identità, il serbo a Miami ha cercato in tutti i modi di aggiornare il capitolone del libro dei record che lo riguarda, ma un teenager da Prostejov, Repubblica Ceca, gli ha impedito di festeggiare il centesimo trofeo in carriera nonché il settimo a South Beach, che lo avrebbe spinto solitario in testa alla specifica graduatoria probabilmente per l’eternità e invece a Nole tocca dividere ancora la stanza con il fantasma di André Agassi.
Forse, magari ecco non subito subito, quelli più predisposti alla lotta di vertice e con la testa più quadrata, ché gli eccessi di fantasia sembrano nocivi se la volontà è quella di contrastare Sinner sul lungo periodo, sembrano gli scolari della generazione dopo. Di Fonseca abbiamo scritto e riscritto già forse troppo, ma il talento reclama spazio. La torcida che lo segue anche alla toilette, più dei tornei grossi, più degli avversari prestigiosi, potrebbe misurare la capacità del ragazzo brasiliano di reggere la pressione.
Mensik, invece, non è deflagrato all’improvviso, ma i decibel generati dal botto di Miami hanno lasciato un segno particolare, si capisce. Jakub, peraltro, ci ha regalato il racconto più bello dell’ultimo mese passato al sole: il ginocchio gli faceva un male cane, e stava per rinunciare al torneo. Già con il foglio del ritiro compilato tra le mani, il ragazzo avrebbe voluto rendere edotto della propria decisione il giudice, che però era in quel momento a pranzo. Mensik ne ha approfittato per concedersi un’ultima seduta dal fisio dell’ATP, il quale ha fatto il miracolo. Il professionista, di nome Alejandro, è finito in cima all’elenco dei ringraziamenti fatti dal neo-campione durante il protocollo di premiazione, e meritatamente.
E quindi, non essendoci assolutamente gli elementi per parlare di novella lost generation, perché nel gruppetto degli inseguitori di Sinner girano diffusi trofei e finali Slam, pare tuttavia che i maggiori accreditati, o accreditabili, al ruolo di sfidante siano più propensi a rivestire il ruolo di cacciatori di classiche che quello di regolaristi da corse a tappe, cosa che, visto il rendimento discretamente costante di Jannik, sarebbe preferibile. Questo a livello di tendenza generale e puramente teorica perché, nel bimestre preso in esame, non si sono visti né exploit isolati, né particolare continuità.
Forse, concludendo, è solo un discorso di educazione. Di non voler approfittare del rivale in momentanea difficoltà. Di solidarietà. Come Coppi che passa la borraccia a Bartali, o viceversa, la storia ci ha sempre fornito versioni contraddittorie in merito. O come Jan Ullrich al Tour de France 2003, quando avrebbe potuto avvantaggiarsi della caduta nella scalata verso Luz Ardiden del capoclassifica Armstrong per tornare a vincere la corsa dopo sei anni di digiuno. A meno di una settimana dalla conclusione del Tour del Centenario, il tedesco aveva un ritardo in classifica di appena quindici secondi. Attaccando l’avversario finito per le terre, avrebbe potuto ipotecare la gara. Invece non si fermò, ma proseguì a passo moderato, per attenderlo. “Bravo, imperituro esempio di fair-play”, gli dissero in molti. “Coglione, le cadute fanno parte della corsa, hai buttato l’occasione della vita”, lo rampognarono altri.
La sensazione, se ancora non si fosse capito, è che per il plotoncino degli inseguitori, ogni lasciata sia persa. E l’orologio ticchetta: il conto alla rovescia prosegue più veloce di quanto i candidati alla successione vorrebbero.